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Full text of "Nell' America meridionale (Brasile-Uruguay-Argentina)"

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HARVARDCOLLEGE-LIBRARY 






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THB 2013J MASSACHUSETTS 

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NELL'AMERICA MERIDIONALE. 



NeirAmerica 
Meridionale 

(Brasile - Uruguay - Argentina) 



NOTE E IMPRESSIONI 



GINA LOMBROSO FERRERÒ 




MILANO 

Fratelli Teeves, Editori 

1908. 



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V 



Harvard College Library 
Juxxe 6, 1921 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



/ diritti di 7'iproduzione e di traduzione sono riservati per 
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e VOlanda. 



Published in Milan, Ootober llth 1908. Privilege of 
copyright in the United States reserved under the 
Aot approved March 3rd, 1905, by Fratelli Treves. 




Milano. — Tip Treves. 



V 



V 



Agli Italiani di America. 

A voi^ Italiani di Amsrica, io , dedico queste 
pagine. Ho percorso dopo il mio ritorno^ quasi 
tutta la patria nostra; ho dimorato a ìuìujo nel 
nevoso Piemonte d<d Po solenne e dalle Alpi seo- 
scese; Ito attraversato rajmhnnente Vaffaeeemlata 
Liguria^ dal mare limpido e dagli Ajfennini fitti 
di case, di fàbbriche e di porti ; Iw visitato la 
ridente Toscana dai placidi multipli pendìi in 
cui gli alti olmi ridevano al sole alzando il facile 
pondo dei tralci privi di fronde; mi sono far- 
inata nella terra sacra delF Umbria in cui ogni 
colle è segnalato da minuscole città dense di sto- 
ria, trapelante dàlie torri mimteciose, dalle im- 
ploranti chiesette; mi sono riposata nel Lazio pa- 
f ludoso in cui crocchi di pastori stavano filosofi- 
nte rannicchiati sotto gli immensi ombrelli^ 
" macchia verde spiccava come stendardo di 
'^ mezzo agli antichi prati rossicci sfondanti 



PREFAZIONE 



nelle perdute colonne ronuins; ho resinrato Varia 
dolce della Camjìania felice in cui le fòglie ingial- 
ìiU e cadenti davano una nota triste agli orti 
eternamente verdi, agli ulivi melanconici intrec- 
viuti ai mandorli in fiore. 

E questi paesaggi che io aveva contemplati al- 
tre volte quasi indifferente, avevano ora un signi- 
Jkato inusitato per me. Ogni paese, ogni casolare 
di cui io sentiva il nome, mi rammentava mia 
(Mie vostre f accie, o Italiani di America; mi 
rammentava uno di quei rapidi alt fatti dal treno 
nelle lontane pampas delV Argentimi o nei mon- 
tami Stati del Brasile durante il quale centinaia 
di voi vi affacciavate ad incontrarci, a raacon- 
tarci la vostra vita, ad affidarci i vostri saluti 
}h4 suolo natio. Io ho compiuto religiosamente il \ 

vostro voto, Italiani; io lio rivisto i iianchi 
Villaggi riadattati con i vostri sudori, io ho detto 
ai rimasti quanto desìo vi punga di rivederli^ ho 
detto ai partenti quanti fratelli troveramw lag- 
giù, ho detto agli alberi, ai boschi^ alle case, die 
emi non periranno mai, percìxè lontano a migliaia 
di leghe oltre il mare, i figli delV uomo die si 
som seduti alla loro ombra, hanno ripiantato un 
turo getto nelle nuove terre che essi hanno fecon- 
dMo coi loro sudori, perdiè i figli delVuomo dm 



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PREPAZIONK 



sono partiti stanchi dai paterni villa (f (fi lunuio 
denominato col loro noim* un altro angolo di l'ita 
la Olii asjnrazioìie è di assomigliare aWantivo..,. 
Quante volte ^ bambina, io Iw pennato a voi, 
Italiani avventurosi sparsi in ogni angolo del 
mondo, a voi Garibaldini, patriota migrati lou- 
taìio dalla patria clie col vostro braccio avevate 
riunita. È per vedervi che io ho attraversato il 
mire, e per fare conoscere voi e le terre che abi- 
tate die io ho scritto questo libro sperando che 
valga, sia pure in ^nininut parte, a scuotere l'api- 
nione deW Italia a vostro riguarda) ed a rendere 
ph falcile il compito die voi avete così generosa- 
mente intrapreso di fondare laggiù in ogni an- 
golo del ììwìido delle nuove Italie, il cui futuro 
sia così glorioso come quello della patria antica. 

Torino j ottobre 1908. 



Gina Lombroso Feimjkko. 



l'ABTE l'RlMA. 

Negli Stati Uniti del Brasile. 



Fbrrebo. America del Sud» 



I. 

Nel mare di Guanabara K 

Come avete trovato il Brasile! Vi avete 
visto davvero i fiumi piil grandi del mare, e 
le foreste vergini, e le scimmie arrampicate 
sugli alberi, e il caffè ed il cautciù, e la 
canna da zucchero, e le miniere di diamanti, e 
la pesca delle balene f Abituato alla piccolezza 
dei nostri paesi, l'Europeo ohe non ha attra- 
versato l'Atlantico non può immaginare che 
esista uno Stato più grande dell'Europa, uno 
Stato del quale i nòstri grandi transatlantici 
in 10 giorni di navigazione riescono appena 
a percorrere le coste, uno Stato nel quale due 
"ittà, Bahia e Rio Grande del Sud, distanno 

^ Guanabara è il nome indiano della Baia di Rio Janeiro. 



Nl'iL MARE in GUAUaBAKA 



una dall'altra più che non l'America dal- 
l'Europa; uno Stato nel quale trenta ore di 
ferrovia non bastano per oltrepassare i con- 
trattbrti che ne separano la parte montuosa 
dalle coste. Come parlare quindi complessi- 
vamente di un paese più vasto dell'Euroi)a, 
più vario forse dell'Europa e dell'Africa, che 
ha in sé tutti i climi, quasi tutte le razze, 
quasi tutte le varietà della natura? La bel- 
lezza della natura, la varietà, la profusione 
di questa bellezza, ecco forse l'unico elemento 
comune a tutto il Brasile, alla parte almeno 
che abbiamo visitata e di cui abbiamo sen- 
tito parlare; ecco forse la differenza essen- 
ziale fra il Brasile e l'Europa. 

Quando, dopo aver costeggiato le aride sierre 
rocciose della Spagna, che paiono ergersi a 
baluardo ostile contro qualunque forma di 
vita vegetale o animale voglia penetrare nella 
penisola iberica ; e dopo essersi soffermati alle 
gialle isole Canarie e alle nere vulcaniche 
terre del Capo Verde, che di verde non hanno 
che il nome, si tocca l'isola di San Fernando 
di Noronha, prima terra Brasiliana che si in- 
contra, ci si sente veramente in un altro mon- 
do, fecondo, ospitale, lussureggiante, esotico. 



Isola di San Fernando di Noronha 



L'isola, che ha appena qniiidi(5i chilometri 
quadrati di sui3erficie, ha in se tanta varietà 
quanto quasi tutte le terre che si toccano nel 
lungo viaggio dall'Europa ad essa. Da una 
parte, rupi scoscese si alzano a iricco sulle 
onde brune, minacciose ; dall'altra, una spiag- 
gia amica digrada lentamente a un mare 
chiaro e tranquillo. Rivoli d'acqua scendono 
all'oceano in mezzo ad alti palmizi che so- 
vrastano alle terre eternamente verdi, fra cui 
bianche casette aprono curiose le verdi flne- 
strine verso noi. Uno scoglio, sospeso all'a- 
pice dell'isola, coperto da una grande roccia, 
che unisce le due terre, forma un misterioso 
canale entro cui il mare spumeggia. Ma San 
Fernando è l'isola dei prigionieri del Brasile, 
e fra quest'isola e il mare di Guanabara c'è 
la distanza che v'è fra una cella e una reg- 
gia. Ci raccontarono vecchi pescatori che an- 
cora nei tempi della febbre gialla, quando 
gli stranieri non osavano toccare terra (per- 
chè dormire una notte a Rio poteva essere 
una sentenza di morte), un Lord eccentrico 
veniva col suo yacht ogni anno in prima- 
era nella baja; vi si fermava tre giorni 
agando attraverso le isole senza mai scendere 



NEL MARE DI GHANA BARA 



a terra, poi ripartiva. I pescatori ce lo addiice- 
van come esempio dell'eccentricità inglese; ma 
in verità dopo aver goduto una volta di quello 
spettacolo, anche a me veniva un desiderio ar- 
dente di potermi passare il lusso di questa ec- 
centricità per saziare una volta all'anno alme- 
no gli occhi nella bellezza di quella baja. 

Voi potete essere mille volte preparati ad 
ammirare la baja di Rio dalle descrizioni o 
dalle fotografie in tutti i minimi particolari ; 
ma quando la vedete davvero, ne restate ab- 
bagliati, estasiati, confusi. 

In che consiste la bellezza di questa baja? 
Credo sia nella variabilità delle sue terre, del 
suo suolo e delle sue acque. 

Da una parte o dall'altra della baia, a fre- 
nar l'impeto dell'Atlantico che la separa dal- 
l'altro emisfero, sta una serie immensa di 
sterminate roccie, nubi di pietra, avanzi del- 
l'inferno, mandre di immensi animali antidi- 
luviani dalle membra gigantesche posate pe- 
santemente nel mare che gioca ai loro piedi 
con murmurc amichevole. Sembrano le fanta- 
stiche montagne di ghiaccio che Nansen ci de- 
scrive nel mare polare, ora unite come mo- 
stri gemelli, ora separate da strisce d'acqua, 



Mare di Rio Janeiro 



ora affondantìsi in mare donde non sorniio- 
tano che detriti, ora ergentisi solitari come 
superbi icebergs polari. All'infinito, lontane, 
vicine, voi ne vedete ancora e sempre ancora ; 
non sono isole, non sono montagne quelle 
che ergono le loro vette in mezzo al mare 
grigio, bianco, azzurro, violetto a seconda 
delle nubi che lo sovrastano ; non sono corpi, 
sono faccio, sono anime. 

Si parla sempre della bellezza del mare 
infinito. Attraversando V oceano era stata 
questa una delle mie piìi grandi disillu- 
sioni. Il mare infinito, quando almeno è 
calmo, dà Pidea dell'infinito assai meno del 
mare limitato delle nostre baje e delle no- 
stre coste. Un elemento solo, sia acqua, sia 
cielo, quando è unico senza elementi estra- 
nei che lo animino, non dà assolutamente 
alcuna impressione di grandiosità. Sono le 
nuvole e le stelle pel cielo, le terre pel mare, 
che popolando lo spazio, dandoci il modo di 
misurare le distanze, presentandoci davanti 
agli occhi le infinità di oggetti che possono 
essere contenuti in un dato limite, ce lo 
fanno parere ora grande e sublime, ora mi- 
nimo. Questa sensazione infatti dell'infinito 



NEL MARE DI QUAN ABARA 



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che manca affatto in alto mare è intera e 
<*òmpleta per quanto l'orizzonte sia assai più 
limitato nel mare di Guanabara. 

Ho visto qualcosa di simile in Europa sulle 
nostre Alpi, quando dal picco del Capriolo, 
ima delle più alte cime del monte Rosa, 
in una rosea aurora, in mezzo a un fitto 
strato di nubi vaganti ai nostri piedi, comin- 
ciarono a spuntare al disotto di noi le cime 
della catena bagnate dall'onda luminosa del 
.sole nascente. E la somiglianza non deve es- 
sere solo apparente ; nei nostri monti, noi tro- 
^ iamo dappertutto avanzi di conchiglie, che 
ci dicono avere coperto il mare, le scoscese 
falde che ora ne sono tanto lontane. La neb- 
bia, le nubi, che sostituendosi al mare ripro- 
ducono l'aspetto che le Aljji dovevano pre- 
sentare quando il mare copriva i dolci declivi, 
lasciando sormontare solo le cime dirupate, i 
denti, i becchi, le corna, i picchi, vi daranno 
mia idea abbastanza esatta dello spettacolo 
che si gode nella Baja di Guanabara, dai 
monti e dalla costa. Il mare, che nelle altre 
parti della terra si è ritirato abbandonando 
le cime alle nevi eterne, qui è rimasto a 
fecondarle col suo umore perenne. 



U cielo di Rio Janeiro 



Ma se razionalmente si può trovare la ra- 
gione di questa bellezza, né la parola, ne la 
musica, né il pennello possono riprodurre 
l'impressione di queste cime erranti nel mare 
infinito, le cui chiome lussureggianti sorgono 
miracolose in questo azzurro africano, che le 
nuvole, l'alzarsi e l'abbassarsi della marea, il 
tramonto o il nascer del sole, i movimenti 
delle nubi variano ad ogni istante. 

Qui non solo il mare è bello, non solo la 
terra è impregnata di colori, di odori, di luci, 
di incanti che penetrano per ogni fibra del- 
l'anima nostra, ma anche il cielo. In nessun 
paese del mondo io ho visto un cielo come 
quello di Rio Janeiro. 

Si direbbe che, al contrario delle altre re- 
gioni in cui il mare riflette il cielo, nella baia 
di Guanabara sia il cielo che riflette il mare, 
tanto vario è lo spettacolo celeste. Le nubi, 
che quasi giornalmente si sciolgono in piog- 
gie torrenziali, vi vagano in permanenza, ora 
trasformandosi in fantastiche montagne per- 
iate, ora in sciami di uccelli azzurri e rosei, 
ora in crateri fiammeggianti al tramonto, or 
n nembi dorati all'aurora. Questa variabilità 
iegli elementi che costituiscono la bellezza 



f. 



ì^. 



10 NEL MARE DI GUANA13ARA 

h della baia, si ripercuotono poi in una singo- 

%.. lare varietà di aspetti che essa può assumere. 

f^' Da un'ora all'altra, da un chilometro alPal- 

Ì'7 tro tutto cambia. Come potreste riconoscere il 
tumultuoso mare di Guanabara, se lo ammi- 
rate dalla spiaggia di Icarahy, che si stende 

i^f lungo la costa di Mchteroi, la rivale sfor- 

V:' tunata della capitale del Brasile? Là il tu- 

P. multo infernale, qui la quiete paradisiaca. 

t Una sabbia bianca, lucente la disegna, cri- 

I. • stallina come la neve, tepida come l'alito di 

{ * un bambino, soffice, morbida al tatto come 

^; una carezza. Un odore acuto di gelsomino 

1^ esce dai giardini delle case che lo assaporano 

^/ dietro a folti alberi, mentre gli uccelli can- 

^5: tano a gola spiegata. Le piccole barche a vela 

1^ dei pescatori, volanti sulle acque terse come 

^r grandi farfalle bianche, uniscono il loro fruscio 

l[ a quello delle onde, che, attutite dagli scogli, 

^ si rompono ritmiche e leggiere contro la 

i. spiaggia. Piccole roccie, su cui una palma od 
un ciuffo di canne si ergono qua e là, fanta- 



|^> stici Dei del luogo, ripetendo in miniatura 

5/ - il lieto motivo della baja, che si domina da 

! lontano. Verso il tramonto le alte cime del 

r ; Corco vado e della Tij ucka, pali ide pallide, quasi 



V*': 



Icarahy. - Copacabana 1 1 



aeree, scompaiono nello scintillìo dol sole che 
sta per varcarle, mentre le basse montagne 
di faccia, coperte dalle manffimre maestose, 
spiccano in verde cupo, e la ridda tumultuosa, 
delle isole lontane, diafane in quell'ora, si 
confonde colle nubi fantastiche che le con- 
tornano. Pochi minuti dopo, tutte le monta- 
gne a levante, a ponente, si avvolgono in un 
nembo d'oro, che, caduto il sole, si cambia in 
una tinta violetto intensa. Il mare resta pal- 
lido, e sul suo fondo biancastro ì riflessi del 
tramonto tracciano delle linee grigiastre e 
rosate. Dei diamanti, delle perle, dei rubini, 
delle tormaline d'ogni colore cominciano a bril- 
lare allora lontano sul mare e sul monte : si 
muovono, si moltiplicano formando una stri- 
scia luminosa che serpeggia sinuosa in alto 
e in basso. Sono le luci di Rio, delle sue isole, 
dei suoi sobborghi lontani, che nella semi- 
oscurità del tramonto vagano come fuochi 
fatui, come anime celesti. 

Differente ancora è lo spettacolo che si 
gode da Copacabana, il primo degli infiniti 
seni che si protendono verso il mare libero, 
sulla costa di Rio Janeiro. 

Una stretta lingua di roccia su cui si erge 



12 NEL MARE DI GUANABARA 

timida come una vergine implorante una 
chiesetta, ne segna il limite estremo. In 
esso l'acqua scura, per il riflesso delle alte 
montagne che la sovrastano, è placida co- 
me in uno stagno. Non ci sono scogli, non 
navi che solchino le onde, non isole, non al- 
beri, non uomini; solo poche barche sulla 
riva confondentesi colle basse grigie casette 
costrutte nella sabbia. Pare la baia della pace, 
dell'amore, e del riposo. Dall'altra parte dello 
stretto molo si erge il mare libero. Le onde 
bianche, muggenti, si agitano tumultuose 
come cavalli focosi troppo a lungo tenuti a 
catena, con un fracasso terribile. Si ergono 
in fantastiche montagne di acqua, si rompono 
in canaletti, in laghetti innumerevoli, si sca- 
gliano furibonde contro il molo roccioso e 
contro il Gran Gabbiano, che la limita dal- 
l'altro lato colle sue nere vele librate verso 
il cielo. 

Dal Corcovado. 

Fin qui il mare di Guanabara, visto dalla 
spiaggia, dal mare, dalla costa; ma più me- 
raviglioso è il vederlo dall'alto, dalla Tijucka, 



Corcovado 13 



dal Sumaré, dal Corcovado, dagli alti monti 
coperti di vegetazione, che limitano la baia. 
Siamo qui in piena foresta vergine, foresta 
magra dicono, perchè lascia vedere il cielo e 
crescere le umili erbe sul terreno. Sul suolo 
le foglie dentellate, pelose, di certe bacche 
rosse, crescenti su un muschio ubertoso, for- 
mano un sofl&ce tappeto da cui fanno capo- 
lino i fiori del licopodio. Da un lato, dal- 
l'altro, del tram che si inerpica sul monte, 
fra gli alti alberi della foresta, le liane sten- 
dono i loro arazzi variopinti, attraverso ai 
quali compaiono qua e là le foglie giallastre 
dei banani, curve sotto l'immane peso del 
grappolo verde, e le palme nane e i cesijugli 
fioriti. Immense farfalle dalle ali variopinte, 
minimi colibrì dalle piume cangianti volano 
sui margini della foresta. La bellezza di tutte 
le stagioni è qui riunita. 

L'autunno coi dorati frutti, coi colori ros- 
sastri delle foglie, la primavera coi fiori va- 
riopinti, colle gemme verdi lucenti che bril- 
lano all'apice di ogni ramo scuro; l'estate 
colla vegetazione lussureggiante e cogli acu- 
tissimi odori ; l'inverno coi profili solenni de- 
gli alberi spogli. 



14 NEL MARE DI QUANABARA 

Ma i fiori, i frutti, ma gli alberi, ma gli 
odori, ma i rumori della foresta, sono nulla 
vicino allo spettacolo che ad ogni spiraglio 
del bosco ci offre la pianura. 

tJn tumulto di montagne verdi, di vallette 
misteriose, di acque, di seni sta attorno a noi, 
sotto il noi, sopra a noi. Il mare ne circonda 
da tutte le parti, un mare grigio, un mare 
verde, un mare a strisele, un mare in tu- 
multo, un mare pacifico. Nella insenatura 
delle coste, a Frei-Freita, a Hypanema delle 
baie, deliziose tranquille come dolci laghetti 
alpi ni j riflettono nelle loro acque cristalline, 
appena congiunte al mare da un breve riga- 
guoloj le bianche casette sparse sulle rive. 

Più in là, dietro alla chiesa di Oopacabana, 
I)resso all'isola del faro, sotto al Gran Ga- 
viota, che apre al vento le sue larghe falde, 
l'oceano tumultuoso si rompe in bianca spu- 
ma. Davanti a noi in mezzo alla baia, tutte 
le infinite isole che la segnano, la popolano: i 
due Fratelli, il Gran Padre, la Gran Madre 
cogli innumeri figli, l'Isola Rasa, l'Isola Fi- 
scale, il Becco del Pappagallo, l'Isola di Santa 
Oniz, l'Isola dei Serpenti, l'Isola delle Man- 
gueire, sorgono dalle onde. Ora tutte le isole, 



I 



Mio Janeiro l'i 



tutte le cime nel sole tramoutaute appaiouo 

oscure, terribili come neirinferno, ora esse si 

ergono fantastiche in mezzo alla nebbia come ] 

nelle storie delle fate. 

Come è bello! Come è bello I Vi ha dei -| 

posti in cui si desidererebbe di vivere, ma 
nel mare di Guanabara quasi si desidererebbe 
di morire, per restar sempre congiunti a que- 
sta natura così piena di incanti per trasfor- 
marsi in un atomo di essa, e poterla assapo- 
rare per sempre! 

Eio Janeiro. 

Ve la immaginate voi una città distesa 
tutta in una costa incantata, disseminata fra 
infinite isole fantastiche, insinuata tra le gole 
dei monti, aggrappata alle falde di roccie 
dirupate, in piena foresta vergine? Tale è 
Rio Janeiro. 

Ma non c'è in verità una Rio. Ci sono molte 
Rio, diflFerenti le une dalle altre, riunite solo 
dalla comunanza del nome, dalla vicinanza 
«logli edifici. 

C'è la Eio popolare che si inerpica verso 

castello, ora Osservatorio astronomico e già 



16 KEL MARE DI GUANABARA 

rócca forte della città, il monte donde i Por- 
tuali c\si difesero sino all'ultimo sangue il Bra- 
mile contro gli Ugonotti francesi, che, instal- 
liiti uelFisola di Oobras, volevano penetrare 
nel continente. In alto, la fortezza coronata 
(lalPantica chiesa dei Cappuccini, in cui sta 
sepolto Eustacchio De Sa, il fondatore della 
cìttù, nell'orto della quale dei moderni frati 
Italiani hanno scavato una specie di piccola 
caverna di Lourdes, colle relative acque mi- 
racolose. 

(Questa è la Rio coloniale dalle case a un 
solo piano, vivamente colorate, dalle finestre 
ostinatamente chiuse, dalla porta regolar- 
mente aperta, unico spiraglio della popola- 
7Ìone femminile, della famiglia, a giudicar 
dalle teste che si aifoUano ad ogni quadrante 
di essa. 

Le case si inerpicano disordinate per una 
piccola stradicciuola in mezzo a cui corre un 
ruscello; fral'una e l'altra, dei lembi di prato 
montuoso, gremito di bambini rotolanti, gri- 
danti, sguazzanti, colle galline e colle ca- 
prette con cui si confondono. 

Nella stretta stradicciuola non si aprono 
botteghe, ma in compenso i venditori ambu- 



Rio Janeiro coìontale 17 

lanti sono numerosi e variati. Accercliiati, o 
seguiti da codazzi di bimbi seminudi, pas- 
sano i venditori di caramelle, che tengono i 
loro zuccherini in carte argentate e frasta- 
gliate, ammonticchiati su un vassoio ornato 
di fiori o su un tavolino luccicante di vetro 
sospeso in capo. 

Procedono lenti, come i condannati al can- 
go cinesi, i venditori di gelati, al centro di 
certe tavole multicolori, luccicanti di cam- 
panelli e di sfere dorate sospese alla cintola ; 
si soffermano solitari ai quadranti delle porte 
gli erbaiuoli, dal largo cappello, le cui ceste 
pendono a bilanciere da un lungo bastone 
appoggiato alle spalle, mentre i venditori di 
stoffe, di nastri, di maglie, di trine, gridano 
a squarciagola, scuotendo la loro merce so- 
spesa a banderuola su un'asta. In questo quar- 
tiere predominano i neri, e sopratutto le nere, 
col lungo scialle rosso o violetto drappeg- 
giato sul vestito bianco inamidato, il fazzo- 
letto legato a turbante sul capo, che lascia 
vedere i lunghi orecchini d'oro o le collane 
di vetro. 
Questa Eio popolare non ha niente di co- 
une colla Eio moderna, la Eio tolta al 

Febrsbo. America del Sud. 2 



18 NEti MARE DI GUAKABABA 

mare ed alla febbre gialla dai lavori del porto, 
in cui il cemento delle strade copre vittorio- 
samente e per sempre ormai le acque sta- 
gnanti, fonti una volta di tanti mali. La Rio 
dalle larghe avenide in cui si innalzano i ma- 
gazzini moderni dalle vistose vetrine, i grandi 
palazzi a quattro o cinque piani, di cui molti 
furono costrutti da un architetto italiano, 
Antonio Januz2i, e fra cui brilla immaco- 
lato il palazzo Monroe colla sua veste bianca 
e i suoi vetri scintillanti; la Rio dei grandi 
palmizi che si ergevano diritti, nobili come 
colonne di un tempio lungo le rive del mare 
e che fiancheggiano ora i palazzi maestosi; 
la Rio aristocratica in cui passano, rari e si- 
lenziosi come uccelli marini, i rapidi auto- 
mobili e i calessi padronali. 

Ma questa Rio è a sua volta affatto dif- 
ferente dalla Rio commerciale, insediata nei 
bassi palazzotti dell'antica Rio aristocratica, 
dai curiosi balconi in ferro battuto e le pa- 
reti in ceramica bianca ed azzurra come le 
indiane. Par d'essere veramente in India od 
in Cina. Le bottéghe si seguono fitte fitte, le 
une dopo le altre, incorniciate da lampioni, 
da festoni di carte argentate frastagliate come 



La città aristocratica • la città commerciale 19 

nelle nostre fiere, appena divise da un pila- 
stro quadrato. Non ci sono vetrine, non soat- 
fali ; la merce pende per ogni dovè, dal sof- 
fitto, dalle colonne, ingombra il pavimento, 
si innalza sulle aste appoggiate agli angoli 
della bottega. Tutto è colorato, movimentato, 
pieno di luci, di suoni, di grida. Le vie sono 
riboccanti di uomini e di veicoli di ogni fog- 
gia e di ogni colore ; automobili scuri, trams 
rossi dalle tendine cerate verdi luccicanti 
come erba rugiadosa, e carretti elegantemente 
disegnati come quelli siciliani, e carri fune- 
bri violetti che corrono al galoppo seguiti da 
carrozze aperte in cui i piangenti spariscono 
sotto i fiori e i nastri vivaci ; fattorini , neri 
dalla camicia rossa e la variopinta cassetta 
di latta sotto il braccio, e garzoncelli oliva- 
stri il cui capo scompare sotto il panno scar- 
latto che ricopre la cesta che essi portan cor- 
rendo, con meraviglioso equilibrio, sulla nuca, 
e giornalai fissi immobili nei loro minuscoli 
padiglioni cinesi dai draghi spaventosi e dai 
campanellini rilucenti. Tutti vanno, vengono, 
si incrociano, si salutano rumorosamente, 
neutre i venditori ambulanti urlano, schia- 
nazzano richiamando l'attenzione del pub- 



Il 

l 



^0 NEL MAKB DT nUANABARA 

blico con strumenti musicali di ogni ge- 
nere. 

< Questa è la Ilio rumorosa, la Kio luminosa. 
Alle sette di sera (più ci si avvicina all'e- 
quatore più il giorno è ugualmente corto), 
tutte le botteghe, tutti i venditori ambulanti, 
tutti i chioschi accendono i loro fanali, i loro 
globi colorati, i loro draghi fantastici, men- 
tre dai fari elettrici i)iove sulla strada un 
diluvio di luce bianca. Le vie paiono incen- 
diate, e sotto Fonda luminosa che par voglia 
competere coll'onda del sole, il movimento, 
le grida continuano fino a notte inoltrata. 

Ma v'hanno ancora delle altre Eio, la Rio 
dei sobborghi, la Eio della spiaggia di Hipa- 
nema, di Oopacabana, che si spande tacita 
coi suoi villini silenti lungo le rive del mare 
incantato, lungo le baie appartate, nascoste 
dalle antiche niangimre, dai leggieri cedri del 
Libano, la Rio dei monti, la Rio di Santa 
Teresa colle casette sparse sul monte, sepa- 
rate le une dalle altre dalla foresta impene- 
trabile, rilegate ciascuna al centro da un ra- 
pido tram elettrico che si inerpica sbuffando 
in mezzo alla foresta coperta di liane e di 
orchidee. Fra Santa Teresa e la città costiera 



La Rio delle isole 21 



c'è un abisso. Su esso un lungo ponto sospeso 
permette di dominare i quartieri popolari 
sottostanti, e il monte e il mare. 

V'ha poi la Eio delle isole. L'isoletta Fi- 
scale, col prezioso jialazzo che tutta la oc- 
cupa ; Pisola da^ Cóbras (dei Serpenti), la prima 
isola abitata, la rócca forte degli Ugonotti, che 
riproduce in mezzo al mare un poco la Rio della 
fortezza, e l'isola dei Marinai coll'elegante col- 
legio navale che sorge in mezzo ad una fo- 
resta di navi a vela ed a vapore, presso l'i- 
sola Easa^ sparente quasi nell'acqua sotto 
il peso dei suoi cannoni minacciosi; l'isola 
di Santa Cruz, un paradiso, giardino ridotto 
a frutteto e a orteto da un geniale industriale 
filantropico che in un'altra isola ha costrutto 
dei cantieri in cui lavorano centinaia di ra- 
gazzi orfani ed abbandonati. Egli li raccoglie, 
li istruisce, li fa lavorare, dà loro, oltre a un 
piccolo salario che va a libretto, una si)lon- 
dida casa, il mantenimento, lezioni di musica 
e vestiario, dotando così il paese di un prezio- 
so orfanotrofio laboratorio, ugualmente utile 
al paese, ai piccoli abbandonati ed a se stesso. 

E tutte queste Eio si intrecciano, si se- 
^uon, separate le une dalle altre da verdi 



L 



S2 NEL MARE DI GUANÀBARA 

giardini, in cui si addensano a imitazione 
della natura tutte le piante dell'universo, da 
viali di alti palmizi che torreggiano superbi 
al disopra dei fumaioli degli edifici, da tuffi 
di foresta vergine che immergono la città 
nella verdura, come le isole della baia nelle 
onde del mare. 



II. 

Lo Stato di San Paolo. 

Le Foreste. 

Lo Stato di San Paolo assomiglia assai a 
quello di Minas Geraes con cui è confinante. 
Sono monti o meglio colline susseguentisi le 
une alle altre come le nostre langhe dell'Asti- 
giano, e che vedute dall'alto danno l'impres- 
sione di onde in temi)esta ; sono altipiani si- 
lenti, e fiumi e canali e rigagnoli scorrenti 
in mezzo ad una verzura lussureggiante. Ma 
quello che più colpisce nello Stato di San 
Paolo, specie coloro che non hanno ancora 
veduto le altre regioni del Brasile, sono le 
ne foreste. Da Santos a San Paolo, da San 
'aolo a Eiverón Preto, la terra — inoltran- 
osi a piedi, in carrozza od in ferrovia — 



24 LO STATO DI SAN PAOLO 

ù tutta coperta di foreste vergini le più 
varie e meravigliose che si possano imma- 
ginare. 

Quando si parla di una foresta vergine, noi 
ICuropei ci immaginiamo sempre necessaria- 
mente i grandi boschi che abbiamo visti nelle 
nostre montagne, un suolo nudo e brullo su 
cui querele e pini altissimi stendono mae- 
stosi i loro rami ; qui niente di tutto ciò. La 
foresta vergine non è intanto mai coperta di 
una sola specie di alberi, non ha quasi mai, 
almeno nel Brasile, il suolo nudo. Licheni 
grigiastri, e verdi muffe, e leggeri licopodi dai 
fiorellini bianchi formano un soffice tappeto 
ubertoso; sopra essi, fra le felci arborescenti 
e le palme nane, tremano le sottili foglie 
trasparenti delle timide sensitive. Qua e là 
alcune immense lìuingiieire, dal cui tronco ru- 
goso i)artono infiniti e contorti rami gigante- 
^vM^ interamente coperti di dure foglie, for- 
mano una fitta volta impenetrabile, sormon- 
tata dai sottili tronchi degli alti liipé che driz- 
zano verso il cielo i rami svelti e nudi, coro- 
nati di ciuffi di fiori giallo dorati, simili a quei 
VtVLzì smaglianti che guizzano nelle notti fe- 
stose, formando nel cielo una margherita 



Nella foresta 25 



che ricado in pioggia luminosa. Quasi tutti 
gli alti alberi dei boschi hanno più o meno 
questa forma di razzo coi lunghi rami nudi, 
ed il ciuffo di foglie e di fiori alPapice, che 
cerca attraverso il fitto fogliame di fai'si 
strada verso il sole. 

Presso alVhipé, l'albero sacro, di cui gli 
indigeni fabbricavano le loro freccio, voi po- 
tete vedere delle famiglie intere di Pm Brasil 
(legno ardente donde si trae il rosso tintorio), 
da cui il Brasile proso il nome, i cui figli si 
elevano seri, impettiti sotto il vigile occliio 
di una grave madre incatenata nelle grosse 
liane che la serrano come bende di mum- 
mia egizia. Liane, liane, liane, ecco il sim- 
bolo della foresta vergine; liane di tutti i 
colori, di tutte le età pendono per ogni dove, 
or grosse come alberetti, or sottili come vi- 
ticci di vite, ora inalzantisi a scala infinita, 
or formando una molle amaca fiorita, ora 
cadendo al suolo come salici piangenti, ora 
foggiando colle leggiere campanule azzurre 
che vi si intrecciano colle rosee orchidee che 
vi si fissano, degli arazzi smaglianti, delle cu- 
j)ole trasparenti. Le liane accompagnano la 
pianticina al suo primo uscir dalla terra ; le 



26 LO STATO DI SAN PAOLO 

liane uccidono, soffocano la pianta adulta per 
far posto alle nuove generazioni. 

Per la strada ferrata che da San Paolo con- 
duce a Riverón Preto, la regione del caffè, 
la foresta ci accompagna in tutte le forme 
più variate, in tutti i colori più strani. 

Ora un bosco ondeggia ai nostri piedi colla 
sua inestricabile chioma, che non permette di 
vedere i^tronchi maestosi di cui è la volta ; ora 
una foresta bruciata ci getta in faccia le ulti- 
me ondate di fumo, e del fuoco che la incene- 
risce; e in mezzo alle ceneri lasciate dalle 
liane, dalle erbe, dai rami, dagli arbusti, i 
tronchi abbattuti si stendono neri come bare, 
mentre i giganteschi jequiritiba, i re della fore- 
sta (alti 50 a 60 metri), risparmiati dalla scure, 
si ergono come torri minacciose da cui pen- 
dono lacerati stendardi di liane e di rampi- 
canti abbruniti. Poco lungi da questo campo 
di battaglia, sanguinante ancora di morti e 
di feriti, altri boschi caduti e già riverdeg- 
gianti passano sotto ai nostri occhi in cui gli 
arras violetti e le rosse malvacee intrecciano 
i loro colori e i loro profumi ai verdi cespugli 
che paiono ricresciuti là ad indicare l'eterna 
circolazione della vita che nasce dalla morte. 



L^ oppressione della foresta 27 

Ma dopo un'ora, dopo due ore, dopo tre 
ore la foresta comincia ad oi)primervi. Ho 
detto che mai si sente così bene l'idea del- 
l'infinito come nel mare di Guanabara, perchè 
le isole che vi formicolano ne moltiplicano 
l'ampiezza ai nostri occhi. Ma quando dentro 
uno spazio ristretto la vita si accumula, si 
sovrappone così furiosamente come in una 
foresta vergine, non è più il senso dell'infi- 
nito che vi penetra, ma quello della solitu- 
dine, della sfiducia nelle proprie forze. Dopo 
qualche ora una foresta di cui non vedi ne 
il principio né la fine, non è più imponente, è 
umiliante. Ohe cosa può fare l'uomo davanti 
a quelle liane, a quei cespugli che gli sbar- 
rano il passo, la vista, l'udito? Non provate più 
quivi" lo sconforto dell'uomo solo nel mondo, 
ma lo sconforto dell'uomo solo in una grande 
città animata, in cui tutti gli individui che 
incontra, che vede, vivono, e si agitano in- 
differenti ai suoi bisogni, ai suoi desideri. 
Davanti, di dietro, di sopra, dì sotto, liane, 
uccelli, fiori, alberi che vivono per sé, fra sé, 
che non ti chiamano, che non ti invitano, che 
ti ricacciano lungi da loro, come un intruso. 

Dopo aver viaggiato per delle ore e delle 



28 LO STATO DI SAN PAOLO 

ore attraverso alla foresta vergine, si capisce 
la vendetta dell'uomo che la brucia, anche 
senza un bisogno urgente, solo per sentirsi 
trionfante di questa natura indomabile : solo 
per vederla bruciare. 

L'incendio di una foresta è uno degli spet- 
tacoli più frequenti a cui si possa assistere 
nel Nuovo Mondo. Non avviene però a caso 
come immaginiamo noi, disabituati da secoli 
a questo spettacolo. La foresta viva non bru- 
cia spontaneamente, come tanto spesso rac- 
contano i libri di viaggi. Se qualche liana pi- 
glia fuoco, l'umore delle grandi piante basta 
ad arrestare l' incendio o almeno a salvare le 
l)iante d'alto fusto, mentre gl'intricati cespu- 
gli che limitano l'aria in basso finiscono per 
soffocar il fuoco più vivo. Per bruciare una 
foresta bisogna [abbatterla prima, lasciarne 
seccare i)er alcuni mesi gli alberi abbattuti, 
le liane, le erbe recise ; e isolare il recinto 
da bruciare con una larga strada nuda. Il 
darvi fuoco è una funzione solenne. Tutti i 
coloni della fazencUi, del villaggio, della co- 
lonia dove si intende bruciare il bosco, cin- 
quanta, cento, duecento persone, quante se 
ne possono radunare, si collocano all'intorno 



La foresta in fiamme 



del bosco destinato al sacrificio con delle 
torcie resinose in mano ; allo scoppio di molti 
petardi, segno che la battaglia è ingaggiata, 
tutti gli uomini danno fuoco contempora- 
neamente, poi fuggono lontano, mentre dalla 
foresta partono colpi, grida, sibili disperati. 
Gli alberi pieni di umore scoppiano con gran 
fracasso, lanciando quali bolidi grossi tronchi 
e rami lontano, attraverso al sentiero isolante, 
mentre i rami più verdi si contorcono in spa- 
simi spaventosi e le liane, le erbe pii\ secche 
bruciano con fiamma vivissima che copre dei 
suoi bagliori l'orizzonte. Sembra un cratere in 
fiamme, un incendio che voglia incenerire il 
mondo. Tutto ciò non dura che mezz'ora, ben 
presto il fumo invade il luogo dell'incendio 
e copre ogni veduta. Quando il fumo si di- 
rada il bosco è ridotto ad un braciere, ar- 
dono i tronchi, arde la terra; qua e là lingue 
di fuoco serpeggiano sotto ai mucchi carbo- 
nizzati mentre gli alti alberi risparmiati dalla 
scure, scuotono l'annerita chioma al cielo 
quasi chiamando vendetta. Bruciato il bosco, 
i boscaiuoli — dei neri di solito — vengono 
a raccogliere il carbone, ad affastellare i tron- 
chi rimasti, a seminare il maiz^ l'unica pianta 



80 LO STATO DI SAN PAOLO 

che possfi dar frutto raccoglibile nella foresta 
iiiniciatii, I tronchi recisi stanno in piedi per 
anni v ]>0r anni, anche quando una cultura 
regolare di grano o di riso abbia sostituita 
quella del niaiz, fino a che dopo decenni le 
formiche ed il tempo abbiano ragione della 
loro coin}»agìne e li demoliscano a poco a poco. 

San Paolo. 

San Paolo, la capitale dello Stato omonimo, 
situata su un largo altipiano ondulato che dà 
Pilinsione di esser nei dintorni di Firenze, 
concenti a in sé l'ammirazione di tutti i Bra- 
silianij stupiti ed orgogliosi di avere anch'essi 
una città americana, piena cioè di quello spi- 
rito di orgoglio, di intraprendenza, di ardore, 
di attività divorante che manca alle antiche 
metropoli brasiliane. 

Il territorio ove ora sorge San Paolo era abi- 
tato nei tempi preistorici da una tribù indiana, 
che i Gesuiti riescirono a domare ed a far lavo- 
rare. Poiché era prossimo a Santos, il porto più 
facile e comodo del Brasile, fu scelto per fon- 
darvì un centro donde irraggiare nel fertile 
territorio circostante. 



La città di San Paolo 31 

La città però non ha conservato nulla nel 
suo aspetto che ricordi l'antico dominio dei 
servi di Dio, che nel giorno di San Paolo vi 
pronunciarono la prima messa, dalla cui so- 
lennità il luogo prese il nome. L'antico col- 
legio dei Gesuiti è stato trasformato in casa 
del Governo, ed il palazzo che essi avevano 
costrutto per T^mcyra^ il capo degli Indiani 
sottomessi, è stato surrogato dal convento di 
Sdo Bento. — Attorno a questi venerandi edifici 
sorgono ora nuovi palazzi, che ai fasti antichi 
non furono presenti : la Scuola di diritto, una 
delle più importanti del Brasile, che diede la 
maggior parte degli uomini politici del paese ; 
ed il Politecnico, da cui escirono gli ingegneri 
che costrussero le splendide e complicate fer- 
rovie, necessarie a riallacciare le immense 
Provincie della repubblica tra di loro. Città 
industriale e commerciale di primo ordine, 
San Paolo concentra in sé e nel suo ricco 
Stato metà del commercio di esportazione e 
di importazione del Brasile. 

Ospedali, ospizi degli emigranti, scuole ele- 
mentari e superiori, farmaceutiche e com- 
merciali, per donne, per uomini, per bam- 
bini, niente manca a far di San Paolo una 



• 



32 LO STATO DI SAN PAOLO 

città comoda e colta. Le belle strade, le mi* 
1^ merosu piilazzine, i lunghi viali ombrosi, le 

I . botteghe lornitissime, i giardini, i musei, i 

1 ' tramsj le carrozze, i clubs, gli automobili, le 

l numerose colonie agricole dei contorni ne 

fanno una delle città più moderne ed a buon 
1 mercato dell'America Meridionale; i teatri 

^ nuiuerOBÌj i campi di corse e soprattutto il 

giardino-flera che olezza nei dintorni dell'Ipi- 
ranga, ne fanno una delle città più diver- 
tenti. In questo giardino sono raccolti in per- 
manenza tutti i baracconi che da noi in car- 
nevale «onu sparsi per le diverse piazze delle 
città. Tutta San Paolo vi si riversa la domenica, 
nei calessi, nei trams, a piedi, invade i caffè, 
le giostrej ì teatrini, i toboga, le carrozzelle ti- 
rate da capre, e tutto il ben di Dio che sa 
imniaginare la società moderna per divertire 
gli uomini; la banda municipale vi suona 
nel dopopranzo compiendo così la festa di 
questo giardino, che è una delle attrattive 
più forti dei popolani e provinciali dello Stato. 
Opera di un italiano, di un garibaldino, 
anzi, il Bezzi, da quarantanni domiciliato nella 
Bepubblica Brasiliana, a cui diede una serie 
di palazzi pieni di originalità e di arditezza, è 




L'Ipiranga 'ò'ò 



Vlpiranga il più bel palazzo architettonico, a 
detta di Eliseo Keclus, che possegga il Bra- 
sile, che resterà insieme testimonio della ric- 
chezza di San Paolo e del genio architetto- 
nico italiano nel Brasile. 

Questo monumento, eretto a celebrare la 
indipendenza del Brasile, che in quel punto 
fu proclamata a pochi passi del fiume da cui 
Vlpiranga prese il nome, è destinato a con- 
tenere gli esemplari della flora, della fauna, 
dell'etnologia e storia del Brasile. La fauna e 
la flora e l'etnologia brasiliana così variate 
per forme e colori, e la cura con cui il mu- 
seo è stato ordinato, rendon Vlpiranga uno 
dei più interessanti musei del mondo. Gli 
animali, le piante, i ricordi degli Indiani non 
sono accatastati nelle vetrine, ma disposti 
al vivo su uno sfondo dipinto a panorama; 
voi vedete sulle azzurre acque del Eio delle 
Amazzoni nuotare dei pesci così vivamente 
colorati come le farfalle, e volare delle farfalle 
che sembrano dei fiori, e correre degli uccelli 
che hanno le forme più strane ed inattese, 
e li vedete coi loro nidi, colle loro dimore, 
sui loro alberi coi loro compagni di vita, 
nei loro atteggiamenti naturali. I serpenti 

Ferrerò, America del Sud, 3 



B4 LO STATO DI SAN PAOLO 

dormono, strangolano, spiccano salti che sem- 
bran voli, facendo brillare le variopinte scaglie 
che luccicano con riflessi metallici accanto 
alle case delle formiche, di cui potete pene- 
trare nei più intimi meandri. 

Il carattere più spiccato della città è la sua 
italianità. Si sente parlare italiano più a 
San Paolo che a Torino, a Milano, a Napoli^ 
perchè mentre da noi si parla il dialetto, a 
San Paolo tutti i dialetti si fondono sotto 
l'influsso dei Veneti e dei Toscani, che sono 
in maggioranza, ed i nativi adottano l'italiano 
come lingua ufficiale. 

San Paolo conta una cinquantina di scuole 
italiane, più numerose società italiane di mu- 
sica, di pittura. Vini, pane, automobili, ve- 
sti, panni, libri^, réclanies, tutto è italiano. 
Xelle rivendite alimentari voi vedete delle 
montagne di scatole di pomodoro siciliano, 
di paste napoletane : nei negozii di vestiario 
figurano tutti i nostri cotoni lombardi, le 
nostre sete comasche, i nostri cappelli fioren- 
tini od alessandrini. 

Immaginate ora la gioia di tutti questi Ita- 
liani da dieci, da venti, da trentanni lontani 
dalla terra natale, lottanti contro tutto e contro 



U italianità di San Paolo B5 

tutti, nel vedere arrivare tra loro un italiano, 
un vero italiano, che era venuto dalla patria 
non per cercarvi oro o fortuna, ma per spar- 
gere un soffio di italianità fra quelle terre, 
per far sentire che cosa sapeva ancora fare 
l'Italia; un italiano che ministri e deputati 
della Repubblica inchinavano con tanta ve- 
nerazione, a cui prestavano un treno spe- 
ciale, che ospitavano a cura dello Stato ; nel 
vedere un bambino nato nel paese dove essi 
avevan giocato bambini, nel paese che era 
rimasto, nei loro occhi, nei loro cuori, come 
il Paradiso terrestre negli occhi di Adamo e 
di Eva! Fu un delirio, una frenesìa. Venti- 
mila, trentamila Italiani erano venuti ad in- 
contrarci. Oi aspettavano da parecchie ore sul 
grande piazzale della stazione, nelle vie adia- 
centi. Ciascuno di noi fu sollevato di peso, 
collocato in grandi carrozze dello Stato in 
mezzo alla folla urlante che ci copriva di 
fiori, che avvivava in noi tutto quanto ricor- 
davamo a loro dell'Italia, le città, gli eroi 
patrii, la scienza, le glorie antiche, le glorie 
moderne, i nomi piti cari a loro, i nomi più 
Bari a noi, il nome sopratutto di Cesare 
Lombroso. 



B6 LO STATO DI SAN PAOLO 

Quundo v'erano stati i festeggiamenti a 
, Torino di mio padre, dall'America Meridionale 

I era giunta una lettera collettiva a nome 

degli emigranti italiani riconoscenti pel bene 
che aveva fatto ad essi la gloria sua, ultimo 
riparo dietro a cui avevano potuto orgogliosi 
drizzare il capo. Bell'America Meridionale 
dap]>ert vitto la legislazione è stata modificata 
in buse alle teorie di mio padre, ed il nome 
di Lombroso è diventato perciò familiare fra 
quella gente come quello di Garibaldi e di 
;5litzzini, gli altri Dei protettori del nome 
d'Italia. 

Por un'ora la folla ci seguì così, esultante, 
P' delirante, gridante; né dopo ci abbandonò 

* più completamente: la strada dell'albergo che 

ci ospitava era occupata in i^ermanenza da 
gruppi dì giovani che stavano a guardare 
ed aspettare. Circoli, clubs meridionali e set- 
i tentriimiili, scuole, fabbriche e ospedali, foto- 

grati, tutti volevano cogliere una traccia di 
noi, darci una pergamena, un regalo, un 
mazzo di fiori. Xell'albergo, imbandierato per 
l'occaBÌune, v'era nel grande salone la tavola 
bandita ogni giorno per ventiquattro persone ; 
e ogni giorno dei fiori, oh ! dei fiori come in 



Liete accoglienze degli Italiani ^ 37 

nessun paese del mondo, delle rose celesti come 
il cielo, delle orchidee bianche come la neve, 
rosse come il sangue, violetto-cupe come ame- 
tiste ; e insieme ai fiori arrivavano ogni giorno 
ricordi dell'arte locale antica e moderna : for- 
miche vestite, farfalle, ascie, dolci, frutti, gio- 
cattoli di ogni specie. I teatri diedero in nostro 
onore spettacoli italiani. Il console italiano 
comm. Barone, che ci fu compagno nei pranzi 
e nelle feste, piangeva, commosso, a calde la- 
crime ; ed in fondo in fondo ero commossa an- 
ch'io, non per le feste che ci tributavano, ma 
per la gioia di tutta quella gente, gioia che 
segnava la loro intensa sete di patriottismo, 
così barbaramente delusa dall'Italia conti- 
nentale. Niente, niente fa l'Italia per gli Ita- 
liani di laggiù, assolutamente niente. Un ita- 
liano, il presidente della Camera di Commercio, 
ci diceva, che avendo scritto al Governo per 
avere un sussidio onde aprire una esposizione 
di industria italiana o pigliar parte almeno 
a quella prossima che si terrà a Rio Janeiro.... 
aveva avuto come promessa.... notisi, 500 
lirellll 

E c'è nello Stato di San Paolo più di un 
milione di Italiani, molti dei quali ricchi 



38 LO STATO DI SAN PAOLO 

e disposti a comperare merce italiana solo 
jierchè italiana, e gli Italiani di qua si affa- 
ticano a cercare sbocchi ai loro prodotti là 
dove sono inesorabilmente respinti. Ma dap- 
pertutto è così, l'Italia continentale pare 
ignorare t^ompletamente la sorte dei suoi 
tìgU lontani, e non cerca in alcun modo di 
dar loro aiuto, di conservare a loro l'amore 
per la iJatria, amore che potrebbe in futuro 
e anche in presente esser di così forte ap- 
poggio a quelli rimasti. 

ifELLE « FAZENDE » DEL CAFFÈ. 

JMa non posso finire di parlare dello Stato 
di San Paolo senza dire delle fazende di caffè, 
quella parte, credo, che più interessa gli Ita- 
lianij i quali hanno nelle fazende stesse mi- 
gliaia dì compatrioti. 

L'organizzazione di una fazeiida è molto 
dilierente da quella delle nostre campale, 
ville, fattorie, o tenute. Ciò dipende dal fatto 
che in Europa la campagna serve unicamente 
per alimentare i suoi coltivatori o le città 
vicine, ma raramente è sfruttata con un 
solo genere di coltivazione ad uso sopratutto 



Origine delle ""fazemle^ 39 

commerciale, con tutti gli impegni e le esi- 
genze delle solite industrie, come è invece 
il caso della fazenda di caffè, della hodega 
<ìi vino, delVingenho di zucchero argentino o 
brasiliano. 

La origine di queste aziende agricole deve 
«ssere cercata nelle fattorie che Olandesi, 
Veneziani e Francesi stabilirono prima nel- 
Plndia per coltivarvi o raccogliervi le droghe 
preziose. Si tratta cioè molto più che di una 
tenuta agricola, di una industria in cui la terra 
rappresenta la materia prima, che viene tra- 
sformata a mezzo di macchine e di salariati, 
i quali non vi mettono alcuna esperienza, 
né iniziativa, né ingegno personale. Queste 
aziende agricole si basarono in Brasile dap- 
prima sul lavoro di schiavi neri importati dal- 
PAfrica. (In qualche tenuta Francesi e Ge- 
suiti usarono il lavoro degli Indi, ma l'Indo 
-é così indipendente per indole che mai i f((r 
zendieri poterono contare su essi in modo 
regolare). Lo schiavo abitava vicino al pa- 
drone. Accanto alla casa del fazendero si 
^/Ostruiva un lungo muro circolare che si 
chiudeva la notte; verso l'interno del muro 
v^enivano costruite le camere degli schiavi. 



[ 



r 

40 LO STATO DI SAN PAOLO 

Al suono di una campana gli schiavi si al- 
zavano^ al suono di una campana si cori- 
y cavano ; se la terra rendeva più. o meno ^ 

: se il caft'è era più o meno caro, la cosa non 

p li riguardava in alcun modo. Essi non erana 

L interessati al reddito, né alla variazione delle 

colture, rìdt^tte, del resto, a quelle del caffè e 
* dello zuccliero. Le pretese degli schiavi e dei 

I ricchi signori erano poche. Zucchero e caffè^ 

frutti naturali, mao-mao, yàbuticaba, hanane,, 
^ amiìms^ uniti ai prodotti della caccia o della 

peBca (spesso nelle fazende c'è un lago, sem- 
pre uu bosco), erano l'alimento costante degli 
agricoltori e dei padroni. 
La fazmida moderna si è assai modificata» 

IEasa comprende ora ordinariamente: un grosso 
territorio di bosco vergine; un campo dove 
ai coloni è permesso di seminare il maiz o 
il risa e un grande prato in cui pascolano 
gli armenti dei coloni. Il colono è un mi- 
sto di bracciante e di mezzadro: è brac- 
ciante ili *iuanto è pagato un tanto ogni 
mille piedi ili caffè che cura e ogni tanti 
sacchi di i^affè che raccoglie; è colono in 
quanto riceve dal proprietario la casa, un 
orticello, un pezzo di campo dove coltiva il 



r^ 



La ^fazenda„ moderna 41 

SUO grano, e un pezzo di prato ove pascola 
le sue bestie. Quasi tutte le /«^eurfe hanno la 
loro cappella, la loro fontana, il loro ospedale, 
i loro artigiani, il loro medico, il loro prete. 

In alcune fazende meglio amministrate, il 
proprietario tiene anche vaccheria e fornisce 
ai coloni frutta e latte gratis^ in tutte for- 
nisce cibarie e strumenti agricoli contro paga- 
mento. Alla casa comune dentro il muro di 
cinta degli schiavi sono state sostituite cen- 
tinaia di piccole casette, aprentisi in va- 
rie strade, raggruppate a cinquantine qua 
e là in diversi punti della mffeiera (così si 
chiama lo spazio dove si coltiva il caffè). 

Nello Stato di San Paolo le caffekre sono 
tutte concentrate in uno spazio ristretto che 
va da Campinas a Riverón Preto. Lasciata Cam- 
pinas, per ore ed ore scendiamo, saliamo, ci 
arrampichiamo per le rosse colline in cui i 
verdi arbusti stanno amichevolmente alli- 
neati. Una terra si apre ogni tanto, una larga 
striscia di Incus rossa nuda, in cui un centi- 
naio di case bianche stanno appollaiate come 
greggio a ridosso del colle. E le fazende si 
seguono tutte egualmente verdi, a filari, 
tutte segnate dalle bianche case coloniche, 



4ÌÌ LO STATO DI SAN PAOLO 

dagli ei!isiccatoi neri adiacenti alle fabbriche 
dove si pulisce il caffè, e dalle piccole case 
del fttzeìukroj che spariscono sotto una fitta 
vegetazione di gelsomini. 

Le casette dei contadini sono costituite da 
una camera centrale, cucina, che si apre sulla 
strada^ una piccola retrostanza che si apre 
sul giardino dove sta il forno, e due camere 
laterali da letto. 

Vi souo casette per le famiglie patriarcali, 
con maggior numero di camere da letto, ed 
lina camera centrale più grande. Come nei 
villaggi, ciascuna casetta è attorniata da un 
orticello in cui spesso i coloni innalzano 
auelie una stalla per le loro bestie. 

Il calie è un cespuglio simile assai a quello 
della nostra camelia, colle foglie verdi lucide, 
dure, e gruppi di fiorellini bianchi profumati 
come quelli del nostro gelsomino. Ogni fiore 
produce una bacca (prima verde, poi rossa, 
dolce e pastosa al inalato, presso a poco come 
quella delle nostre giuggiole), entro a cui è 
un grano verde che contiene due chicchi di 
catte. La i>ianta fiorisce e fruttifica tutto 
Panno, così che in certi paesi il caffè si rac- 
coglie quattro volte. Il caffè si coltiva sui de- 



La lavorazione del caffè 43 

clivii delle colline in filari, perciò la catteiera 
ha tutto l'aspetto delle nostre viti. Il lavoro 
del colono consiste principalmente nel tener 
pulita la pianta, nel riguardarla cioè dall'in- 
vasione delle erbacce, e nella raccolta del 
frutto. La sarchiatura sì fa in alcune fazemle 
tre volte all'anno ; in questo caso è un lavoro 
abbastanza duro ed intenso, perchè le erbe 
<5he si infiltrano fra le piante del caffè hanno 
avuto tempo di irrobustire le radici che non 
si lasciano strappare facilmente : viceversa, 
questi coloni hanno due o tre mesi di va- 
canza negli intervalli. 

In altre fazemle si continua a mondare il 
caffè tutto l'anno ; il lavoro resta qui continuo, 
ma l'orario è più corto ed il lavoro più fa- 
cile. Lg, raccolta che ha luogo nella stagione 
invernale dura sei mesi, e si fa presso a poco 
come da noi la vendemmia. Si dovrebbero 
staccare i mazzetti di caffè e sgranarli uno 
ad uno ; viceversa, per la mancanza di brac- 
cia, generalmente si scuote la pianta e si 
raccolgono le bacche in grandi lenzuola stese 
ai piedi dell'albero. Si fan seccare le bacche 
negli essiccatoi. Quando il catte è secco vien 
messo nei sacchi e spedito. 



l 



44 LO STATO DI SAN PAOLO 

La vita che i contadini conducono nella 
fasBìida è in fondo assai simile a quella che 
conducono nei nostri villaggi. Anche nella 
fammìU) il sabato sera giovanetti e giovanetto 
della stessa colonia si vedono, si ritrovano^ 
Hi bisbigliano parole di amore, improvvisano 
danze campestri e canti e recitativi nelPes- 
8Ìccatoi(> che tiene luogo dell'aia. Anche qui 
alla domenica alla messa solenne si inaugu- 
rano i vestiti, anche qui la posta arriva tutte 
le settimane recando ai coloni le notizie della 
patria lontana, e vi sono le feste della co- 
Ionia, la festa del proprietario, gli sposalizii, 
le nascite ed i lutti comuni. Le feste che 
abbiamo ricevuto nelle fazende non hanno 
riscontro, per spontaneità e delirio di gioia, 
che in quelle che ci accolsero a San Paolo. 

^^Me fazeiide in cui eravamo preannunciati, 
i contadini ci venivano incontro in massa, 
vestiti dei loro abiti da festa; in una man- 
darono avanti le bambine vestite di bianco 
come per la prima comunione ad aprirci la 
strada offrendoci dei fiori mentre la banda 
della colonia intonava l'Inno di Garibaldi; 
in altre i coloni avevano inghirlandata la 
strada» Al nostro apparire anche improvviso, 



La vita dei coloni nella ^fazenda„ 45 

grida di evviva scoppiavano in ogni colonia, 
accompagnate da grida di gioia, da risate in- 
terminabili, da vocìi confusi. Tutti i coloni 
ci si facevano attorno, ci sorridevano, ci guar- 
davano, ci parlavano assieme e separatamente. 
O Sordello, il tuo tempo non è ancora passato 
per sempre ! Come esprimere la gioia di questi 
semplici contadini a veder degli Italiani che 
vengono a visitarli, degli Italiani che parlano 
la loro lingua, che conoscono il loro paese f 
Molti di questi coloni (quasi tutti veneti: 
di Udine, di Verona, di Vicenza, di Treviso, 
di Mogliano Veneto) hanno conosciuto mio pa- 
dre, ancora quando egli faceva gli studii sulla 
pellagra, gli altri ne hanno sentito i)arlare ; e 
<luesto aggiunge alla loro gioia ; pare a cia- 
scuno di rivedere un amico, un parente di 
quelli lasciati tra i compaesani. Le donne mi 
parlano della signora tale, della contessa 
tal'altra, che assomiglia proprio a me, che 
viveva nel loro paese ; poi del loro antico me- 
dico, e del hailotto a cui han dato il seno, e 
della chiesa del loro paese. Oi conducono in 
casa, ci fanno vedere l'altarino di Sant'An- 
tonio, che hanno portato seco dal paese natio 
e i ritratti dei loro figli, dei loro padri ; e poi 



4<i LO STATO DI SAN PAOLO 

il loro orto, le loro galline, il loro maiale ; 
ci vogliono dare del caffè, delle uova, dei ba- 
nani. Una veceliietta ci porta in un retro- 
cucina per farci vedere come ha imparato a 
fabbricare il sapone fondendo la cenere col 
grasso, e a preparare la carne, a fumarla, a 
salarla, a farne salsiccie. 

Un udinese, che è qui da trentanni, che ha 
visto ancora gli schiavi, che ha assistito a 
tutta la rapida evoluzione e rivoluzione del 
Brasile : la liberazione degli schiavi, la ca- 
iliita (lì Fedro II, la rivoluzione della marina 
^otto Peixoto, la crisi del caffè, ci fa sedere 
por forza nella sua casa. Egli è il Creso della 
tmemìa^ ha un toro isolato nell'orto e quattro 
vacche al pascolo, e dei bovini che alleva ed 
ammazza per la fazenda ; la moglie resta a 
casa a guardare una caterva di nipoti, a sor- 
vegliare i maialini, le galline, il giardino ; sta 
per sposare un suo figlio, e mi fa vedere la 
camera nuziale tutta imbiancata di fresco, in 
Ciri troneggia un immenso letto. «Pel resto 
stiamo a vedere quel che porta la sposa » — 
dice la felice suocera, ammanendoci il caffè e 
portandoci ad osservare ì suoi paiuoli di rame, 
ultimo ricordo dell'antica casa. 



Una luminaHa a Santa Yeridiana 47 

^élla fazemìu di Santa Veridìana, che ai)i)ar- 
tiene al signor Prado, una delle persone più 
intelligenti che io abbia conosciuto nel Sud 
America, i coloni ci improvvisarono addirit- 
tura una lutninaria. 

Non era ancora calata la notte ; gii ultimi 
raggi del sole tramontante spandevano una 
queta luce rossastra sulle case, sui lunghi 
filari del caffè, sul bosco alto e misterioso, 
ed ecco un continuato rumore di petardi ci 
chiama all'aperto. E non sono petardi soli, 
sono razzi questa volta che si alzano diritti 
al cielo e cadono in pioggia di fuoco, nel 
pallido tramonto, mentre fantastiche luci si 
avanzano in schiera verso di noi. Sono i 
coloni; ciascuno ha inalberato il suo lam- 
pioncino su un'asta e si avanza in colonna 
serrata verso di noi. Sono duecento o trecento 
persone, all'incerta luce del crepuscolo male 
si distinguono i loro corpi, solo si vede sa- 
lire dalla colonia questa serpe luminosa, oscil- 
lante e mormorante. Mano a mano che la 
serpe luminosa si avvicina alla casa padro- 
nale, i lampioni si accostano, i petardi, la 
banda e i razzi alternano la loro musica a 
quella dei contadini che ci dirigono dei di- 



48 LO STATO DI SAN PAOLO 

scorsi. Ad ogni discorso seguono dei formi- 
dabili evviva al Brasile, all' Italia, a noi, e 
un tuonar di mortaretti, un alzarsi di raggi, 
un batter le mani di bambini, che non ces- 
sano fino a che un tarchiato giovanotto presa 
por la vita la sua bella, pensa di improvvi- 
sane un balletto. In un momento i lampioni 
sono disposti in cerchio attorno agli essic- 
catoi, e i coloni, giovani e vecchi accoppiati 
e confusi coi figli ed i nipoti, cominciano a 
ballare al suono degli inni che si alternano 
a quello delle danze. 

In complesso, da quello che abbiamo veduto, 
ini pare che la fazenda ha per l'emigrato que- 
sto vantaggio : di permettergli di continuare 
hi v^ita in comune come in Europa, e di of- 
frirgli subito un'organizzazione simile a quella 
che lascia a casa, strumenti di lavoro, orto, ecc., 
tutte cose che quando si lascia la patria per 
la prima volta sono di grande sollievo. Il la- 
voro che il caffè richiede non è ditìicile, né 
duro, né pericoloso, poiché il caffè non può 
essere coltivato in terreni i)aludosi, né in 
climi troppo caldi, né troppo freddi. Le ma- 
lattie infatti che si verificano nelle colonie, 
il tracoma agii occhi e Vanchilostoma duocle- 



17 vero male détta ^f agenda „ 40 

'iULlis alPintestino, sono prodotti non già dal 
clima, ma dalPagglomero di popolazione in 
on punto e dal bere l'acqua degli stagni spesso 
cattiva. 

Il vero male della fazenda che attira le ire 
del colono e che egli attribuisce confusamente 
al clima, al caffè od al padrone, è la retri- 
buzione, la quale in realtà è scarsa, specie 
dopo la crisi del caffè, che ha ridotto assai i 
guadagni dei fazenderi in Brasile e dopo che 
le migliorate condizioni economiche delPEu- 
ropa hanno aumentato i salarli nel vecchio 
mondo. 

H colono viene retribuito in media con 
90 lire ogni mille piedi di caffè e un tanto 
di interessenza. 

Ecco i libretti di due famiglie di coloni di 
una fazenda che abbiamo visitato, l'uno di 
contadino benestante con molte braccia dispo- 
nibili e l'altro di una famiglia miserrima co- 
stituita da un uomo e tre bambine. Avverto 
che il milreis vale lire 1,50. 



Fbbbbbo. America del Sud, 



50 



LO STATO DI SAir PAOLO 



:i 



1907 
Gennaio 31 



Febbraio 16 



17 



Marzo 9 
„ 21 
« 31 



Aprile 24 

„ 26 

» 28 

Maggio 8 



11 
19 
22 



Fedro Loparce, 



A. Per 40 litri di farina di meliga. 
Z>. Mano di opera di colono per 

1 giornata e V2 di lavoro a 

2 milreis 

D, Mano di opera di colono pei 

potatura 3452 piedi di caffè a 
16 milreis il 1000 .... 

A. Ritenuta per denaro riceTuto. 

Z>. Mano di opera colono per po- 
tatura di 130 piedi di caffè a 
16 milreis il 1000 . . . . 

Samuele Rodriguez per V2 S'^^" 
nata di servizio 

Mano di opera di colono per 1 
giorno di servizio 

A. Per 50 litri di farina di maiz. 

A. Ritenuta per denaro ricevuto 

A 

■^' n lì ri w • 

D. Mano di opera di colono per 
8 giorni di servizio a 2 milreis 
il giorno 

A, Per 50 litri di farina di meliga 

A, Luigi Chiacchia per 1 ordine 
N.° 43 di pagamento. . . . 

D. Mano opera colono potatura 
3483 piedi di caffè a 16 milreis 
il 1000 

A, Dott. Martinelli per servizio 
medico di questo mese . . . 

D. Mano di opera colono per 1 
giorno e Va di servizio a 2 
milreis il giorno 

A. Ritenuta per denaro ricevuto . 

D, Geronimo Gatardo per 1 car- 
rozza di maiz 

A, Ritenuta per denaro ricevuto . 

•^» n T) lì n • 

Spese diverse per 1 viaggio di 
legna 

Spese di vitto per 1 Kg. di 
carne 



Da riportarsi 



Dare 
3 600 



20 000 



4 500 
35 212 
20 000 



4 500 
30 000 

1400 

18 828 

30 000 
13 000 

2 000 

600 



183 640 



Avere 

3 000 
55 232 

2 080 
1000 

2 000 

16 000 

55 728 

3 000 
20 000 



158 040 



Le retribuzioni nelle ^fazender 



51 



1907 
Maggio 27 
31 

Giugno 1 
6 



17 

Y) 

20 
23 



Luglio 



25 

7 

r 

12 



31 



Agosto 17 
20 
26 



Bipor/o 

J.. Pietro Vasques per una sot- 
toscrizione a questi .... 
D. Mano di opera di colono per 

18 giorni di servizio. . . . 
Z>. Siiyerio per 1 giorno dì lavoro. 
D. Bigoli Antonio per V* di gior- 
nata di lavoro 

Mano di opera di colono 3.^ e 4.' 

potatura 3483 piedi di caffè 456. 
A, Dott. Martinelli per servìzio 

medico di questo mese . . . 
A. Spese generali per 12 sacchi 

di 1.* raccolta (l'uno 1500) . 
A. Spese di verdura per 20 Kg. 

patate 

A. Spese diverse per 7 viaggi 

di maiz 

A, Spese di cibarie (3 Kg. di 

carne a 600 al Kg.) .... 
A, Per 6 litri di caffè buono 

(Va sacco) 

A, Ritenuta per denaro ricevuto . 
A. Dott. Martinelli per servizio 

medico del mese 

A^ Ritenuta per denaro ricevuto. 
Spese di bestiame per 4 litri di 

latte a 200 il litro .... 
D. Mano di opera di colono pei- 

1 giorno di lavoro .... 
Z>. Mano di opera di colono per 

90 alquieres di caffè colto. . 
A. Multa per disobbedienza al 

sorvegliante 

D. Mano di opera di colono per 

164 alquieres di caffè colto . 
O. Matteo Framiro per 1 V* gior- 
ni di servizio 

D. Emilio Lopes per 1 giorno 

di servizio 

A. Dott. Martinelli per servizio 

medico di Luglio e Agosto 
Spese di cibarie per litri 11 Va 

di latte a 200 



Darr 
183 640 


AVER» 

158 040 


000 


— 


— 


36 000 
2000 


— 


1500 


— 


111456 


1400 


— 


18 000 


— 


1000 


— 


14 000 


— 


1800 


— 


2 500 
10 000 


— 


1400 
74 756 





800 


— 


— 


2 000 


— 


45 000 


2 000 


— 


— 


82 000 


— 


3 600 


— 


2 000 


2 800 


— 


2 300 


— 



Da riportarsi 316 896 448 496 



52 



LO STATO DI SAN PAOLO 



1907 



Settomb 


. 8 
10 


r 


ìì 


ìì 


23 


» 


29 


n 


30 


Ottobre 


10 
12 


n 


« 


n 


13 


n 


18 



Riporto 
A. Ritenuta per denaro ricevuto. 
D. Mano di opera di colono per 

110 alquieres di caffè colto . 
Z>. Mano di opera di colono per 

2% giórno di servizio a 2 
Mano di opera dì colono per 90 

alquiere8 caffè colto a 600 reis. 
A, Spese generali per aggiusta- 
tura di una lima. . • • 
Z>. Mano di opera di colono per 

7 giorni di servizio a 2 milreis 
A . Ritenuta per denaro ricevuto . 
Z). Deduzione per restituzione dì 

9 sacchi a 1600 milreis Puno 
A. M. Villela per medicamenti 

conforme conto 

D. Deduzione per restituzione di 

3 sacca a 1500 il sacco. . 
D. Mano di opera di colono per 

potatura di 8483 piedi di caffè 

a 16 milreis 

Bilancio 



Saldo di credito . . 
Questa famiglia si compone di 4 lavoranti, 1 uomo e 3 bambine. 
Questa famiglia possiede: 1 vacca e 3 porci. 



1 



Dare 
316 896 
126 60r 


Avere 
443496 


— 


55 000 


— 


4 500 


— 


45 000 


1500 


— 


10 000 


14 000 


— 


13 500 


7 500 


— 


— 


4 500 


173 228 


55 728 


636 724 


635 724 

173 228 



1907 
Gennaio 31 



Febbr. 11 
« 16 
n 26 



Faltrin Giuseppe. 

D. Mano di opera di colono 
per giorni 12 V4 di lavoro pre- 
stato a 2 milreis il giorno. 

D. Mano di opera di colono 
per potatura di 630 piedi di 
caffè a 20 milreis per 1000. 

D. Mano di opera per potatura 
5.450 piedi caffè a 16 mil- 
reis il 1000 



D. Longo Luigi per V^ di 
giornata di lavoro . • . 

Da riportarsi 



Dare 



Avere 
26 500 
12 600 

87 200 

_1J|00 
126 800 



Le rdribuzicmi nelle '^fazendCn 



68 



1907 



Febbr. 25 



« 28 

» n 

Marzo 3] 



Aprile 9 

. 2b 

. 24 

« 26 

. 28 



Maggio 8 



Riporto 

D. Zanella Giovanni per V4 
di giornata di servizio . 

A. Mano di opera di colono 
per 2 Va giorni di lavoro . 

A, Dottor Bastos per servizio 
medico di 2 mesi Gennaio 
e Febbraio 

Z>. Mano di opera di colono 
per 4 giorni di lavoro . . 

A. Ritenuta per denaro ricev. , 

A, Spese div. per 8 tav. (assi), 

D. Mano di opera di colono 
per giorni 6 y^ a 2 milreis 
il giorno 

A. Dott. Martinelli per spese 
mediche di qnesto mese 

D, Mano dì opera di camerata 
per 7 giorni di servizio a 
2600 milreis il giorno . . 

D, Mano di opera di colono 
per 2 giorni a 2 milreis 
il giorno 

A, Michele Nunes per medica- 
menti somministrati. • . 

D. Mano di opera di colono 
per potatura 5450 piedi di 
caffè a 16 milreis il 1000 . 

A. Dott. Martinelli per ser- 
vizio medico di qnesto mese. 

D. Mano di opera di colono 
per 7 giorni ed % di lavoro 
a 200^ milreis il giorno. 

D. Mano di opera di camerata 
per giorni 5 Va di lavoro a 
2500 il giorno 

A, Ritenuta per denaro ricev. . 

J). Giovanni Segura per gior- 
ni 2 di lavoro 

D, Giovanni Segura per 1 Vg 
giorni di lavoro .... 

Z>. Giuseppe Nascimento per 
1 ^giorno di lavoro . . . 

I Da riportarsi 



Dare 


Avere 


— 


126 800 


— 


600 


— 


6000 


3 800 


— 





8 000 


136 500 


— 


3 000 


— 


— 


13 600 


2 200 


— 


— 


17 500 


— 


4 000 


6 000 


— 


— 


87 200 


2 160 


— 


— 


14 500 




13 760 


137 090 


— 


— 


4 000 


— 


3 000 


— 


2 000 


290 750 


299 750 



54 



LO STATO DI BAN PAOLO 



K07 



Maggio 27 
. 31 



Gnigno ti 



i 



25 
£6 



Luglio 



yj 



Agosto u 



]H 



SiO 






Dare 


Avere 


Riporto 


290 750 


299 750 


A. Pe^ro Vasques per una sot- 






hj crizione 


1000 


— 


A. < 'gp. Oftalmico di S. Paolo. 


10 000 


— 


D, Mano di opera di colono pei 






15 giorni di servizio < a 2 






rniireis il giorno , . . . 


— 


30 000 


D, Unno di opera di colono 






per 3.^ e 4.^ potatura di 






.^400 piedi di caifè a 16 . 


— 


174 400 


.4. Dott. Martinelli per servizio 






medico del mese di Maggio . 


2 160 


— 


A. lìitenuta per 18 sacchi im- 






prestati 


27 000 


— 


A, Kitenuta per 2 panieri da 






caffè imprestati 


4 000 


— 


A. Spese diverse per 12 viag- 






jLTÌ di maiz 


24 000 


— 


D. i'ott. Martinelli per servi- 






tilo medico di questo mese. 


2160 


— 


A. 311 chele Pereiro Nunes per 






medicamenti 


15 500 


— 


A. Ritenuta per denaro ricev. . 


127 580 


— 


D. 3Iano di opera di colono 






per 7 giorni di servizio a 






2<m) milreis il giorno . . 


— 


14 000 


D, Mano di opera di colono 






per 130 alquieres di caff( 






."cilto a 600 


— 


6.000 


D. Mano di opera di colono 






per 16 % giorni di servizio 






a 2000. 


— 


31 500 


fK Mano di opera di colono 






pi- r 214 alquieres caffè colto 






a :^00 ........ 


— 


107 000 


fK Francesco Kedigolo per 1 






i^^iorno ed V4 di servizio a 






2000 milreis il giorno . . 


— 


2 500 


LK l>assone Ernesto per 1 gior- 






no ed V^ ài lavoro a 2000 






milreis il giorno .... 


— 


2 500 


^1, Bott.Martinelliper servizio 






medico di Luglio e Agosto . 
Da riportarsi 


4 320 


— 


508 470 


726 650 



Le retribuzioni nelle ^fatende^ 



55 



1907 

Settemb. 8 
« 10 



23 



30 



Ottobre 6 



18 



Biporio 

A. Ritenuta per de naroricev 

2>. Mano di opera di colono 
per 158 alquieres caffè a 500. 

D. Mano di opera di colono 
per 2 giorni Vg di servizio 
a 2 milreis il giorno. . 

D. Mano di opera di colono 
per 128 alquieres caffè colto 
a 500 

D. Mano di opera di colono 
per 6 giorni di servizio a 
2000 milreis il giorno . . 

D. Feliciano Granciro per ^^ 
giornata di lavoro a 2000 
millreis il giorno .... 

D. Deduzione per ritorno di 
18 sacchi imprestati (vedi 
sopra) a 1500 l'uno . . . 

D. Mano di opera colono per 
potatura di 5450 piedi di 
caffè a 16 

Mano di opera di colono per 

4 giorni di servizio a 2000. 

Bilancio .... 



Dare 
508 470 



AVBRE 

726 650 



218 180 — 



79 000 



4 500 



64 000 



12 000 



500 



27 000 



87 200 



8 000 



282 200 — 



1008 850.1 008 850 
Saldo di credito . — | 282 200 
Questa famiglia cons'a di 3 lavoranti, nna donna e 2 uomini. 
Questa famiglia possiede : 1 vacca, 1 cavallo, 4 porci, 1 scro- 
fa e 3 porcellini. 

Come si vede da questi conti, ed è la 
cosa che indispone più. il contadino, egli è 
trattato in fazenda come un operaio. Qualun- 
que oggetto od aiuto il contadino si faccia 
imprestare dal fazendero, come qualunque ser- 
vizio soprannumerario egli renda, viene notato 
sul libro mastro e sul suo libretto personale, 



66 LO STATO DI SAN PÀOLO 

e defalcato od aggiunto al salario convenuto. 
Ora, quando la famiglia è grossa come nel 
caso 2.^ — che possieda il suo cavallo, il suo 
carro, la sua mano d'opera abbondante — ciò le 
riesce di vantaggio, ma pel nuovo arrivato, l'in- 
esperto, il celibe, invece, è un danno. Ammi- 
nistrativamente la fazenda è tenuta come una 
industria. Il proprietario o chi per lui, ha un 
ufficio nella fazeiìda con aiutanti e segretaria 
Ogni fazendu ha il suo libro mastro, ogni 
contadino il suo libretto, dove il guadagno 
e le spese vengono notate. Ogni mese in 
qualche fazenda, ogni sei mesi in qualche 
altra vengono liquidati i conti. Il contratto 
era una volta orale e non aveva alcuna 
cauzione da parte del padrone, fatto che 
diede luogo, specialmente nelle epoche di 
ribasso del caffè, a terribili guai, perchè al- 
cuni proprietarii non pagarono più i loro co- 
loni. Una legge garantisce ora il colono del 
suo pagamento sul bene del proprietario stesso, 
ed il contratto si fa ora spesso per iscritto, 
generalmente è annuale. 

Date queste condizioni di lavoro, la emi- 
grazione nella fazenda può convenire solo 
quando il contadino abbia ima famiglia nu- 



r' 



La donna nella *fazenda „ 67 

merosa, quando cioè iK)ssa disporre di molte 
braccia e di tre o quattro bambini (i quali a 
cinque o sei anni possono già aiutarlo nella 
raccolta), sopratutto quando abbia una mo- 
glie attiva, alacre, intelligente che sappia 
usufruire di tutti i vantaggi che le offre 
la fazenda; dell'orto, della legna del bosco, 
della pastura, che sappia far da sé il sa- 
pone ed i salumi, tener maiali e galline, 
che sappia da sola allevare, vestire, lavare 
la famiglinola. Non conviene mai quando 
si tratta di un uomo solo o con una moglie 
inabile. 

Ho conosciuto delle famiglie che in dieci, 
venti anni di fazenda si erano messe da parte 
un buon gruzzolo, avevano acquistato dei ter- 
reni ed erano diventate proprietarie, com- 
mercianti, ed erano già tornate in Italia e 
ritornate in Brasile; ma sempre a capo di 
queste famiglie era una donna intelligente 
ed attiva. Lo stesso ho trovato nelle famiglie 
della terza classe che tornavano dalP America; 
parlavan bene del Brasile le famiglie che 
avevano donne industriose e capaci, mentre 
non avevano potuto trovarsi bene quelle in 
cui le donne erano abituate alla città, in- 



58 LO STATO DI SAN PAOLO 

campaci quindi di essere utili al marito nei 
lavori agricoli. 

La fazenda così come ora è costituita è 
destinata a scomparire. Fruttuosa ed econo- 
micamente ingegnosa quando si trattava di 
utilizzare le braccia di schiavi negri, buoni, 
pazienti, ma ignoranti e indolenti, e quando 
il Brasile aveva quasi il monopolio del caffè, 
essa non lo è più. ora dopo che il caffè è dimi- 
nuito di valore e che il fazendero deve usare 
le braccia di bianchi, alacri e intelligenti, 
ma di assai maggiori pretese. 

I fazenderi dopo aver guadagnato, venti 
anni fa, delle somme enormi, da dieci anni 
passano da una crisi ad un'altra, talché il 
Governo di San Paolo fu obbligato a proi- 
bire qualunque piantagione nuova e a farsi 
compratore di caffè per moderare i fallimenti 
ehe minacciavano di rovinare lo Stato. Le 
banche di San Paolo sono immobilizzate per 
l' enorme numero di fazende su cui ave- 
vano ipoteche e che sono passate nelle loro 
mani. 

L'anno ultimo, dopo un raccolto così buono 
come non si aveva avuto dadecennii, ìfazen- 
iferi non hanno potuto prendere più del 4 o 5 



La cri8i delle ^fazende „ 69 

e mezzo per cento del loro capitale. Gli è 
che i capitali occupati dai fazenderi nelle 
loro fazende sono assai rilevanti. Essi non 
hanno ivi solo la terra, ma tutta una orga- 
nizzazione colonica industriale assai costosa ; 
essi hanno ivi immobilizzato il denaro neces- 
sario a costruire gli strumenti di lavoro, le 
macchine occorrenti alla essiccazione ed alla 
sgranatura del caffè, e poi ancora i direttori, 
gli amministratori, e più di tutto le piante 
del caffè, che non cominciano a rendere se 
non dopo il quarto o quinto anno. 

Quando l'unico strumento di lavoro era lo 
schiavo, questa anticipazione di capitale era 
necessaria, ma il fazendero ne era compensato 
colla quasi gratuità della mano di opera. Egli 
è ora obbligato a servirsi di uno strumento (la 
mano del bianco) che vale di più, ma non 
può, colla organizzazione che ha, farlo ren- 
dere quanto questo potrebbe. La maggior al- 
tezza del costo è quindi tutta a suo svan- 
taggio. 

Il bianco porta in America l'esperienza 
di molti secoli, egli saprebbe innovare e 
variare le antiche culture , renderle forse 
più feconde e meno costose, ma egli ha 



60 LO STATO DI BAH PÀOLO 

bisogno per ciò dello stimolo del proprio 
interesse personale. Oon piccolissimo capitale 
vicino alle grandi città, i Napoletani ed i 
Veneti hanno piantato orti e vigneti donde 
traggono altissimo reddito. La monocoltura, 
l'abbassamento del prezzo del caffè, la scar- 
sezza della mano di opera, diminuiscono 
sempre più il reddito del fazendero. 

Colla fazenda così come è organizzata, il 
fazendero ha tutti gli svantaggi degli indu- 
striali, senza averne i vantaggi. Per questo 
una forma nuova si va cercando a tentoni. 
In alcune antiche fazende si è venduta a 
prezzi di favore una larga zona di terra a 
contadini obbligandoli a prestazione di opera 
durante il raccolto ; in altre si sono pagati i 
contadini con larghe concessioni temporanee 
di terreno. Altre volte i coloni stessi hanno ri- 
comprato per conto loro le fazende trasfor- 
mandole in veri villaggi socialisti. Molte 
fazende sono cedute agli Statij che ora cer- 
cano di popolarle con colonie libere; molte 
sono vendute a piccoli appezzamenti, compe- 
rati ad alti prezzi da contadini intelligenti 
che trasformandole in orti e vigneti ne trag- 
gono redditi molto maggiori. 



Le trasformagiom deUe "fagendcn 61 

Ma se la fazenda così come è ora non dà 
la facile ricchezza dì una volta, essa potrà 
ridarla presto sotto altra forma, e non vi è 
quindi ragione di sdegnare i vantaggi che 
essa potrà offrire, e relegarla fra le industrie 
pericolose. 



III. 

Nello Stato di Minas Geraes. 

Lo Stato di Minas Geraes, limitato verso 
l'Atlantico dalla Sierra do Mar^ tagliato nel 
centro dalla Sierra do Mantiqueira^ che lo di- 
vide in due versanti paralleli, bagnato da lar- 
ghi fiumi ohe si dirigono verso l'Atlantico, ri- 
posa interamente su altipiani, che si prolun- 
gano con leggieri, continui avvallamenti da 
una all'altra catena di monti. Questo Stato cor- 
risponde nel Brasile a quello che in Europa è 
la Svizzera, un paese montuoso senza sbocchi 
sul mare, posto al centro di un largo conti- 
nente, ma una Svizzera equatoriale, i cui de- 
clivii sono dolci e gli orizzonti infiniti. 

Tutti sono d'accordo nel dire che il mare 
di Guanabara è la parte più bella del Bra- 



r' 



Attraverso allo Staio di Minas Geraes 63 

sile; ma lo Stato di Minas ha poco da invi- 
diare al mare di Eio de Janeiro. 

La strada ferrata che conduce da Bio de Ja- 
neiro a Bello-Orizzonte, la capitale dello Stato 
di Minas, miracolo di arditezza, di scienza, 
di lavoro dell'epoca moderna, è tracciata fra 
i monti e le valli piò. belle che la natura 
abbia immaginato. Anche da noi nel Oe- 
nisio, nel Sempione, nel San Gottardo, la 
ferrovia si arrampica ad altezze eguali ed 
anche maggiori, ma serpeggia sempre in valli 
profonde, in cui le alte montagne laterali la- 
sciano appena intrawedere le cime che emer- 
gon sul cielo ; qui invece il mostro sbuffante 
or serpeggia sui ripidi fianchi di una vetta 
boscosa, ora per un sottile ponte passa da 
una all'altra cima, ora si insinua in alti 
e stretti canali scavati a picco nelle roccie 
colorate, ora penetra in una breve e buia 
galleria che lo porta in altro versante, egual- 
mente immenso, egualmente variato, verde 
ed aperto. La ferrovia cammina non ai piedi 
ma salla vetta dei monti; e le cime fanta- 
stiche si ergono si abbassano e si sprofon- 
dano davanti a voi, nei fini pascoli verdi, 
come le isole nel mare di Guanabara, mentre 



64 IL BIO PARAHYBA 



i rìi, i fiumi, le sorgenti vi mormorano da 
lato, disotto, disopra come in un fantastico 
paese delle fate. 

A qualche ora da Eio non v'è più foresta, 
ma lungo il margine del fiume Paràhyha e del 
Bio das Yelhas^ che noi seguiamo colla ferrovia, 
fitti cespugli di canne ombreggiano le rive. 
Piccole isole si ergono a fior di acqua, su cui 
alti palmizii ed agave solitarii e felci arbore- 
scenti agitano mollemente la lieve chioma, 
mentre sui palmizi! le orchidee dai vivaci co- 
lori aprono Je loro strane corolle proteggendo 
i nidi di colibrì sospesi ai loro petali. Si di- 
rebbe che la natura ha accarezzato quelle acque, 
con amore tutto speciale; non bastano le mon- 
tagne che degradano sulle ripe incantevoli e 
le siepi che le difendono, e il cielo che vi si 
specchia, ma si aggiungono le isole, e nelle 
isole le palme, e nelle palme le orchidee, e nelle 
orchidee i colibrì e le farfalle. Ora le rupi si 
innalzano solitarie, ora a gruppi, ora formano 
un'isola misteriosa, or non lasciano altra 
traccia di sé che un ciuffo di verdura. Ora 
le acque si aprono in un laghetto in cui 
nuotano a centinaia bianche anitre selvaggie 
e pellicani dalle ali rosate, ora si addossano 



1 



Nel regno delle fomnche 65 



al monte formando un canale misterioso e 
profondo. Ad un tratto il Paràhyba sparisce, 
tagliato fuori ABXVIparaihmm^ immenso dia- 
framma roccioso, lungo parecchi chilometri, 
che separa lo Stato di Rio da quello di Minas 
Geraes. Dopo Vlparaibuna lo spettacolo cam- 
bia; dal regno degli uomini passiamo a quello 
delle formiche. 

Se lo Stato di Minas avesse tanti uomini, 
non dico quante formiche ha, ma quanti formi- 
cai, ne potrebbe offrire certo a tutta la Confe- 
derazione. Per chilometri e chilometri voi non 
vedete lungo i fianchi delle montagne, nelle 
basse vallette che le dimore delle formiche ; le 
più. sono alte un metro, ma ve ne sono di 
alte due; dalla forma svariatamente conica, 
ora più. lunghe ora più larghe, ora coperte 
da un nembo di verdura, ora perfettamente 
rosse come il terreno di cui sono costrutte; 
or foggiate a circolo, Puna accanto all'altra 
in modo da formare un corale (villaggio in- 
diano), ora sparse pel monte lungo le stra- 
dette rosse e pulite fabbricate dalle formiche 
stesse. Poi ricomincia il verde altipiano, più 
nimato questa volta da villaggi (anticlii 
>osti di riposo dei frequenti viaggiatori re- 

Ferrero. America del Sud. 5 



66 l.E OAVKRNR DI SA BARA 

cantisi nelle miniere) le cui bianche casette 
stanno allineate lungo i fianchi del monte — 
e da ville, da fazende^ da case pastorali se- 
minascoste nella verzura, in una delle quali 
nacque Santos Dumont, l'inventore dei primi 
aereoplani. 

li'altipiano ondulato, tutto cosparso di mon- 
tagnole, di avvallamenti, assomiglia al pae- 
saggio del Carso fra Trieste e Piume ; e non 
solo la montagna esterna vi assomiglia, ma 
anche Pinterno. 

Come nel Carso queste terre sono piene di 
caverne; alcune servono di letto a^flumi ed 
a torrenti, a misteriosi laghi sotterranei, altre 
innalzano le loro colonne di stalattiti a formar 
palazzi meravigliosi. Ne abbiamo vista una a 
due ore da Sdbard, che se non è grandiosa 
come quella di Adelsberg, può reggerne molto 
bene il confronto. Anche qui le vòlte infinite, 
i monumenti marmorei, gli altarini sospesi 
in aria, i fantastici uccelli di neve vibrati 
sulla roccia, le colonne dai rari disegni e le 
arcate sublimi; manca il fiume sotterraneo, 
ma in compenso le stalattiti sono cristalline, 
trasparenti, come fossero di ghiaccio, spesso 
colorate, cosicché la caverna, sotto le luci 



Le origini dello Stato fti Minna 67 

delle nostre torcie, brilla con dei riflessi az- 
zurro-rosei, che la fanno in certi punti più 
fantastica ancora di quella di Adelsberg. 



Lo Stato di Minas, benché sia oggi uno 
dei più popolosi del Brasile, essendo privo 
di coste marine, fu uno degli ultimi a richia- 
mare l'attenzione degli Europei. È ai Paoli- 
stani, egualmente avventurosi oggi come nei 
secoli passati, che esso deve la propria sco- 
perta. Forse da qualche indiano immigrato 
nel loro Stato, ebbero i Paolistani la notizia 
che nelle alte montagne, da cui nasceva il 
Rio Dece ed il Rio San Francisco che si sca- 
ricano nello Stato di San Paolo, si trovavano 
dei metalli preziosi; il fatto è che la tra- 
dizione esisteva, e che i Paolistani manda- 
rono successivamente molte spedizioni nello 
regioni di Minas alla scoperta di pietre ìì 
metalli preziosi. La scoperta delle miniere 
(fatta nel secolo XVI) che erano dapprima as- 
i^ai abbondanti e superficiali, attrasse inime- 
[liatamente dall' Europa e dal Brasile una tal 
massa di gente verso il nuovo Stato, che il 



68 NKLLO STATO DI MIKAS GRTÌAT^S 

Portogallo dovette ricorrer alle leggi per im- 
pedire che le altre regioni del Brasile si spo- 
polassero tutte a prò di questa. 

La scoperta delle miniere, che furono pel 
Portogallo e per l'Europa una grande for- 
tuna, perchè veniva ad arricchirle d'oro, pro- 
prio nel momento più necessario, furono, 
come per la California, un vero disastro per 
lo Stato di Minas. Come in California, le 
montagne di questa ricca provincia furono 
sconvolte, i fiumi deviati, le foreste bruciate ; 
per poter sfruttare le miniere furono sotto- 
posti Indiani e Neri a trattamenti orribili che 
empiono ancora il mondo di terrore contro 
i loro torturatori. 

Abbiamo veduta una miniera a Morrò Veìlw^ 
una delle poche restate attive, perchè le più 
sono abbandonate, e ne siamo usciti più che 
mai convinti della stupidità dei bianchi, che 
lier un vile metallo, il cui valore è poi anche 
fittizio, simbolico, osano sottoporsi e sotto- 
porre gli altri ad una vita così orrenda. 

Si scende quasi fino a mille e cinquecento 
metri sotto terra, sempre in mezzo al buio 
soffocante, uniforme, non interrotto neppure 
da uno spettacolo strano o sublime, né spa- 



Nelle viscere delle miniere 69 

ventoso. Gli uomini, i cavalli, i carri passano 
lenti come assonnati per le strette gallerie; 
tutto nuota in una atmosfera grigia e pe- 
sante. Si cammina per ore ed ore nelle stra- 
dette scavate entro il monte, ostinatamente 
silenziose e deserte e terribilmente soffocanti. 
Ogni tanto il chiarore di una lampadina, un 
acuto ronzìo elettrico segnano l'attività e la 
vita ; ma l'elettricità toglie al minatore anche 
il conforto e l'eccitamento del lavoro in co- 
mune. Ci dicono che nella miniera che visi- 
tammo, lavoravano migliaia di operai; do- 
veva esser vero, ma, sparsi come erano in uno 
spazio immenso, pareva lavorassero isolati. 
L' unico spettacolo bello che abbiamo ve- 
duto è stata la costruzione di un pozzo; al 
fondo, al fondo, al disotto dei mille e cin- 
quecento metri che avevamo già discesi, una 
dozzina di uomini disposti a circolo stavano 
scavando la roccia all'intorno. Gli uomini 
erano nudi e bagnavano ogni tanto i corpi 
lucidi di sudore, in una secchia centrale; il 
calore era insopportabile, e sotto le lampa- 
dine che mandavano biechi bagliori, quei 
corpi, che battevano la pietra colla loro pie- 
cozza, formavano un quadro spaventoso di 



I 
I 



70 NELLO STATO DI MINAS GERABS 

anime dannate dell'inferno dantesco. O ma- 
jjìca sciocca illusione dell'oro ! Com'è possibile, 
ili iiu paese così tepido e lussureggiante, che 
gli uomini si decidano a penetrare nei fianchi 
Ikiì di quelle montagne per trarre una par ti- 
tHilhi minima di metallo sia pur prezioso! 

]Meno angosciose sono le miniere di manga- 
nasi^ ; più che miniere, vere cave all'aria li- 
henij in cui gli operai lavorano all'aperto 
ooUu piccozza, tagliando la montagna che è 
UH immenso blocco di un minerale compatto 
bìauco-azzurrognolo, il quale contiene una 
1 Ultissima percentuale di manganese. 



Anche nello Stato di Minas vi sono molti 
Italiimi, non aggruppati, come a San Paolo, 
in una città, né a centinaia nelle fazende da, 
eatfè, ma dispersi nelle numerose colonie, 
UfcjHi^ miniere, negli opificii e nel commercio. 
I >gin volta che il treno si fermava, era un 
rcmimovente incontro con gruppi di Italiani 
vinuiii a presentarci nel suolo straniero, 
nOiute di seta, di zucche, di pampini fiorenti, 
|iii# ricordo della patria lontana, che essi 



Incontri cogli Italiani 71 

hanno cercato di far rivivere nello Stato di 
Minas. 

Come dimenticare Paftettuosa accoglienza 
fattaci a Lafayettef Tutta la colonia, donne, 
vecchi, bambini, si era mobilizzata per noi 
alle sei del mattino: venne, fra gli altri, un vec- 
chio venerando, vestito ancora colla marsina 
e la tuba di frustagno che usavano i nostri 
contadini d'altri tempi; era un garibaldino, un 
calabrese, aveva più di novant'anni, era stato 
nella spedizione dei fratelli Bandiera, e aveva 
seguito Garibaldi in Sicilia e poi a Mentana ; 
quando la nuova Italia era stata insediata a 
B>oma, egli se n'era partito; e aveva vagato 
un po' per le città dell'America, aveva avuto 
un nugolo di figli e di nipoti, ed ora si era 
stabilito a Lafayette con uno dei figli. Ma la 
sua idea fissa era di tornare in patria, di ri- 
vedere quell' Italia per cui aveva arrischiato 
tante volte la vita..., e toccare la pensione 
dovuta alle sue fatiche. « Eravamo pochi », ci 
diceva, « io mi ricordo il nome di tutti ; gran 
parte sono morti : di quelli che abbiano fatto 
con me tutte le campagne non rimane certo 
una diecina. Il Re ha dato un milione pei 
superstiti, dunque io dovrei avene un grosso 



72 NELLO 8TAT0 DI MIKAS GEBAES 

^uzzolo )►. Xon osava avvicinarci troppo ; 
e queste cose le borbottava come tra se, ad 
alta voce sognando, in mezzo alle descrizioni 
degli assalti alla baionetta, delle ferite, delle 
\ittorie, la patria riconoscente ! ! ! 

y A Lafayette l'industria mineraria vive an- 

cora di fonte propria. Ma anche qui il tras- 

\ l)orto consuma tre quarti dei guadagni ; anche 

qui è cominciato, come nelle restanti parti 
dello Stato, un secondo sfruttamento del suolo: 
quello meno saltuario, ma più proficuo del- 
l'agricoltura. Saint-Hilaire che visitò lo Stato 
di Minas alla fine del secolo XVIII, diceva 
(5he la provincia non era allora solo ricca di 
miniere d'oro e di pietre preziose, ma anche 
di grassi prati, di belle foreste, e che il ricco 
suolo produceva orzo, manjoca, segale, ca- 
napa, cotone, zuccaro, caffè, tabacco, Tite e 
tutti quasi gli alberi fruttiferi. 

Molte di queste culture sono quasi sparite 
dal paese, ammazzate dal ferrigno e da altre 
malattìe proprie di tutte le culture isolate, 
e forse più. dal ribasso dei prezzi dei viveri 
ehe l'impoverimento delle miniere trae ne- 
ccessariamente con sé ; e dalla concorrenza del 
l'otone nord-americano e del «rano argentino. 



Agricoltura antica e recente 73 

una volta nulli quasi nel mercato mondiale. 
A Barbacena, a Juiz de Fora, a Sahara, dove 
le nuove colonie italiane o tedesche sono 
divenute i)iìi fitte, si sono riprese le culture 
europee; a Barbacena quella del gelso, più 
in giù quella della vite che rende assaissi- 
mo; ma in genere lo Stato di Minas ha ri- 
stretto le sue culture al tiìmìz, al cafi*è, ai 
maiali e ai latticinio 

Ci hanno detto che le piantagioni di cattò 
non sono ordinate qui a fuzende come nello 
Stato di San Paolo ; che qui, cioè, il proprieta- 
rio non si occupa esclusivamente delle pian- 
tagioni di caffè, ma anche del miaiz, del be- 
stiame, del pascolo, ecc., ecc. 

I Paolistani anzi burlano un poco i Minesi 
per la loro costanza nel coltivare prodotti di 
prezzo inferiore, dicendo che i Minesi colti- 
vano il maiz per ingrassare i maiali, e man- 
giano i maiali per coltivare il tìuiìz] ma i 
Minesi sono filosofi, e lasciano dire; è pur 
vero che nei momenti di rincaro del caffè essi 
hanno guadagnato meno dei Paolistani; ma 
viceversa essi hanno sentito meno la crisi del 
catt'è, essi hanno col buon mercato della vita 
materiale potuto conservare gran i)arte degli 



74 NELLO STATO DI MIHAS GBBAES 

antichi coloni neri ed Indi che sparirono 
d'un tratto dalle fazende di San Paolo ; espor- 
tando ancora negli altri Stati 45 milioni di 
chilogrammi di fagiiioli e 2 milioni di chilo- 
grammi di patate, oltre ai maiali e ai buoi 
e ai latticinii. 

Questo sistema di vita, il buon mercato 
sopratutto, ha permesso l'insediarsi spontaneo 
di molte colonie libere e il formarsi della 
piccola proprietà, le cui case, seminate lungo 
la strada ferrata, in mezzo ai boschi e ai pa- 
scoli, danno l'aria così abitata al paese. 

I Brasiliani in genere trovano che i Minesi 
sono retrivi ; però questo misoneismo, questa 
calma negli usi, nei costumi, che li spinge a 
non adottare rapidamente tutte le novità 
l^erchè sono novità, accompagnata come è nei 
Minesi ricchi da una solida cultura scientifica 
e letteraria, è una delle loro facoltà più pre- 
ziose, che oltre a far di Minas un'oasi di tran- 
quillità in mezzo all'affanno generale della 
vita, faran progredire quello Stato a piccoli 
passi, ma definitivamente più innanzi forse 
degli altri. 






L*anHca capitale 75 



Bello-Orizzonte. 

Bello-Orizzonte, capitale dello Stato *li Mi- 
nas, è certo la città più nuova del Brasile; 
essa non conta ancora una diecina di anni 
di vita, ma la sua genesi va cercata i)iii 
lontano, nella storia della Eepubblica. 

Lo Stato di Minas Geraes aveva già una 
capitale, Ouro Prete, un gioiello di città 
altrettanto poetica quanto Kio, situata al 
centro della regione minifera, coi palazzi 
aggrappati alle roccie — nel greppo di una 
montagna — in mezzo a cui serpeggia l'u- 
nica strada principale, strada che, non dico 
il treno, ma neppure i carri e le carrozze pos- 
sono percorrere, assorta ancora nelle pure 
gioie del misticismo e della scienza, rocca 
naturale di ogni idea conservatrice. 

Sia attaccamento, ragionato, del resto, alla 
dinastia di Don Fedro che aveva data l'in- 
dipendenza al paese, sia spirito monarchico 
conservatore, sia la crisi mineraria che aveva 
colpito i Minesi assai più che .fi;li altri Stati 
agricoli, fatto è che Onro Presto, — a quanto 



76 NELLO STATO DI MINAS GERAES 

ci dissero — non era favorevole all'insedia- 
mento del nuovo regime repubblicano. 

Questo stato di cose era assai grave per 
la Confederazione. Lo Stato di Minas, situato 
fra quello dì San Paolo e di Rio a sud, quello 
di Bahia a nord e quello di Santo Spirito a 
est, in un altipiano fertile, fecondato da nu- 
merosi fiumi che gli rendono facili le comu- 
nicazioni cogli altri Stati, è il vero cuore del 
Brasile. 

La nuova Repubblica si sarebbe trovata in 
grave imbarazzo se uno degli Stati più im- 
portanti le fosse stato contrario, come fatal- 
mente sarebbe accaduto colla capitale ostile. 
Furono i Minesi stessi rivoluzionari che tro- 
varono la soluzione decidendo di trasportare 
la capitale. Ma dove ? Sahara, Barbacena, Juiz 
de Fora, sono situate, è vero, sulla strada fer- 
rata che lega lo Stato di Minas a quello di 
San Paolo e di Rio ; ma sono, come dissi, centri 
;: di piccole colonie agricole formatesi lungo 

l'antica strada maestra che conduceva alle 
\ miniere ; essi non potevano reggere come im- 

^ portanza storica con Ouro Preto, la città 

colta per eccellenza, in cui viveva una bor- 
,2:hesia vieea ed istruita; e neppure con Dia- 



Ln nuora capitale 



mantina, il centro della regione dianiantifera 
di Minas, la Nagasaki del Brasile, la città dei 
canti, dei suoni, della gioia perpetua, dove 
la popolazione guadagna la vita cantando e 
giuoclierellando colle acque dei suoi fiumi, 
da cui trae i diamanti, senza conoscere le an- 
sie perpetue delle industrie e dei commerci, 
né le fatiche ed i travagli dell'agricoltura. 

Siccome Ouro Preto e Diamantina, le ca- 
pitali dello Stato, erano fondate in luoghi al- 
pestri inaccessibili e non centrali, contraria- 
mente a quanto voleva lo Statuto della Re- 
pubblica, e siccome gli altri centri urbani 
erano troppo piccoli, si decise di fondare una 
nuova città. 

Una commissione di scienziati, ingegneri, 
medici e agricoltori, fu mandata attraverso 
allo Stato a cercare nella sua parte centrale 
un territorio che rispondesse ai dettami dello 
Statuto e alle esigenze dei commerci e delle 
industrie di una capitale. Fu scelta una lo- 
calità meravigliosamente rispondente a tutte 
queste esigenze, che in contrapposto a Ouro 
Preto, situato al centro delle montagne mi- 
nifere, si estende al centro delle regioni 
agricole dello Stato ; un altipiano delizioso. 



78 NELLO STATO DI MTNAS OERAES 

vicino ad un fiume navigabile, facilmente 
riallacciabile alla ferrovia che giungeva già 
fino a pochi chilometri da esso, che dalla bel- 
lezza dei suoi dintorni prese il lieto nome 
di Bello-Orizzonte. 



In pochi anni l'altipiano boscoso fu trasfor- 
mato in una città larga, spaziosa, attorniata 
da splendidi parchi, ombreggiata da grandi 
viali che convergono tutti nel giardino cen- 
trale che dà aria e frescura alla città. Niente 
ormai manca alla nuova capitale: collegi, 
scuole, ospedali, chiese, prigioni, caserme, 
soldati, pompieri; ogni esercito della civiltà 
moderna ha la sua casa, il suo palazzo, anzi, 
a Bello-Orizzonte. Tutte le architetture vi 
sono rappresentate. Il grande palazzo del 
Ci o verno, dove il presidente Pinheiro ci ac- 
colse festosamente, è in istile fiorentino, di- 
pinto tutto da pittori italiani; altrove tro- 
vate lo stile gotico dalle finestre ogivali, o 
lo stile orientale dalle grandi terrazze, o i 
colonnati greci. La libertà assoluta domina 
negli edificii, come nelle istituzioni. La chiesa 



Istituzioni 79 



ortodossa si eleva tranquilla, sicura, accanto 
alla chiesa protestante. Accanto ai collegi 
delle monache francesi, prosperano le scuole 
municipali laiche e gratuite, foggiate in modo 
che possano servire nel tempo stesso all'istru- 
zione teorica e all'istruzione pratica di agri- 
coltura; ivi si è iniziata la promiscuità dei sessi 
che ha data così buona prova a Rio Janeiro. 

Le leggi penali sono state modificate se- 
condo i dettami della scuola antropologica 
di Lombroso ; le leggi civili furono modificate 
tenendo conto degli inconvenienti rivelati da 
un poeta brasiliano, il Gra^a Avanlia, specie 
in quanto riguarda la tassazione ereditaria, 
in modo da eliminare gli abusi frequenti nei 
piccoli centri lontani e abbandonati. 

Il carcere è elevato a vero riformatorio 
pratico, in cui si cerca sopratiitto, ad esempio 
della Peniteiicùiria Nacioìial di Buenos Aires, 
di redimere il delinquente e di non costare 
alla società. 

La città ha ormai più di ventimila abitanti, 
dei quali più di un migliaio Italiani. La co- 
lonia italiana non è molto ricca, ma è molto 
unita e concorde, grazie al tatto del console 
italiano signor Bernardi, uno dei più iutelli- 



80 NRLTiO STATO DI MlNAS (IRBAKS 

genti ed attivi che abbiamo incontrato nella 
nostra strada, il quale, dopo essere riuscito 
a vincere le discordie fra gli Italiani di Eio, 
stava rifacendo la stessa opera unificatrice 
nello Stato di Minas, dove risiede attual- 
mente. Tutte le regioni d'Italia vi sono rap- 
presentate. Vi abbiamo conosciuto una pic- 
cola sarda dagli occhi neri pieni di fuoco, entu- 
siasta per la nuova patria adottiva che le 
aveva dato lavoro e compensi materiali e 
morali; un veneto di stirpe patrizia, ora in- 
dustriale, che aveva in Brasile già tre volte 
fatta e disfatta la sua fortuna; dei Lom- 
bardi, dei Toscani, impiegati, maestri, capi 
d'arte; dei Napoletani, frementi di orgoglio 
che il festeggiato fosse nato nel loro paese. 
Le feste, i doni della colonia italiana non 
potevano essere più. spontanei, più commo- 
venti. Dovevamo partire a mezzanotte, e per 
la circostanza era stata illuminata la città 
e posti i trams in funzione; sicché signori e 
signore, uomini, donne, bambini, ci accompa- 
gnarono alla stazione, dove il vagone era 
stato coperto di fiori e provvisto dei più 
squisiti frutti di Minas Geraes. 
Ma l'orgoglio dei Bell'Orizzontinl sono e 



Le colonie 81 



saranno pììi ancora le nuove colonie ajcri- 
cole che Pinheìro, Pattuale governatore dello 
Stato, valorosamente coadiuvato dal Carvallio 
Britto, il ministro delle Finanze, e dagli altri, 
sta organizzando nei dintorni della città. 



Colonie ac4iìicole. 

Abituati da secoli a vedere la terra dispu- 
tata metro a metro fra agricoltori e proprie- 
tarii, noi immaginiamo che colonizzare un 
paese sia la cosa più facile del mondo ; ohe 
basti dare la terra a una famiglia di agri- 
coltori per fondare un nucleo di villaggio o 
di città; noi crediamo che se la colonizza- 
zione non riesce, vi debba esser sempre colpa 
o del colono o del concessionario della terra ; 
noi non immaginiamo neppure che una fami- 
glia di contadini attivi possa non riuscire a 
vivere su un pezzo di terra che le si assegni, 
senza aggravio di tasse. Ma, ohimè, questo è 
purtroppo vero, e più. sovente che non sì 
creda! La terra vergine si ribella, come un 
animale selvaggio, alla mano dell'uomo che 

Ferrerò. America del Sud, 6 



69 NELLO STATO DI MlNAd GERAES 

vuol domarla per la j^riraa volta ; e 1' uomo 
isolato spesso è impotente contro essa e deve 
quasi sempre rinunziare alla lotta, quando 
non ne muoia vittima innocente. 

Questo spiega le difficoltà incontrate nel 
Sud come nel Nord-America a fissare il co- 
lono al suolo mediante donazioni; questa la 
ragione dì tutti i successivi decreti, leggi, 
regolamenti in proposito, in Australia, in 
America, come in Abissìnia. 

La storia della colonizzazione assomiglia 
assai alla storia delle Tre nielaraìicie, in cui 
una vecchina regala a un ottimo giovane 
che la soccorse, tre melarancie, avverten- 
dolo che da esse esci ranno tre fate che lo 
beneficheranno altamente, S(5 egli saprà con- 
tentarle. Ma il giovanotto apre troppo presto 
la prima melarancia ; appena la fata esce 
dal dorato involucro, chiede con premura 
all'attonito protetto dei vestiti onde coprirsi ; 
non trovandoli, gli sparisce davanti. Prima di 
aprire la seconda melarancia il possessore 
del dono fatato si procura dei vestiti ; ma la 
^ seconda fata che esce dal magico frutto 

ài, non si accontenta di quelli, vuol anche dei 

cibi onde sfamarsi, e il protetto deve rasse- 



Difficoltà dei numn coloni 88 



gnarsi a vedere sparire anclie questa fata. 
Edotto dalPesperienza, prima di rompere il 
terzo frutto , il possessore dell' ultima pre- 
ziosa melarancia ai procura casa, cibo, vestiti, 
quanto può essere necessario alla vita di una 
persona, e la terza fata infatti nasce, vive e 
lo benefica dei suoi inesauribili doni. 

Come la fata della favola, i coloni possono 
colmare il paese che li ospita di beni preziosi ; 
ma a lor volta non basta l'averli per tratte- 
nerli; essi muoiono o per lo meno spariscono 
se non trovano immediatamente di che vivere. 
Nei ranclws fabbricati in fretta, le formiche 
entrano d'ogni parte a mangiare le i)rov- 
viste ; le serpi, i maiali selvatici attentan 
alla vita dei figlioletti ; le sementi, comperate 
a prezzi esorbitanti, sono mangiate dagli uc- 
celli ; l'acqua da bere, lontana, reclama metA, 
dell' attività della famigliola per avere di 
che dissetarsi; il ferrigno, la peronospora, 
le cavallette, tutti i mali della terra sì get- 
tano sulle nuove piante che timide e in- 
esperte hanno aperte le loro foglie nel col- 
tivo isolato. Per questo, dopo di avere ten- 
tato di fissare il contadino gratuitamente, 
affidandogli un appezzamento di terreno, re- 



84 HELLO STATO DI MTNAS OEKAES 

;afalan(lo«:lielo magari, gli Stati nuovi dovet- 
tero aumentare, mano a mano, le concessioni 
e i diritti, fino a venire all'odierno progetto 
del CJoverno Brasiliano, che ò certo uno dei 
più completi. 

Gli e che i Governi si sono ormai pro- 
fondamente convinti che senza molte age- 
volezze è facile trovare dei coloni, ma im- 
possibile di fissarli definitivamente al suolo; 
e che se non si anticipano i capitali occor- 
renti a rendere la terra un animale man- 
sueto, la terra uccide il colono o lo caccia 
lungi da sé. 
Quando la terra è vergine ancora, non 

^m^-— solo bisogna diboscarla, ma a tentoni bi- 

sogna cercare la coltura ad essa più adatta, 
perchè quando non si conoscono le condizioni 
meteorologiche di un sito, pur facendo le 
analisi scientifiche, non si può rimpiazzare 
l'esperienza della tradizione e degli anteces- 
sori. Il capitale della esperienza è quello 
che è pagato pii\ caro nella vita; per questo 
molte volte i coloni venuti dall'Europa, ma- 
gari con qualche capitale, colla speranza di 

S' larsi una posizione indipendente, finiscono, 

dopo aver comperato un terreno, col perdere 



Colonie spontanee 86 



tutto e rifugiarsi nelle fazende, dove possono 
condurre la vita d'Europa. 
-ti Ci hanno detto infatti che sono ora molto 
più fiorenti e prospere alcune colonie sorte 
spontaneamente in antiche fasewi^ vendute 
ad appezzamenti dagli eredi o da ammini- 
stratori esperti che non quelle ufficiali. 

Vicino a San Paolo ci fecero vedere così 
un paesetto sorto per speculazione. L'eredi- 
tiere di una vecchia fazmda l'aveva divisa in 
tanti piccoli appezzamenti, ne aveva venduti 
un terzo a buon prezzo, serbando liberi i 
lotti alternativamente a quelli comperati. 
Dopo cinque o dieci anni i lotti alterni 
erano stati venduti ai contadini a prezzi 
tali da pagar da soli abbondantemente la /«- 

zenda. 

Ma sì trattava in questo caso non di terra 
libera, ma di terra lavorata da molti anni che 
aveva incorporato in sé già il lavoro di pa- 
recchie generazioni, di cui v'erano già tra- 
dizioni, di cui si sapevan le virtù e i difetti; 
essa era in prossimità a una città, si era 
potuto sfruttarla con colture intensive di or- 
taggi e vigneti che in tutti i paesi rendon 
assai, ma specialmente in Brasile, dove or- 



86 NELLO STATO DI MINAS GERAKS 

taggi e uva, vengono ancora in gran parte 
dall' Europa. 

Questi villaggi sorti spontaneamente hanno 
dato l'idea al Governo Federale ed ai diversi 
Stati di fondare sul loro modello delle colo- 
nie stabili e durature. 

Bell'Orizzonte fu il primo paese, credo, 
nella Eepubblica che lo seppe capire. Prima 
ancora che l'attuale regolamento del Governo 
Federale andasse in vigore, esso lo mise in pra- 
tica creando per suo conto delle colonie, che 
serviranno d'esempio e di esperimento agli 
altri Stati. 

All'inizio della sua fondazione, proprio 
quando ancora architetti, ingegneri e mano- 
vali stavano tracciando le prime vie della 
futura capitale, i futuri suoi reggitori ave- 
vano avuto l'idea di fondare nei suoi dintorni 
qualche colonia che potesse crescere insieme 
alle mura della città, come il toro di Ercole, 
provvedendo largamente ai presenti e futuri 
bisogni dei suoi abitanti. Fu scelta una larga 
zona di terreno in pianura a pochi chilo- 
metri dalla città, in vicinanza al fiume ; mal- 
grado ciò, le colonie di Bell'Orizzonte ebbero 
presto la sorte delle altre; il bosco ripul- 



f 



Colonie nuove 87 



lulò disperatamente sul fresco terreno ver- 
gine, tagliato da inesperti spaccalegna ; l'ac- 
qua deviò o inondò i seminati, o li lasciò 
f, all'asciutto, e i seminati furon distrutti. Per 
/ qualche anno i coloni vissero di patate, e 
poi finirono di andarsene via tutti. 

Profittando della dura esperienza dei primi 
coloni, gli attuali reggitori di Bell'Orizzonte 
hanno ripreso i terreni abbandonati, ne hanno 
fatte sei colonie, ciascuna divisa in lotti di 
25 ettari, di cui due seminati ed arati, con 
un nucleo di terreno boschivo e pratile, co- 
mune a tutte. Essi li hanno ben delimitati, e 
j costruito delle fermate perchè i futuri coloni 

potessero ntilizs^are la ferrovia che passa nei 
dintorni e, riallacciati i terreni alla città per 
una larga strada carrozzabile, hanno stabilito 
in ciascuna colonia una fattoria modello, in 
cui risiede un maestro di cultura, che è in- 
sieme capo della colonia; questi riceve gra- 
tuitamente un certo numero di giovanetti da 
istruire nell'azienda agricola, esperimenta i 
terreni, le sementi, il bestiame, le macchine, 
i rimedii che devono esser distribuiti ai coloni, 
li avverte settimanalmente dei prezzi delle 
varie derrate nei mercati di Rio e di 8antos, 



IÌB.Ì&. 



88 NELLO STATO DI MINAS GBRAES 

fungo insomma da amministratore, reggitore, 
consultore dei coloni che sono nel suo distretto. 

Tonnellate di patate di tutte le qualità 
venute dai varii punti d'Europa, sono state 
sperimentate nelle sei fattorie, per vedete 
quale meglio attecchisse in quei terreni, e 
ììiaiz e fagiuoli e grano di ogni specie, e vac- 
che e capre e animali di ogni razza per preav- 
visare i coloni quale meglio si acclimatasse 
in quella speciale regione. 

Bell'Orizzonte vuole essere il centro di 
una regione agricola e non risparmia nulla per 
diventarlo; nell'agricoltura i suoi abitanti 
hanno riposto con entusiasmo ogni loro spe- 
ranza. Quando siamo andati a visitare una di 
queste colonie, un centinaio di persone ci se- 
guiva : ministri e deputati in vettura, e citta- 
dini a cavallo, ed operai sui muletti, e giova- 
netti a piedi od in velocipede; v'erano dei 
biondi contadini tedeschi dagli occhi azzurri e 
dei vivaci Italiani dall'accento meridionale ; e 
antichi abitanti dei dintorni di Juiz de Fora, 
di Barbacena stabiliti da poco nella capitale, 
e ragazzi nati nella città. Tutti ci volteggia- 
vano attorno felici, oi:gogliosi che noi mede- 
simi verificassimo che nei lotti preparati,^ 



Preparativi 89 



i campi sono già lussureggianti di messi, le 
stalle fornite di armenti, le casette pulite e 
dipinte, Pacqua zampillante nelPorto o nel 
giardino, felici che ammirassimo le loro co- 
lonie; sì, le loro, perchè in ciascuna di esse 
era concentrata l'opera di ciascuno che colla 
propria esperienza, col proprio entusiasmo, 
colla propria fede, coi proprii saorificii vi 
aveva contribuito. 

Queste colonie hanno costato una somma 
considerevole, e più verranno a costare, per- 
chè ai nuovi arrivati, lo Stato stabilì di prov- 
vedere il cibo e gli strumenti per sei mesi. 
Ano cioè al nuovo raccolto. Ma il contadino 6 
messo così in posizione di poter indennizzare 
abbastanza facilmente lo Stato di queste spese 
che gli ha anticipate, e che è tenuto a pa- 
gare entro dieci anni, e di potervisi fissare 
molto più che non ne avesse modo nelle con- 
dizioni della terra libera e sul terreno non 
aggravato di alcun legame. Coi denari pagati 
dai coloni lo Stato ha il progetto di formar 
sempre nuove colonie. Così Bell'Orizzonte 
spera di poter, con una piccola spesa iniziale, 
popolare tutte le sue terre. E certo le sue co- 
lonie essendo le meglio preparate fra quante 



90 VELLO STATO DI MINAS GBIIAES 

abbiamo visitate, attireranno dall' Europa e 
dal Brasile stesso ^ la popolazione migliore, 
nel momento presente disponibile; e l'alacrità 
degli abitanti congiunta alla feracità del 
suolo convertirà certo in un prossimo avvenire 
le terre di Minas Geraes in miniere più pro- 
lìcue e più inesauribili che quelle di oro e 
di argento, a cui lo Stato di Minas deve tante 
speranze e tante delusioni. 



1 Dei coloni il 10 % possono esser scelti fra quelli resi- 
denti al Brasile. 



IV. 
Gli abitanti. 

Un po' di storia del Brasile. 

Il Brasile è così immenso ohe non si può, 
dopo aver soggiornato in una regione, esten- 
dere a tutte, le impressioni riportate in una ; 
per questo non oso parlare di Brasiliani, ma 
di abitanti dei paesi che ho veduto durante 
il nostro viaggio al Brasile, e sopratutto dei 
Brasiliani del Nord, che conoscemmo in gran 
numero a Rio de Janeiro, 

Siccome però di nessun paese, e tanto meno 
del Brasile, è facile capire il presente senza 
sapere qualcosa del passato, che vive cristal- 
lizzato nella storia contemporanea dei popoli 
come degli iudividui, così comincierò col dire 
del Brasile qualche parola sulle sue origiui. 



92 GLI ABITANTI 



Contrariamente a quanto volgarmente si 
crede, il Brasile, che diede nel '700 all'Europa 
tanto oro e metalli preziosi da trasformare 
il sistema monetario antico da argenteo in 
aureo, non fu popolato dapprima da famelici 
cercatori di oro che solo pensassero a sfrut- 
tarne vandalicamente il sottosuolo; ma da 
commercianti accorti, portoghesi, olandesi, che 
volevano usufruir del suo sole, del suo cielo, 
della sua terra per piantarvi quelle industrie 
e quei commerci che avevano fatta l'India 
indispensabile all'Europa : da avventurieri co- 
raggiosi ed audaci, specie francesi, i quali 
cercavano nelle sue foreste quella piena li- 
bertà politica e religiosa che l'Europa an- 
dava lesinando ai suoi figli nel XVII secolo : 
da prelati, esiliati dal vecchio mondo perchè 
troppo liberali, come quel Padre Antonio 
Vieira, che era stato un grandissimo perso- 
naggio nel Portogallo del suo tempo; tutta 
gente che veniva non a prendere ma a portare 
i proprii capitali, la propria esperienza, la 
propria scienza. 

Furono esploratori portoghesi Pedro Al- 
varez Cabrai, e Diego Diaz che scoprirono pei 
primi, verso il 1500, le terre del Brasile, e 



Primi germi di coltura net Brnnle 93 

fu quindi il re del Portogallo che stese primo 
il suo scettro sopra di esse. 

Il Portogallo aveva raggiunto allora se 
non l'apogeo, una grande altezza certo, i)oli' 
tica, letteraria ed artistica, aveva gii\ cronisti 
come Fernandez Lopez, novellisti come Ber- 
nardino Ribeiro, storici come Giovanni di 
Barros, drammaturghi come Gii Vicente^ 

È questo un punto capitale nella storia del 
Brasile perchè si deve ad esso se queste nuove 
terre lontane e spopolate continuarono ad es- 
sere così strettamente legate alla cultura eu- 
ropea. I primi governatori infatti, i primi ca- 
pitani che il Portogallo mandò in Brasile, 
trasportando nelle nuove terre gli usi della 
patria, si attorniarono di una coorte di lette- 
rati, poeti ed artisti, che valsero ad indiriz- 
zare le alte classi ai godimenti intellettuali, i 
più sicuri baluardi che possa innalzare un 
popolo civile contro la barbarie che così fa- 
cilmente invade i paesi nuovi. 

Nel secolo XVI esistevano già a Pernam- 
buco, a Maranhao e sopratutto nel Nort, col- 



^ Verissimo, Literatura Brasileiraj yo\. TU, Garnier edit. 
Rio Janeiro. 



M GLI ABITANTI 



k 



legi di ( Jesuiti dove i Brasiliani potevano se- 
tj^iiire in patria studii superiori, specie clas- 
Mlf'i, (*oine in Europa. E già nel 1506, pochi 
anni dopo P insediamento dei Portoghesi, il 
lìia.sìle ebbe il suo lìrimo poeta, Bento Texeira, 
nato ;t Pernambuco verso il 1543, che scrisse 
i! litu'iiia Prosopopea verso il 1590. Nel 1600 
H(MÌ8H«no dal Brasile e sul Brasile i portoghesi 
Soiirez, Prei Vicente e Gandaro. 

Nel 1 700 ci fu in Brasile una vera fioritura 
|)oeti<';i, che per la qualità e quantità superò 
Ih coTriMi)ondente jiortoghese, che comincia 
i\o\V lìhd de Duir, di Manuel Botelho De Oli- 
V(3ira, e col poema di Rocha, Petla , 1730. 
N(*l 176H si stabilì pure a Rio Janeiro una 
« AiijiidJa Brasileira», di cui parla Silva Al- 
vjii'enza nel suo poema Ah Artes, stampato 
!j, Linbona nel 1778, chiamandola ArcadUi itltra 
muriua. Nel 1779 esisteva a Rio Janeiro una 
<( Societade letteraria » in cui i)oeti e letterati 
t^ nu^dicù e scienziati si radunavano settima- 
na! riunite a leggere i proprii lavori. 

Nel 1827 esisteva a Rio Janeiro una Acca- 
demici Imperiale di arte; nel 1827 furono 
aperh' due Università: a Fernambuco ed a 
fc^^an Paolo. 



Primi coloni 96 



Ma il Portogallo, il paese dominatore, era 
una piccola striscia della penisola iberica, non 
straordinariamente popolato, sufficientemente 
ricco ; esso non contava certo più di tre mi- 
lioni di abitanti, aveva interessi, relazioni 
commerciali e numerose fattorie in Oriente, 
in Europa, in India, in Oina, in (liappone, e 
non poteva dare alle nuove terre di America 
che pochi elementi burocratici o commercianti 
e qualche migliaia di esiliati politici e re- 
ligiosi. 

Furono Francesi ed Olandesi coloro che 
approfittarono, specialmente dapprima, delle 
nuove terre scoperte da Cabrai : essi vennero 
a piantarvi le spezie orientali, a cercarvi il 
legno ardente^ quel Pao Brasil da cui il Bra- 
sile prese il nome, molto stimato allora in 
Europa per la tintoria. I Francesi stabilirono 
nei pressi di Perrunnlnico, di Maranluio e di 
San Lmiis molte fattorie, che furono le pietre 
angolari delle città future ; coll'aiuto de«li 
Olandesi fondarono i)iù a nord Cedra, e con 
quello dei Portoghesi Parahyba. Anche gli 
Olandesi si diressero verso il Nord, occupan- 
dosi sopratutto di piantare la canna da zuc- 
chero, le spezie orientali e più tardi il caffè. 



1 



96 niil ABITANTI 



il imcao o molti alberi indiani, giapponesi e 
cinesi, Varando, il limone, il sapoty, Vàbiou, il 
imm lìmo. Pino a questo momento solo il nord 
drl Brasile era stato preso di mira. Fu un 
ijumipolo di Francesi calvinisti, comandati 
dal Villegaignon, che primo si spinse a Sud 
iw\ mare di Guanabara, e vi fondò sotto 
i I Tiome di Fram)ia antartica una colonia nel 
IHinto ove sorge ora Rio de Janeiro. Essi 
sdibilirono nei dintorni delle grandi fattorie 
(^Im coltivarono coU'aiuto degli Indi, attratti 
li Kè colla gentilezza e la liberalità che li do- 
vi^vu fare anche nell'America del Nord gli 
Il Ilici bianchi, amati dagli Indi nativi. 

Spaventato da questa invasione, nel 1630 
^ììiivanni III re di Portogallo decise di man- 
iUive:> nel Brasile un capitano di grande in- 
izili genza, Tlwnuis de Sansa, con 300 soldati 
t* r>(M) galeotti per fondarvi una città in cui 
risiedesse il suo rappresentante a difendere i 
wLioì interessi. Il Thomas de Sousa scelse il 
I in)go ove ora sorge Bahia, vi fabbricò chiese, 
luj lazzi, ospedali e sopratutto magazzini desti- 
mi fii a raccoglier i prodotti indigeni da espor- 
Liire, e la merce europea, di cui i coloni eu- 
ru|jei sentivano vivo il bisogno, da importare ; 



\ 



Francesi, Olandesi e Portoghesi 97 

distribuì nelle fattorie dei dintorni molti capi 
di bestiame delle isole Canarie, piante e semi 
dell'Africa, ortaggi e frutti del Portogallo, 
e fece del suo vicereame un vero centro agri- 
colo e commerciale. Sotto l'influsso del De 
Sousa si moltiplicarono attorno a Bahia le col- 
tivazioni di zucchero, engenltos, i cui j^adroni 
divennero più tardi la vera aristocrazia bra- 
siliana. Ma i Portoghesi erano sempre jiochi 
e i forestieri continuavano ad affluir in gran 
copia. Anche Italiani, veneti e fiorentini, an- 
darono in quel torno a Bahia, fra altri un 
membro di quella famiglia Cavalcanti di cui 
parla Dante, che lasciò numerosissima di- 
scendenza, ed ebbe una parte importante nella 
storia del Brasile. 

Nel 1G40 la Spagna, subentrata al Porto- 
gallo in tutte le sue possessioni, tentò di 
chiudere il Brasile agli altri popoli euroi)ei, 
come già aveva fatto delle proprie colonie. 
Ma come la bertuccia che rompe lo spec- 
chio per non vedervisi dentro e si trova poi 
riflessa nei mille cocci, gli Spagnuoli, con 
le loro proibizioni, ottennero di difl'ondere, 
disseminare e fortificare questi nuclei di 
Francesi ed Olandesi sparsi nel nuovo con- 

F ERRERÒ. America del Sud. 7 



98 GLI ABITANTI 



tinente. Gli Olandesi che prima avevano abi- 
tato il Brasile come semplici privati, padroni 
di engenJios o commercianti, sentiron la ne- 
cessità di conquistarne una porzione colle 
armi. Nel 10G4 il principe di Nassau stabilì 
dati ni civilmente hi bandiera olandese a Per- 
nambiicM) per conto di una compagnia com- 
merciale olandet^e. Vn questa l'epoca d'oro del 
Brasile. Il principe di Nassau, uomo di grande 
ingegno politico e letterario, scolaro delle Uni- 
versità dì Helboroj di Basilea, e di Ginevra, 
portò nella nuova America la larghezza di 
vedute della società colta ed intellettuale del- 
l'Europa di quolPepoca. I nativi furono in- 
vitati a sedere nelle assemblee, fu concessa 
a tutti la massima libertà religiosa; pittori, 
«cultorif meccanici olandesi furono chiamati 
ad erigere chiese e palazzi, a tracciare strade, 
a dipingere tempii ; scienziati e naturalisti 
fnrou invitati ad istruire il popolo e a far 
conoscere al mondo le meraviglie naturali del 
paese. 

Caduto il Nassau e passato il potere in 
mani meno aluli, gli Olandesi furono cacciati 
politicamente da Pernambuco, ma essi con- 
tinuaiouo a moltiplicarsi e spargersi in tutto 



Libertà e indipendenza 99 

il Nord del Brasile, e si insediarono anche 
fortemente a Rio de Janeiro, donde iniziarono 
un attivo commercio di contrabbando colle 
altre colonie sud-americane. Contemporanea- 
mente i Gesuiti d'ogni paese ma più porto- 
ghesi, fondavano al Sud le colonie di Misio- 
nes, di San Paolo, di Santa Caterina ed al 
Nord quelle di Maranhao e del Gran Nort, 
che essi popolavano cogli Indi, che riesci- 
vano ad ammansare. I Paolistani alla loro 
volta mandarono una colonia nella regione 
inesplorata di Minas, in cui presagivano es- 
servi le famose miniere d'oro, fonte di tante 
gioie e di tanti dolori, di tante ricchezze e 
di tante miserie. — Con queste nuove colonie 
di Minas, il Brasile ebbe un centro unifica- 
tore delle varie capitanerie staccate e scono- 
sciute quasi le une alle altre. 

La libertà goduta dal Brasile nei primi 
anni della sua origine fu decisiva pel suo av- 
venire. Chi ha assaporato una volta il frutto 
della indipendenza non può più ridursi in 
servitù ; per quanto colonia portoghese, il Bra- 
sile non fu mai soggetto alla madre patria 
come lo furono il Perù, il Cile, l'Argentina, 
il Messico e gli Stati Uniti. 



WO GLI ABITANTI 



h 



Caduto il Nassau nel 1084, si ebbero rivo- 
luzioni per conquistare l'indipendenza: a Ma- 
ranhao nel 1710, e nel 1719 a Fernambuco, 
nel 1789 nello Stato di Minas. Molto tempo 
prima quindi che per merito di Giovanni I 
il paese diventasse l'Impero Brasiliano, esso 
fiveva avuto una vita propria; esso, direi, 
aveva già coltivato l'idea di un governo re- 
pubblicano. Don Fedro I succeduto quasi su- 
lùto a Giovanni I, fu depostò, dopo due anni, 
iiL favore di Don Fedro II appena seienne. 
— Don Fedro II che governò il Brasile — 
come presidente a vita più che come impe- 
ratore — contribuendo efficacemente a spar- 
f* er nel paese così le idee repubblicane come 
la cultura moderna, fu deposto dopo qua- 
rant'anni di prospero regno. 



La questione dei negri. 

I primi coloni del Brasile furono, dunque, 
dei bianchi venuti dai paesi più colti e civili 
della vecchia Europa. Ma questi bianchì a 
nulla sarebbero riesciti se non avessero trovato 
«lei collaboratori attivi di classe inferiore. Tali 



Ija traila dei neri 10 1 



furono gli Africani. Lo sfruttamento agricolo 
del Brasile non sarebbe stato possibile senza 
l'aiuto dei negri d'Africa. Gli aborigeni, uo- 
mini intelligenti, e capaci moralmente e ma- 
terialmente di formare una grande civiltà, 
erano troppo pochi e troppo indolenti per 
far prosperare le nuove fattorie. Di bianchi 
non v'era a quel tempo copia bastante per 
l'Europa. L'America sarebbe ancora quindi 
una terra selvaggia se non si fosse trovato 
il negro che col suo braccio la mise in valore. 

I negri non vi vennero spontaneamente, vi 
furono importati come schiavi. I Portoghesi 
che avevano già iniziata la tratta dei neri 
firima ancora della scoperta dell'America, ne 
portarono naturalmente gran copia nelle pro- 
prie colonie specie nel Brasile, il quale per 
la sua posizione vicino alle coste della Nuova 
Guinea e delle Canarie, donde i negri veni- 
vano tratti, era il paese meglio situato per 
approfittarne. A torto però noi, che della 
schiavitù abbiamo un'idea molto vaga, bol- 
liamo coi nomi più infami questa emigrazione 
forzata. — Quando mai l'emigrazione fu vo- 
lontaria ? 

Abituati a tutti i dolori, a tutte le priva- 



102 GLI ABITANTI 



zioni a cui li condannava il terribile clima 
in cui erano nati e l'arida terra da cui do- 
vevano trarre il nutrimento, gli Africani non 
solo non peggiorarono, ma migliorarono cer- 
tamente le loro condizioni passando nel Bra- 
sile che offriva a loro un clima ugualmente 
caldo e una terra ben altrimenti feconda della 
lor propria. Sì, essi erano schiavi; ma essi 
passavano dal dominio di clan e di principi 
spesso poveri e crudeli, a quello di padroni 
che avevano bisogno del loro braccio, che non 
li disprezzavano, che non isdegnavano di 
adottare i figli nati dall'unione colle loro 
donne e spesso anche di unirsi ad esse con 
matrimonio legale, che li nutrivano e li ad- 
destravano in un'arte civile. Terribili fasi 
della schiavitù eran certamente la razzìa e il 
viaggio, specie negli ultimi anni quando la 
tratta era proibita (prima pare avvenisse in 
modo abbastanza regolare, comperando diret- 
tamente i figli dai padri, i sudditi dai re). 
Ma una volta venduti e passati nelle mani 
del padrone definitivo, lo schiavo ridiventava 
uomo e rientrava sotto il dominio delle leggi 
comuni come gli altri cittadini. Il padrone 
non poteva disfare una famiglia di schiavi, 



Situaziofw degli schiavi nel Brasile 103 

vender separatamente la moglie o il marito 
o i figli minorenni. I negri avevano i loro 
santi nelle chiese, le loro associazioni, le loro 
feste, quella del Ee del Congo e quella della 
Ghegada o dell'arrivo, importante a dimostrare 
come essi avessero conservate le loro tradi- 
zioni, le loro feste; potevano possedere e ri- 
scattarsi coi proprii risparmii; spess^o erano 
liberati su testamento del padrone, di cui in 
questo caso seguitavano a portare il nome, 
continuavano a pagar tributi ai loro cai)i 
che erano caduti schiavi con essi. 

Fin dal principio era invalso l'uso di aiìa- 
drinliar i fuggiaschi, di tenere cioè lo schiavo 
che si rifugiava fuggendo nella terra altrui, 
contrattando un compenso al primitivo jja- 
drone. Quasi sempre le figlie delle schiave 
erano ammaestrate dalla padrona stessa nei 
lavori donneschi, nei ricami, nel tessere, nel 
filare, in cui si conservano abilissime oggi 
ancora. Non vi fu mai in Brasile lo sprezzo 
dei neri che esiste oggi ancora nel Nord- Ame- 
rica, il che spiega il fatto che la schiavitù 
durò in Brasile fino a una ventina di anni 
or sono, e fu abolita non per causa di rivolte 
di schiavi, ma per ragioni economiche ; per- 



k«^ 



104 GLI ABITANTI 



che, cioè, essendo divenuto necessario aumen- 
tare il numero dei lavoratori, e avendo fatta 
cattiva prova la mescolanza di liberi e di 
schiavi, molti proprietarii si videro obbligati 
a desiderar l'abolizione della schiavitù affine 
di aumentare i loro lavoratori. Le condizioni 
degli schiavi erano in fondo assai più con- 
formi a quelle degli operai che non ai qua- 
dri che ce ne hanno fatto gli antischiavisti, 
alla sola i)arola dei quali noi sogliamo pre- 
star fede. 

I bianchi adottarono dai neri con cui erano 
a contatto continuamente, molti usi, molti co- 
stumi, molte industrie, molte culture (i giuo- 
chi, gli s2)ort, le feste, la cucina e l'agricol- 
tura brasiliana, sono in gran parte africane). 

Lo stesso fecero i neri al contatto dei bian- 
chi modificando perfino in parte i proprii ca- 
ratteri fisici e psichici, anche quando non si 
mescolarono fisicamente ad essi. All'uscita 
dai laboratori voi vedete in Brasile centinaia 
di ragazze negre, perfettamente negre, coi ca- 
pelli abbastanza lunghi da fare un chignon 
sulla nuca, come vedete spesso n^Ue strade 
dei neri, uomini e donne, canuti, e dei vecchi 
colla barba. Nelle donne resiste, anche nelle 



Mistione dei bianchi coi neri 105 

iucrociate, già molto bianche, la t'orma virile 
del corpo, delle estremità sopratutto ; mentre 
in molte pur nerissime trovate già il viso 
ovale, le mascelle meno sporgenti, i denti 
meno protendenti che nelle nere africane. 



Per quanto la posizione rispettiva di servi 
e padroni dovesse apparentemente favorire 
la divisione delle due razze, in Brasile si ebbe 
subito una mistione quasi completa fra bian- 
chi e neri, aiutata dal fatto che la emigra- 
zione bianca in prevalenza maschile, necessi- 
tava di donne, eccellente tramite di fusione. 
I vincoli familiari abituarono i bianchi non 
solo ad amar i neri ma anche ad apprezzarli ; 
e voi trovate ora nelle scuole, nelle case, nei 
laboratori!, negli ospedali, maestri, dottori, 
ingegneri bianchi e mulatti mescolati assieme 
senza alcuna disparità di trattamento. 

Raccontano a quest9 proposito che in una 
delle ultime feste date da Don Fedro II nella 
sua Reggia, l'imperatore avendo visto un 
mulatto che copriva un'alta carica, solo, in- 
cantucciato, non osante pigliar parte alle 



106 OLI ABITANTI 



danze, indovinando la causa di questa sua ri- 
trosìa, gli abbia presentata la figlia perchè la 
tacesse danzare. Non garantisco l'autenticità 
di questo aneddoto; ma ad ogni modo esso 
è simbolo della importanza che Don Fedro 
(la cui memoria tutti amano e venerano nel 
Brasile, anche i più caldi repubblicani) dava 
a questa completa mescolanza e tolleranza 
reciproca, iniziate felicemente al tempo dei 
conquistatori portoghesi, che ha sortito nel 
Brasile ottimo risultato. 

La mistione ha preservato il Brasile dal pro- 
blema delle razze che affatica il Nord-America, 
e ha formato una razza nuova in nessun rap- 
porto inferiore alle razze bianche o nere che 
ne furon la radice, contrariamente alle asser- 
zioni aprioristiche degli antropologi moderni 
che vogliono negare ogni perfettibilità agli 
incroci nostri con stirpi camitiche. 

L'influenza che ebbe la fusione del nero 
col bianco nel Brasile è immensa, non solo 
nel campo fisico ma anche in quello intellet- 
tuale, morale e sociale; e non esito a dire 
che l'influenza del nero fu spesso migliore di 
quella del bianco che lo surrogò anticamente 
nelle altre colonie americane — perchè dal- 



Doti innestate dai neri nei bianchi 107 

TEuropa non vennero anticamente come la- 
voratori in America che scarti e rilSuti delle 
nazioni — condannati, reprobi, turbolenti o 
inetti, mentre l'Africa mandò al nuovo mondo 
un elemento selezionato artificialmente fra le 
razze più forti e intelligenti, già acclimatato 
alle terre a cui era destinato ; per cui non si 
potrebbe proprio dire chi nel Brasile del bianco 
o del nero abbia più guadagnato dalla fu- 
sione, poiché se il nero ebbe dal bianco Pim- 
biancamento della propria razza e acquistò 
una maggiore perfezionabilità, Pelemento afri- 
cano diede al bianco l'adattamento al clima e 
un innesto prezioso di doti che andavano nel 
bianco estinguendosi — l'immaginazione, il 
cuore, la pazienza. 

L'elemento africano ha esercitato sul bra- 
siliano l'influenza che ha avuto in Cina l'e- 
lemento indiano; ha ammollito un poco il 
bianco, ma l'ha richiamato alle gioie dei sensi 
dell'amore, della vista e dell'udito. 

Lo svolgimento artistico, letterario, poetico, 
ed anche, pare, politico del Brasile, segue in- 
fatti esattamente la linea di diffusione della 
razza nera, Bahia, Maranhao, Fernambuco, 
Recife, Eio elaneiro. Villa Elea. 



108 GLI ABITANTI 



Gli scrittori, i poeti, i letterati, gli storici ' 
Gon^^alves Dias, Sotero dos Eeis, Joao Lisboa, 
Flavio, Eeiinar, Joaquim Serra, Henriques 
Leal, José de Alencar, Fedra Branca, Franco 
de Sa, Junqueira Freire, Maciel Monteiro, 
Castro Alves, Tobias Barreto, Alexandre Eo- 
drigues Ferreira, Victoriano Palliares, Vi- 
sconde de Cayrù, Bruno Scabra, Agrario de 
Menezes, Alves Serrao, Odorìco Mendes, Abreii 
e Lima, Theophilo Dias, Arruda Oamara, Celso 
de Magalhaes, Candido Mendes, per citare 
soltanto i morti, sono tutti poeti, storici, ro- 
manzieri del Ifford. Così pure sono del Nord 
la maggior parte degli uomini politici, sta- 
tisti, giureconsulti, parlamentari di più chiara 
fama nel secondo Governo: Monte Alegre, 
Montezuma, Abrantes, Caravellas, 01 inda Pa- 
ranhos, Visconde de Albuquerque, Eeboucas, 
Teixeira de Freitas, Nabuco, Souza Franco, 
Goncalves Martin, Zacarias, Cotegipe, Tava- 
res Basstos, Saraiva, Costa Ferreira, Dantas. 

Eccettuato Eio de Janeiro, che esercita 
la funziono di intermediario fra il Nord ed 



^ José Verissimo : Estudos de literatura brazileira, voi. Ili, 
pag. 69. 



I 



Bontà dei neri 109 



il Sud, la vita letteraria è quasi nulla al 
Sud — malgrado che — notisi — gli Stati 
del Nord sieno situati in 'Brasile nella zona 
del calore più vivo, la zona equatoriale, che 
si ritiene la più contraria allo sviluppo intel- 
lettuale. Orbene, malgrado la zona torrida 
in cui vive, il brasiliano del Nord è più in- 
tellettuale, più mistico, più filosofo, più al- 
legro, più generoso, più emotivo, più appas- 
sionato che il brasiliano del Sud. Egli deve, 
molto probabilmente, queste qualità al nero, 
in parte per le sue doti, in parte per aver 
reso possibile col proprio lavoro l'insediarsi 
e propagare le loro ricerche di pensatori eu- 
ropei, portoghesi, olandesi e francesi. 

Un'altra qualità che i Brasiliani, i quali 
conoscono i neri assai da vicino, attribui- 
scono alla loro influenza, è la bontà. Pare 
infatti che i negri sieno buoni, dolci, affettuosi, 
amanti della famiglia e dei bambini assai più 
che i bianchi. Cento casi ci raccontarono 
i nativi, di devozioni assolute e delicate 
dei neri verso i loro padroni, verso i loro 
antichi re (a cui continuarono a pagare tri- 
buto anche quando in schiavitù erano di- 
ventati a loro eguali), verso i loro figli, che 



110 GLI ABITANTI 



mai non abbandonano negli orfanotrofii, per 
quanto versino in gravi condizioni economi- 
che ; e verso i bambini che essi hanno allevato, 
devozione che ha aiutato assai la diffusione 
delle razze, attutendo da prima le diver- 
genze fra padroni e servi, e conquistando 
poi l'affetto dei bianchi, che dopo aver com- 
perati i neri come schiavi, non si vergogna- 
vano, riconosciutane la devozione, di adot- 
tarli come mogli e figli. 



Qualità e difetti dei Brasiliani. 

Non è fuor di luogo quindi attribuire alla 
eredità dei neri, la bontà, la solidità dei vin- 
coli familiari ed amicali che si dice seguano 
anch'essi come la poesia e la letteratura nel 
Brasile, la linea di diffusione della razza nera. 
Noi in Europa non abbiamo più idea di che 
cosa siano i legami dell'amicizia e della pa- 
rentela. 

In Europa, quando un uomo si sposa, pi- 
glia a suo carico soltanto la moglie ; ma nel 
Nord del Brasile egli si carica non di rado 



Ospitalità dei Brasiliani 111 

sulle spalle materialmente e moralmente tatto 
il parentado, che spesso vive unito a lei o a 
lui nella stessa casa patriarcalmente; si ca- 
rica, spesso senza alcun obbligo, dei bambini 
lontani caduti in miseria, degli estranei stessi 
che penetrino nella sua casa. Una volta cia- 
scun fazendero manteneva nella sua fazenda 
centinaia di agregados bianchi che venivano 
alimentati e alloggiati gratuitamente da lui. 

Nei romanzi contemporanei, che sono lo 
specchio fedele dei tempi presenti, voi vedete, 
nelle vecchie fazende cadenti, una quantità 
ancora di vinti della vita, di scienziati, poeti 
emigrati dall'Europa e che non hanno potuto 
trovare un appoggio nella nuova patria, me- 
dici, avvocati, filosofi cui qualche intoppo 
ha impedito di finire gli studii. Qualcuno 
rimane qualche mese soltanto, come i pel- 
legrini nei grandi ospizii costrutti per gli 
spostati avventurieri attraverso ai passaggi 
alpini, ma altri tutta la vita come l'ostrica allo 
scoglio, seguendo la fortuna e la sventura 
dei loro ospitanti senza che questi pensino a 
disfarsene. 

In molti paesi si trovano delle famiglie ospi- 
tali; ma qui l'ospitalità è la regola. Nelle 



r> 



112 GLI ABITANTI 



fazende voi non troverete forse che una sala, 
la quale serve in genere anche da biblioteca, 
(la studio; ma trovate, sempre, anche nelle 
più modeste, dieci o dodici camere da letto 
per gli ospiti eventuali. 

Una comitiva di otto o dieci persone può 
capitare all'imprevista nella più nmìle fazenda 
sicura di esser bene accolta e di non metter 
a soqquadro in alcun modo l'ordinamento 
della casa; a tavola, nelle famiglie private, 
trovi spesso alcuni posti vuoti i)er gli ospiti 
che il caso vi manda ; nel nostro rapido 
viaggio nello Stato di San Paolo successe ap- 
punto a due nostri compagni di restar fuori 
di notte e di entrare così in una fazeiida 
sconosciuta, senza che alcuno trovasse strano 
che essi fossero andati senz'altro ad allog- 
giare presso degli estranei. 

Una giovane italiana, di cui parlerò an- 
cora, fu ospitata i)er un mese da una fami- 
glia che appena aveva veduta una volta, la 
quale, saputo che essa avrebbe dovuto rima- 
ner in Bell'Orizzonte qualche tempo per cer- 
car lezioni e lavoro che il presidente dello 
Stato le aveva promesso, le offrì la sua casa. 
All'ospitalità è annessa una generosità così 



Generosità 1 1 3 



spinta, che si trasforma qualche volta in di- 
fetto, poiché nella sua passione di dare, il bra- 
siliano è capace di dare qualche volta più che 
non possa, mettendo in gravi imbarazzi sé, 
gli amici e qualche volta anche il pubblico. 
Se infatti ho sentito di molti, che per la ge- 
nerosità di amici, spesso appena intravisti di 
lontano, hanno potuto rifare la fortuna, ti- 
rarsi da un passo difficile, molti ancora ho 
udito lagnarsi di aver perduto grosse somme 
perchè le persone che li dovevano pagare ave- 
vano tutto dato ad altri. 

La forza dei legami dell'amicizia che non 
indietreggia quando gli amici non possono 
disporre di alcuna influenza, è una delle cose 
che mi ha colpito più gradevolmente nel 
Brasile. Don Fedro è caduto dal trono or- 
mai da venti anni, è morto e sepolto lontano 
dalla patria diletta, ma il suo ritratto pro- 
tegge ancora benevolmente gli scolari che 
non Phanno mai conosciuto, come i malati 
degli ospedali fondati da lui. Noi abbiamo po- 
tuto seguirlo così a Santa Teresa, a Petropoli, 
in mezzo alle ombrose piante di cui egli si 
era circondato, nelle istantanee, nei ritratti, 
nei medaglioni, nelPaftetto, nelle parole dei cit- 

Feruero. America del Sud, 8 



114 GLI ABITANTI 



tadiui nati spesso dopo la sua morte, come 
non abbiamo conosciuto mai alcun re dell'Eu- 
ropa vivente e imperante sul proprio trono. 
Machado de Assis è lo scrittore più celebre 
del Brasile, ma egli è ormai quasi ottantenne, 
non ricco, vive di un piccolo impiego al Mi- 
nistero, è solo, non ha famiglia, non figli, 
non dispone quindi né di denari, né di in- 
fluenze, ma nessuno può immaginare le cure, 
le gentilezze di cui egli é fatto segno. Mi- 
nistri, deputati, scienziati tutti sono pronti 
e premurosi sempre a lasciargli il passo e 
proteggerlo, ad animarlo, a bever le parole 
che escono dalla sua bocca ; così degli altri. 

Noi non abbiamo conosciuto Joachim Na- 
buco, figlio di Nabuco de Arahujo statista sto- 
rico e poeta insigne. Noi non Pabbiamo visto, 
^ dico ; egli è lontano ora, ambasciatore del 

Brasile negli Stati Uniti, non dispone quindi 
■y di influenze locali, ma noi non abbiamo par- 

p lato con alcuno che non ce l'abbia lodato 

1^ e citato; e diflìcilmente voi trovate in Bra- 

sile un libro in cui non si parli di lui, nella 
prefazione, nella dedica od accidentalmente; 
amici o nemici politici, tutti sono concordi 
nell'ammirazione comune. 



Foì'za delle amicizie 115 



Questa forza delPamicizia, questo amore 
universale fa sì che il nuovo arrivato non si 
trova mai solo al Brasile, non ha quel senso 
di abbandono, così terribile, che si sente 
quando si penetra nella complicata civiltà in- 
dustriale inglese o nord-americana. Kicco o 
povero, ministro o pezzente, egli troverà 
sempre nei vicini, nei capi, nei compagni della 
officina, della fazenda^ amici affettuosi e com- 
passionevoli. 

La giovanetta italiana, di cui più sopra, mi 
raccontava, che, giunta nel Brasile quattro 
anni fa, ebbe la sventura di perder poco dopo 
il fratello, sostegno della famiglia. Ohe fare ? 
le rimanevano a carico il padre e la madre, 
essa doveva pensare a loro. I vicini, cono- 
sciuto il caso, la consigliarono a rivolgersi 
al presidente dello Stato: essa così fece, e 
pochi mesi dopo la giovinetta che non aveva 
appoggi, non amici antichi, non parenti, aveva 
trovato nella nuova terra modo di guadagnare 
per sé e pei suoi. 

Gino Macchioro, in un recente fascicolo della 
Nuova Antologia, racconta di una famiglia in 
mi i figli, restati privi del padre e della 
madre, furono adottati dai vicini. Quanti fatti 



116 GLI ABITANTI 



\ 



simili ci furono raccontati in quelle brevi 
soste del nostro viaggio, in cui gli Italiani ci 
accerchiavano in massa, per affidare a noi i 
loro dolori, le loro ansie, i loro desiderii, come 
i bambini affidano i loro baci alle rondini 
migranti per portarli in patria! 

Un'altra caratteristica del brasiliano del 
Nord almeno, legata anch'essa forse all'ere- 
dità del nero, è la sua timidezza. 

La moglie del ministro dell'Uruguay, una 
coltissima signora che risiede in Kio da pa- 
recchi anni e che come straniera è in grado 
di atterrar meglio i tratti caratteristici del 
popolo in mezzo a cui vive, ci faceva notare, 
in uno dei primissimi giorni del nostro ar- 
rivo al Brasile, che ella non aveva mai tro- 
vata tanta semplicità, tanta cultura, tanta 
timidezza, tanta cordialità e tanto romanti- 
cismo, come nelle classi alte del Brasile, con 
cui era a contatto da parecchi anni. 

Abbiamo dovuto constatare in seguito che 
il giudizio della signora era esattissimo. 

Eade volte mi è occorso, come a Rio, di 
veder uomini adulti, colti, intelligenti, che 
parlavano bene parecchie lingue, die inse- 
gnavano in scuole superiori, che avevano pub- 




Timidezza e modestia 117 

blicati fior di volumi, restar timidi, impacciati 
davanti agli altri, eclissarsi quando sarebbe 
stato il momento opportuno di mettersi in mo- 
stra, nasconder quasi i loro meriti, la loro 
scienza. La vedova di un diplomatico brasi- 
liano, che aveva viaggiato col marito tutti gli 
Stati delP America e buona parte di quelli d'Eu- 
ropa, mi diceva che in nessuno Stato aveva 
trovato dei diplomatici così timidi come quelli 
del suo paese. E credo che questa timidezza 
che fa credere al brasiliano di esser sempre 
inferiore, unita ad una ingenuità straordinaria 
che lo spinge a raccontar sempre tutto quanto 
sta per fare, rende i Brasiliani in genere pes- 
simi diplomatici, incapaci di celare i loro di- 
segni, proclivi a credere quello che altri aff'er- 
ma vero, il che poi si ripercote nella strana 
riputazione di cui soffrono. 

La signora, di cui sopra, soggiungeva che 
suo marito, per quanto avesse viaggiato mezzo 
mondo, si fosse trovato in congiunture strane 
e bizzarre, in guerre, in rivoluzioni, in mezzo 
agli Indi, ai Boliviani, ai Patagoni, non osava 
mai esprimere la sua opinione, né dire quello 
che aveva osservato se non vi era si)into 
dalla necessità. 



118 GLI ABITANTI 



> 



Letterati, scienziati, professori, giornalisti, 
che avevano scritti molti volumi, non osa- 
vano j)arlarci delle proprie opere, come non 
avevano mai osato mandare le recensioni che 
avevano fatto del Grandezza e decadenza di 
Eoma di mio marito, mesi od anni avanti 
della nostra venuta. Solo alla fine del no- 
ir stro soggiorno, pochi giorni prima di partire, 

potemmo avere contezza delle opere di Johan 
Eibeiro e di José Verissimo, due dei più 
autorevoli letterati, storici e giornalisti di Rio 
de Janeiro, coi quali avevamo quasi convis- 
suto durante due mesi. 

Machado de Assis, il presidente dell'Ac- 
cademia Brasileira, il più celebre poeta e 
scrittore del Brasile, non osava entrare nel 
salotto senza essersi informato se eravamo 
stanchi; e per darci un album da firmare, 
sentì la necessità di un preambolo lungo 
mezz'ora. 

Ogni giorno giungevano nelle nostre ca- 
mere delle magnifiche orchidee, dei frutti 
rari e squisiti, dei giocattoli perfino, senza 
che se ne sapesse il donatore. La timidezza, 
la modestia degli uomini colti ivi giunge al 
punto che un grande giornale francese, avendo 



Immaginazione 119 



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^^txt 1^^^ mezzo del console, un corrispon- 

\,^^ . ^ ^^ mettesse al corrente della let- 

^\^ ^^ brasiliana, l'incarico fu affidato a un 

^^^ ^^tto di primo pelo, perchè letterati e 

^^ ^^*ì l'estarono tutti ugualmente indif- 

^ ^ ^l^la influenza che avrebbero potuto 

stare con questo mezzo in Europa, sfl- 

Mì ^ torto, di poter interessare il pub- 

^viropeo alle loro produzioni. 

i*oxvj ^9^-Aranha, il primo forse dei poeti e 

^ì ^^ieri della giovane generazione, autore 

j^ ^^^^ ^ C/w//?w»an che esercitò nel Brasile l'ìn- 

' ^^"^i ^^Ua Capanna dello zio Tom negli Stati 

^ *4? > ^^Otto la cui influenza furono modifl- 

^> ^^e ^^^i ^ costumi), non rispose alle prof- 

^^/ Oo.. ^ ir^darre il suo libro in Europa, per- 

^^> Oj^/ (Ìj4^av^ «non riesco ad interessarmi 

ju ^/ ^ioxi^ ^^ "^ pu.bblico che non è quello 

^^^0 h) Qrpt^ j^i^^ importante del brasiliano 
\ % 4^^^Jti é^^i^^^^^ ^'antaggio dell'innesto col 

) \)^^^ 4 rz^^ ixjnmaginazione, feconda come 

/ v^l ^ V. y-y-x^^-^^ ^^® ^^ colorare cogli iride- 

^ tìV -^^ ^^"^ incantevole miraggio le 



% ^-i^^^^^ <^ileno mi diceva che la 



120 GLI ABITANTI 



grande immaginazione del brasiliano è il suo 
difetto capitale. « Quando noi facciamo una 
legge — egli soggiungeva — quando noi sof- 
fochiamo una rivoluzione, parteggiamo per 
un alleato, lo facciamo dietro a piani indi- 
scutibili, partendo dal nostro interesse reale, 
o almeno creduto tale in quel dato momento. 
Il brasiliano invece è assai differente ; voi 
non potete mai prevedere quello che farà in 
quella data circostanza ; egli non è legato da 
necessità logiche, egli non vede i confini del 
possibile, egli sogna, sogna sempre ». 

Questa immaginazione, sparita quasi da noi 
sotto l'influsso del hushiess inglese e nord-ame- 
ricano e che il cileno, Pinglese classico del 
Sud- America, trovava un difetto, è stata in- 
terpretata dagli Europei molto falsamente. 
Ad essa credo va attribuita la fama di Ro- 
domonti che godono i Brasiliani in Europa. 
Come potrebbe un esatto e compassato inglese 
interpretare altrimenti un popolo che chiama 
mille reis una moneta che vale poco più della 
nostra modesta lira, e misura le bestie della 
sua stalla dal numero dei loro piedi invece 
che delle loro teste, che appella le sue navi 
da guerra « terror do mund4) ^ o simili I 



Enciclopedismo nella educazione \^^ 

Ebbene, niente di più falso. Non si tratta 
di vanto voluto, ma di una visione grandiosa, 
immaginosa di tutto quanto lo circonda. 

Se la immaginazione ha giuocato alcuni 
brutti scherzi al brasiliano, è stata però i>er 
questo popolo di un immenso vantaggio, le- 
gandolo facilmente alla corrente encicloi)e- 
dista, classicista, romantica che ha predo- 
minato in Europa nel secolo scorso, correnti 
che hanno avuto pel Brasile, come già per 
PEuropa, l'effetto di alzare il popolo ad una 
altezza a cui non era giunto mai. 

Noi non abbiamo più visto, dell'enciclope- 
dismo, che gli ultimi bagliori. Mi ricordo di 
aver sentito parlare di Voltaire, di Rousseau 
dai vecchi zii che avevano preso parte alle rivo- 
luzioni del '21, del '49, dai vecchi amici di casa 
contemporanei ancora di Cavour, di Mazzini. 
Ma furono gli ultimi sprazzi. Quando io ho 
letto la Noiivelle Héloise, i tempi erano così cam- 
biati che io non me ne sentii più commossa. 

L'influsso dell'enciclopedismo, ahimè! passò 
fra noi come una meteora. Il soffio di ideali- 
smo, di patriottismo, di altruismo, di fratel- 
lanza che esso aveva acceso nel cuore dei 
nostri nonni, si spense con essi, 



1^2 GLI ABITANTI 



La li uova generazione crede fantasticherie 
(la romanzo l 'muore verso la patria, l'am- 
mirazione della natura, ogni sentimento vero 
ed umano che non serva al conseguimento di 
un bene ogoLstico, immediato. L'enciclope- 
dismo, invece, ha trovato una nuova patria, in 
cui si è radicata solidamente, in queste terre 
meravigliose d'oltremare, in cui il ritorno 
alla natura è confortato da una terra lussu- 
reggiante e dall'immenso amore dei suoi abi- 
tanti per esisa. 

L'enciclopedismo in Brasile si respira dap- 
pertutto: nei no]iii degli abitanti: Eloisa, Ca- 
pitolìa, Eflgenia, Tullia, Amanda, Washington, 
Franklin, Lafayetfce, Euclide, Temistocle, Te- 
lemaco, Ulisse, che vi sono assai più comuni 
che non da noi Teresa, Giulia, Giuseppe ; e 
nei nomi dei luoghi: Grotta di Pciolo e Tir- 
ginm, Spiaggia tki Saudadis (nostalgìa), di 
Beira mur, dì Àguzzis^ di Icarahi (degli uccelli), 
lino alla scienza, alla letteratura, alla poesia. 

I i>rimi ministri di Don Fedro si chiama- 
vano Aureliano, Onorio, Tito, Saturnino. 

Joacliim Xabuco nella sua vita racconta 
che, venuto a venti anni la prima volta in 
Europa, destinò due degli undici mesi di cui 



Enciclopedismo nella cultura 123 

disponeva, alla natura, uno a Ginevra per 
vedere e fantasticare davanti allo scenario 
della Nouvelle Héldise^ per rivedere Fermy te- 
stimonio degli ultimi anni di Voltaire, e Coih- 
pet, per contemplare la residenza di Corinne, 
di Madame de Stael, ed uno a Fontainebleau 
a contemplare le foreste e la natura della 
Francia. 

I libri su cui gemette la generazione che 
governa ora furono — (Nabuco, Minha Vida) 
Os voliintarios da viorte^ ode alla Polonia di 
Pedro Louis ; As palavras do un Creente de La- 
mennais, Historia dos Crirondiiios di Lamartine, 
O mwndo caminha, di Pelletan, Os vmrtires da 
libertade di Bsquines, e i capolavori di Quinet, 
Victor Hugo, Heine, Louis Blanc, Thiers, 
Michelet. 

Ghaixaan, il poema nazionale del Brasile, 
è un figlio diretto della Nouvelle Héloise. Il 
suo eroe, un giovane tedesco che fugge la 
patria dopo la morte della fidanzata, è un 
idealista puro che abborre le false conven- 
zionalità, che va a tuffarsi nella solitudine 
della foresta vergine per vivervi una vita 
sana e morale. Egli vi dimora felice al- 
cuni anni assistendo a tutte le fasi della 



1:^4 GLI ABITANTI 



natura, a tutte le vicende delle colonie pri- 
mitive. Ma anche colà egli trova l'ingiustizia 
che, sotto lo spettro della giustizia umana, 
condanna per infanticidio una povera donna, 
perchè non ha saputo difendere il figlio, natole 
nel bosco, dagli artigli delle fiere. L'idealista 
libera la vittima dell'ingiustizia sociale, e fugge 
con lei lontano lontano, alla ricerca del Oha- 
naan, della terra promessa della pace e del- 
l'amore eterno. 

Quest'influsso, che non si è limitato agli 
enciclopedisti vissuti nel secolo XVIII, ma 
vi ha aggiunto i loro discendenti diretti, i 
filosofi positivisti del secolo XIX, ha una 
sede ufficiale in Eio, il Tempio delV Umanesimo. 
Nella Rio aristocratica, in una via deserta 
e silente, si erge il Tempio dell'Umanesimo, 
che copia nelle sue linee esterne il Pantheon 
di Parigi, e in quelle interne il tempio fon- 
dato da Oomte nella casa di Clotilde. Il tempio 
è ornato all'interno da grandi stendardi verdi, 
il colore di Comte, da busti dei grandi poeti 
e filosofi dell'umanità: Omero, Socrate, Pla- 
tone, ecc., ecc., e da motti di alta morale, come 
Ordine e Progresso^ Vivere per gli altri, Amare 
vai più che esseri amati, ecc., ecc. Al posto del- 



Jl tempio positivista VJ') 

l'altare un grande quadro raffigurante la Ma- 
ternità nella effigie di Clotilde che tiene in 
braccio un bambino, dipinto da un pittore 
brasiliano, lo stesso che dipinse il grande 
affresco che sta nel tempio di Comte a Parigi. 

Due volte la settimana, gli addetti — sono 
circa un 400 — si radunano nel tempio e di- 
scutono di ogni questione della scienza come 
della fede, dell'economia politica come della 
famiglia. Il tempio ha i suoi sacerdoti, i suoi 
riti, il suo calendario, le sue feste e, quel che 
è più, una certa influenza sul mondo intel- 
lettuale e politico, e sopratutto militare. Xon 
a caso la Repubblica del Brasile porta per 
motto le parole: Ordern y Progreso^ che sono 
quelle del vessillo di Augusto Comte, poiché 
Benjamin Constant, l'ideatore della Eepub- 
blica, era comtista convinto, e comtisti fu- 
rono i primi Governi rivoluzionarli, sicché lo 
statuto della Confederazione Brasiliana fu 
modellato sui dettami della scuola positivista. 

Ma Kio de Janeiro ha un altro tempio, che, 
pur non essendo fondato da un positivista 
né officiato da sacerdoti, ha però esercitato 
una influenza grande sulla coltura del Bra- 
sile, la libreria Garnier. 



1 



126 GLI ABITANTI 



Nel cuore della città, in piena Eua Ouvidor, 
si apre questo temi^io che, similmente ai ri- 
trovi dei rivoluzionarli enciclopedisti, è collo- 
cato in un palazzotto medioevale che ricorda 
lontanamente quello del Figaro di Parigi. 
Come il tempio di Augusto Comte, questa li- 
breria (anche essa una importazione francese, 
perchè il suo fondatore Garnier è parente 
dell'editore Garnier di Parigi) ha acquistata 
una importanza a mille doppi maggiore che 
non in patria. La libreria Garnier di Rio 
non è infatti una semplice bottega di libri, 
ma un diCb, un'accademia, una biblioteca 
nazionale, una corte di mecenati. Ogni giorno, 
dalle tre alle cinque, le persone più colte 
della capitale vanno a dare una capatina 
da Garnier. È là, nell'immenso salone cen- 
trale, attorno ai grandi tavoli in cui stanno 
accatastate tutte le novità più recenti lette- 
rarie, scientifiche, artistiche di tutti i paesi 
d'Europa, che si trovano assieme generali, 
maestri, ammiragli, ministri, giornalisti, scien- 
ziati ed artisti. 

Ed è collo stesso ardore, collo stesso affanno 
con cui i fanciulli cercano e frugano nelle 
vecchie carte alla caccia di francobolli preziosi. 



La libreria Gamier 127 

che tutti quegli uomini, il fiore del Brasile, 
fruga nei tavoli, nelle biblioteche che guerni- 
scono le pareti, per trovare le novità più 
interessanti, a qualunque genere esse appar- 
tengano, mentre i panierini coi libri più an- 
tichi, collocati ai piani superiori, salgono e 
scendono ininterrottamente. Nessuna novità 
passa così inosservata, nessuna opera degna 
di essere studiata e discussa, muore nel campo 
ristretto degli specialisti a cui è diretta. 

Ora, questa influenza dell'enciclopedismo, 
che le tendenze fantastico-mistiche dei Bra- 
siliani hanno permesso durasse qui assai 
più lungamente che altrove, ha reso un gran 
servigio al morale degli abitanti salvaguar- 
dandoli dal cinismo che va allagando tutto 
il mondo moderno e preservando gli intel- 
lettuali da quella unilateralità degli studii 
che sterilizza la scienza e Parte nella vecchia 
Europa. Ingegneri, medici, avvocati, ammi- 
ragli e generali, tutti sono riallacciati qui 
alla vita comune da comune idealismo intel- 
lettuale, da una comune coltura generale, 
che essi continuano ad estendere accanto 
agli studii speciali professionali. Abbiamo 
avuto occasione di conoscere intimamente 



128 OLI ABITANTI 



due ammiragli e un generale; essi non solo 
conoscevano a fondo la storia dell'Europa, 
ma la letteratura europea, la legislazione, | 

un po' di medicina, di arte, di economia po- 
litica ; il generale anzi fu il primo a divul- 
gare le nuove dottrine dell'antropologia cri- 
minale in Brasile ; uno degli ammiragli, Huet 
de Bacelar, aveva fatto delle interessantissime i 

osservazioni sul herirberi e su altre malattie 
alle cui epidemie aveva assistito; lo stesso 
mi parlava delle opere di Francesco Slacci 
con una tale ammirazione e lucidezza come 
non avevo mai sentito i)arlarne in Italia ; 
l'altro, il barone de Jaceguay, che conosce per- | 

fettamente l'italiano e che ha sposato una 
gentile italiana, ha scritto preziosi documenti 
della storia contemporanea del suo paese. 

Un altro generale, che abbiamo conosciuto, 
è ora prefetto della città, capo dei pompieri, 
— che ha organizzato in modo stupendo — 
ed architetto; a lui si devono, fra gli altri, 
il palazzo Monroe e quello della Biblioteca, 
che sono due veri gioielli, oltre alla casa dei 
pompieri che è il suo palazzo prediletto. Bar- 
bosa Kodriguez, il direttore del Giardino 
Botanico, non solo è un naturalista eminente. 



Cultura delta classe elevala lii9 

ina uno storico valentissimo, uno dei più at- 
tivi membri dell'Accademia di Studii Storici 
di Eio. Egli ha scoperto la genesi degli Indi 
d'America, dimostrando che derivano da popoli 
mongoli, con una serie di prove mineralogi- 
che, glottologiche e geologiche che farebbero 
grande onore a uno storico di professione. 
Nabuco cominciò la sua carriera come poeta 
e drammaturgo. Non parlo poi dei roman- 
zieri diplomatici, degli avvocati giornalisti, 
che sono qui la regola, non l'eccezione. 

Un'altra buona influenza dell' enciclope- 
dismo, è stata la posizione che ha dato alla 
donna. 

Sempre partendo dall'errore che lo schiavo 
fosse qualche cosa di mezzo fra il nostro servo 
e il nostro cane, noi ci immaginiamo che 
la brasiliana delle alte classi, essendo pa- 
drona di molte schiave, doveva esser abituata 
a restar tutto il giorno distesa nella sua ama- 
ca, accarezzata dal fresco dei ventagli agi- 
tati dalle schiave. 

Queste fole, generalmente ripetute all'infi- 
nito perchè piacciono al popolo, possono es- 
3r state vere per qualche famiglia che cadde 
er questo in rovina, ma non poterono mai 

Ferrerò. America del Sud. 9 



180 GLI ABITAKTl 



generalizzarsi. Nella società a schiavi, ap- 
punto per questo che la padrona ha molte 
donne sotto di sé, essa deve forzatamente es- 
ser attiva, perchè se non sa utilizzare, edu- 
care, istruire le schiave, queste finiscono di 
consumarle il patrimonio. 

Nella Famiglia Medeiros di Julia Lopez de 
Almeida, la Beecher Stowe del Brasile, il ro- 
manzo antischiavista uscito prima della abo- 
lizione della schiavitù, la padrona è occupata 
tutto il giorno a sorvegliare le schiave. Nelle 
fa::ende la moglie, le figlie del proprietario, 
del fattore, sono insieme le padrone, le medi- 
chesse, le avvocatesse del piccolo popolo che 
esse presiedono e reggono. 

La donna brasiliana è quindi molto attiva, 
è fornita in genere di tutte quelle doti di 
praticità, di buon senso, di pazienza che 
mancano agli uomini e che l'hanno fatta in- 
dispensabile a loro. 

L'uomo scapolo, l'uomo che non ha ac- 
canto a sé una donna, credo che in Brasile 
non é e sopratutto non fosse concepibile una 
volta, né nelle alte né nelle basse classi. 

Una cosa sola mancava alla donna, una pc 
sizione sociale. L'influenza europea era stafe 



La situazione della donna 181 

fino a pochi anni fa minima in Brasile. Ilo 
detto che nei primordii l'emigrazione fu in 
Brasile quasi esclusivamente maschile, tanto 
esclusiva, che, malgrado le reticenze dell'eti- 
chetta, il re di Portogallo fu ben presto 
obbligato ad ammettere come validi i matri- 
monii perfino di governatori e viceré con le 
indiane ed alla fine colle negre. 

Nella educazione della donna prevalsero 
quindi le tradizioni negre od indiane ; ora que- 
ste tradizioni non erano cattive. La negra ò 
sensuale, ma è molto attiva, paziente, pulita, 
ordinata; voi vedete spesso per la strada delle 
nere cariche di gioielli, di nastri, di colori, 
ma non vedete mai una nera discinta. La 
donna indiana non è altrettanto attiva, ma 
è piena di dignità, di fierezza, di passione. 

In omaggio forse alle tradizioni negre ed 
inde, la donna prese un posto molto umile 
nel focolare domestico; suo dovere fu rite- 
nuto l'allevare i figli, l'amar il marito, il re- 
star impassibile di fronte ad ogni sentimento 
di gelosia, di odio, di risentimento. 

L'enciclopedismo, le idee filosofiche nuove 
venute d'occidente l'hanno tolta <al gineceo 
tu cui stava rinchiusa, alla passività a cui 



132 OLI ABITANTI 



si era volontariamente condannata. La donna 
fu di un tratto elevata ad eguale dell'uomo, 
messa a scuola con lui, trattata alla pari, 
fatta segno al pifi tenero culto dall'elemento 
mascolino della società in cui vive. Non si 
tratta qui di femminismo — le donne che stu- 
diano o che esercitano mestieri o professioni 
maschili sono pochissime — ma di quell'am- 
mirazione romantica che ha goduto da noi la 
donna nel secolo scorso. Malgrado che da 
venti anni soltanto (e non ancora in tutti 
i piccoli paesi dell'interno) essa sieda alla 
mensa accanto all'uomo, malgrado che da 
venti anni soltanto essa frequenti le scuole 
pubbliche, i)ure la donna, madre, moglie o 
figlia, ò presente in tutte le opere dell'uomo 
più assai che nei paesi così detti avanzati e 
femministi. Non a caso Anita Garibaldi era 
brasiliana, perchè essa rappresenta la donna 
brasiliana, donna fino nelle più intime fibre 
dell'animo, moglie devota fino alla morte, 
madre tenera e amorosa. La moglie di Bar- 
bosa Eodriguez, di cui parlai più sopra, 
è in altro campo un'altra Anita Garibaldi. 
Il marito non andò mai in battaglia, ma 
condusse cionondimeno una vita assai avven- 



Miglioramento 133 



turosa attraverso alle foreste, ai fiumi sco- 
nosciuti, sempre in cerca di animali, di piante, 
di uomini, per trovar nuovi veri, per trovar 
la dimostrazione delle sue teorie e far da inter- 
mediario fra gli Indi, che egli ama e conosce 
intimamente, e i governanti. E la moglie lo 
seguì sempre, colla famiglia che andava 
aumentando ogni anno (ha quattordici figli, 
di cui due nati nella foresta), istruendo i figli, 
allattandoli, educandoli, aiutando il marito 
nelle sue ricerche, con lui disegnando, stu- 
diando, classificando, tanto che nell'ultimo 
Congresso dei naturalisti di Montevideo, essa 
fu proclamata presidente onorario. 

Così la moglie di Gra§a-Aranha, lo scrit- 
tore gentile che ci fu guida preziosa attra- 
verso il Brasile. 

Quasi tutti i letterati e gli artisti che ab- 
biamo conosciuto a Eio, hanno vicino a loro 
una di queste donne, madri, figlie, spose, che 
si occupano del loro caro, che lo sorreggono, 
lo aiutano, lo animano nelle ricerche, e che 
sono a lor volta amate, protette, adorate. 



134 GLI ABITANTI 



^ 



Pino ad ora non ho parlato che delle qua- 
lità dei Brasiliani. Ohe cosa vi ha nel Bra- 
sile di cattivo, di triste, da giustificare la 
fama di cui soffre ? 

Vi ha prima di tutto che la vita materiale 
è differente dall'europea. Il Brasile nel Nord 
e nel Centro non ha grano e non ha vite, 
che crescono quasi esclusivamente negli Stati 
del Sud, Eio Grande e Santa Oatharina; il 
contadino nello Stato di San Paolo, di Eio, di 
Minas, di Bahia, di Fernambuco deve nutrirsi 
di banane, di manioca, di maiz, di fagiuoli, 
di pesce e di riso a cui può unire qualche 
f po' di carne e di latte, non eccessivamente 

f a buon mercato. Si aggiunga che l'acqua vi è 

if. abbondante, ma spesso inquinata, e prudenza 

|[ vorrebbe di berla sempre bollita, come fanno 

^ gli indigeni sotto forma di mate o di caffè. 

Questo cibo, a cui si abituano abbastanza fa- 
I cilmente alcuni, riesce insopportabile ad al- 

^ tri, specie se abituati al pane ed alle paste, 

|: come riesce insopportabile il niate. Da qui 

I deperimento fisico, disgusto, ecc., ecc. 



^■ 






Morbi esotici 135. 



Di un effetto disastroso sono poi per l'emi- 
grante le novità dei pericoli e delle malattie 
a cui va incontro. Ohe ci siano dei centri mal- 
sani nel Brasile, questo è indubitato; non è 
vero però che molte parti del Brasile sieno 
più malsane di altri paesi. Il coefficiente mor- 
tuario di molte città è minore spesso di quello 
di NaiK)li, di Trieste, di Roma, di Pietroburgo. 
Confrontando la Statistick BevolMng von Aiììt 
sterdam e la Demografia sanitaria di Rio Ja- 
neiro si ha che la mortalità è: 



Atene, 30,9. 

Pietroburgo, 30,5. 

Mosca, 29. 

Trieste, 28. 

Madrid, 28. 

(Brasile) Porto Allegre, 24. 

Breslau, 23. 

Genova, 21,5. 

Marsiglia, 21,4. 

Milano, 21,1. 



(Brasile) San Paolo, 20,9. 

Boma, 20,8. 

(Brasile) Rio de Janeiro, 

20,7. 
Torino, 20,7. 
Vienna, 19. 
Tokio, 18,3. 
(Brasile) Bahia, 18,1. 
Parigi, 17,6. 
Londra, 16,6. 



Ma se la mortalità non è molto superiore 
all'europea o all'asiatica, le malattie e la morte 
a cui si va incontro sono molto dissimili ; mor- 
sicature dei serpenti, febbre gialla, mal di fe- 
:ato, tenia, echinococco, trichina e Uscio, una 
pecie della nostra scabbia, che attacca le un- 



136 GLI ABITANTI 



ghie dei piedi.... e ohe spaventa i coloni più 
della lebbre gialla. 

Molta noia dà poi al bianco nuovo venuto 
il contatto col nero, più ostico, spesso, del mate 
che dovrebbe ingoiare. Il bianco si sente dis- 
onorato se deve lavorare con lui, e peggio se 
sotto di lui o sotto il mulatto, che si dice in 
Brasile, come in ogni altra regione del mondo, 
sia la parte peggiore della società, e si capisce. 
Finché un nero nasce di parenti neri, egli 
non ha nulla da imprecare né contro la so- 
cietà né contro la natura : egli ha una morale 
tradizionale da seguire. Ma quando un ram- 
pollo viene al mondo, nato da un nero e da 
una bianca o viceversa, la sua condizione è 
assai diif erente ; spesso egli si sente l'intelli- 
genza, la forza di un bianco, ma ha la co- 
scienza che il colore della sua pelle segnerà 
tutta la vita un carattere indelebile di infe- 
riorità nel suo corpo, da cui non riuscirà a 
liberarsi mai; necessariamente quindi, per 
quanto ufficialmente sia trattato alla pari 
degli altri, egli deve imprecare al parente 
nero che questo marchio gli ha impresso, alla 
società che bolla questo colore come carat 
tere di inferiorità ; necessariamente diventerà 



Indolenza e passività del brasiliano 137 



sospettoso, puntiglioso, ambizioso e spesso 
falso, bugiardo, pur dì arrivare in alto, pur 
di schiacciare il bianco, che gli x>arrà sempre 
il suo ingiusto rivale.... Ma la condizione di 
mulatto è transitoria. Per questa stessa ra- 
gione che il colore lo umilia, un mulatto non 
sposerà mai una nera ; egli sposa sempre una 
mulatta od una bianca, e i figli, dopo poche 
generazioni, più o meno saranno bianchi o 
almeno considerati come tali, e chi risiede 
qualche tempo in Brasile, vede infatti come 
il paese va imMancandosi a vista d'occhio. 

Il vero difetto però dei Brasiliani che fa 
paura agli Europei.... e non a torto, è la loro 
indolenza, che può essere volta a volta in- 
terpretata come codardìa, come menzogna, 
come avarizia, come inesattezza commerciale, 
e peggio ancora. 

La indolenza del brasiliano è una indo- 
lenza tutta sua, fatta non tanto di inattività 
quanto di passività, di mancanza di inizia- 
tiva; e deve venirgli dall'incrocio col negro. 
Come il negro, il brasiliano infatti non ri- 
fugge dal lavoro, dal continuare cioè il lavoro 
che ha sottomano; ma rifugge dal fare qualche 
cosa che esca dalle sue mansioni solite, dal 



188 GLI ABITANTI 




l^reiidere una iniziativa, dal compire un atto 
elio non sia la ripetizione di quelli giornalieri. 

Il Verissimo diceva che la democrazia asso- 
luta che regna in Brasile, la mancanza di 
limiti che separino una classe dall'altra, la 
traflruratezza di ogni regola di etichetta, è 
frutto molto più della mancanza di forza in- 
dividuale che non di idee sociali, e che è 
questa mancanza di forza che impedisce in 
Brasile il fonnarsi di società scelte, perchè 
nessuno ha la forza di rifiutare colui che 
uon dovrebbe farne parte. Sono tentata a cre- 
dere che il Verissimo non abbia torto; la 
mollezza e la poca puntualità del brasiliano 
non hanno riscontro con quella di nessun 
palese che io conosca. 

Oi fu uno sciopero nel 1890 degli studenti 
del Politecnico di San Paolo perchè i i3rofes- 
sorì non facevano neanche metà delle lezioni 
regolamentari; i professori non le facevano 
peritile il direttore non aveva la forza, l'ini- 
ziativa di imporsi a loro. 

Non è diffìcile trovare direttori, ammini- 
stratori, ministri capaci, intelligenti, onesti 
— la maggior parte dei ministri muoiono po- 
vuiij dice il Verissimo — ma è molto diffìcile 



Inesattezza 139 



trovare direttori o ministri capaci dì impe- 
dire che altri taccia il male. 

Virtù o vizio ereditato dal negro che sì ò 
aflezionato al padrone che Pha tolto alle sue 
terre, il brasiliano non sa odiare, non sa es- 
sere duro neanche per difendere il bene e 
l'onesto. 

L'esattezza, la regolarità, la puntualità, 
l'attività, ecco doti di cui il brasiliano pare 
non abbia neppure la concezione. I commer- 
cianti sono spesso spaventati quando devono 
trattar affari coi Brasiliani perchè questi 
filosoficamente qualche volta non li pagano 
alla data prefissa, senza neanche scomodarsi 
a fare loro una scusa. I commercianti europei 
credono che si tratti di malafede, di negato 
credito ; assai spesso non si tratta che di in- 
dolenza. 

Provate a scrivere una lettera non di affari 
a un brasiliano.... e voi vedrete che la ri- 
sposta vi ritarda altrettanto quanto la let- 
tera commerciale, e come questa il più delle 
volte non riceve risposta. 

Questo non vuol dire ancora che il brasi- 
liano rifiuti il pagamento, vuol dir sempli- 
cemente che non può jiagarvi in quel mo- 



140 GLI ABITANTI 



mento; come se non risponde alla vostra 
lettera, vuol dire che non ha niente da dirvi 
in proposito, o che fa caldo e non ha voglia 
di rispondervi. 

Ilo sentito molte volte dei coloni raccon- 
tare che dopo aver aspettato dei mesi ed 
anche degli anni il pagamento delle loro fa- 
tiche, e quando proprio credevano di essere 
truft'ati e di aver perso i frutti del loro la- 
voro, venivano invece reintegrati completa- 
mente. 

I contadini, che sono in Brasile da molto 
tempo, lo sanno e aspettano pazientemente; 
i nuovi arrivati invece spesso si adontano e 
se ne vengono via sdegnosamente, proprio 
nel momento buono, poco prima che il sole 
ricompaia, perdendo ogni cosa. Noi abbiamo 
visto parecchie fazende magnificamente am- 
ministrate; ma non sono aliena dal efedere 
che ve ne siano altre in cui il colono sia pa- 
gato molto irregolarmente. 

Quando il brasiliano ha denari, li spende 

con una generosità favolosa. Ci raccontava 

un amico socialista arrivato nel Brasile nel '98, 

prima della attuale orisi del caffè, che sovente 

nei primi tempi gli avvenne di entrare in 



Crini economiche 141 



un caffè, in un teatro e di trovare tutto pa- 
gato da un generoso anonimo. Naturalmente 
chi spende così facilmente, cade facilmente, 
anche se molto ricco, in crisi finanzi<arie. Du- 
rante queste, non paga. Il non pagare non è 
considerato colla rigidezza nostra, tanto più 
che spesso la partita è rimessa, non perduta. 



Ma il torto maggiore del Brasile è quello di 
non essere ricco in questo momento. Tre crisi 
successive, quella della Bepubblica, quella 
della abolizione degli schiavi, e quella del de- 
prezzamento del caffè, l'hanno spossato; un 
protezionismo assurdo e rovinoso, che non 
accenna a diminuire, ha assorbito gran parte 
dei suoi capitali disponibili, proprio ora, 
quando le miniere d'oro e d'argento e di 
diamante dell'Australia, del Sud-iVfrìca e del 
Nord- America hanno diminuito il valore dei 
suoi metalli. 

Il protettorato vigoroso che l'Inghilterra 
esercita sull'India e sull'Egitto, suoi concor- 
renti naturali, ha distratto il commercio mon- 
diale dai prodotti che da secoli costituivano 



[ 



I 



142 GW ABITANtl 



I Ui mii ricH^liezza: il caffè, gli aromi, i legni 



IH'es^iosi, ecc. 

Il linisìhì presentemente non è ricco. Ecco 
forse il liifetto che più lo infama alla faccia 
delfavido mondo europeo. Come al tempo 
4 lei la conquista, il mondo vecchio non chiama 
al nuovo clie oro, oro, oro. Di idealismi, di 
Ijellezzo naturali, egli non sa che farsene. 
Dal giorno in cui il Brasile non è più la gal- 
lina dalhì ova d'oro, ha cessato per esso di 
esistere. 

Hi ò delitto il vigore con cui esso cercava 
di compili'! la fusione delle sue razze, si 
KOJio comun^ntate aspramente le sue rivolu- 
zioni, si sono perfino calunniati il suo cielo, il 
Hììo mare, il suo sole. Succede ai popoli 
quello die succede agli individui ; guai a chi 
impoverisce. Ma come gli individui, a mag- 
gior rati:ione i popoli, se non sono eterna- 
inenfce riodii, ancor meno sono eternamente 
poveri, sopiatutto in America. Una terra irri- 
g^ta, per ogni dove da acque feconde, om- 
breggi ut ìi da foreste fantastiche, riscaldata 
da un Hole meraviglioso, dotata di un suolo 
iiliertoso die racchiude nel suo seno tutti i 
metalU dellu natura, non può restar povera 



JiL- 



Inizio di soluzione 143 



per molto tempo. Un popolo che ha avuto 
il vigore di cacciare in tre anni la fel)l)re 
gialla da Rio, di abolire con un tratto di 
penna la schiavitù, non può non riuscire a 
superare presto questa crisi momentanea, 
tanto più quando ha sottomano tutti gli ele- 
menti della prosperità. E il Brasile troverà 
certo, nella crisi attuale, la spinta vigorosa a 
crearsi nuove fonti di ricchezza. Per aver degli 
uomini, la pianta perenne di ogni sfrutta- 
mento stabile della terra, ciascuno Stato ha 
sacrificato molti dei suoi possedimenti. Il Go- 
verno nazionale ha fatto leggi che, garan- 
tendo ai coloni, su ipoteche territoriali dei 
padroni, i salarli, ne impedissero ogni so- 
pruso. Privati hanno aperto per ogni dove 
campi sperimentali per ripigliar la coltura 
del cotone, che si era andata riducendo, e 
quella del grano, della patata, dei pascoli 
artificiali. 

Da ogni parte si abbattono bosclìi, si aprono 
strade, si dissodano terre, si piantano nuove 
colonie, si fondano nuove città. L(^ immense 
foreste, silenziose depositarie della misteriosa 
bellezza del Brasile, stanno per scomparire. 
Nei piani bruciati, la ferrovia vivace cor- 



144 OLI ABITANTI 



rerà presto parallela alle acciue stupefatte 
di vedersi brillare sopra il sole non più ve- 
lato dalle liane e dalle orchidee. Quando il 
Brjisì1t5 sarà di nuovo ricco e fecondo, tutti 
lo troveranno buono, prudente, geniale. 

Mi>eriamo che come la bellezza della na- 
tura Ila aiutato questo popolo a conservar 
integro il suo idealismo, così l'idealismo per- 
metta a questo popolo di conservar integra 
la sua natura e puri i suoi abitanti, attra- 
verso alle intìnìte brutali necessità della rie- 
cbeisza. 



1 



PABTE SEOOKDA. 

Nella Bepnbblica Orientale 
del Rio Uruguay. 



FsRBEBO. Ameriea del Sud. IC 



Nella Repubblica Orientale. 

Una serie di striscie sabbiose, pianamente 
declinanti verso il mare, separa dallo Stato 
di Rio Grande do Sul la Repubblica Orierì- 
tale del Rio UrugiMy, accoccolata all'estrema 
punta del Brasile. Di incerti confini, separata 
dalla Argentina dal Rio Uruguay e dal Rio 
della Piata, che più che rii sembrano im- 
mensi bracci di mare, schiacciata dai due co- 
lossi del Sud- America, la piccola Repubblica 
quasi scompare dalla carta geografica; e non 
di rado gli Europei la confondono con uno 
Stato del Brasile od una Provincia dell'Ar- 
gentina. Essa è invece una delle Repubbliche 
più importanti del Sud- America, cuscinetto 
indispensabile fra il Brasile e l'Argentina, 
inati nemici fin dalle origini, dei quali, con- 
\ agendo in sé le simpatie, attutisce gli odii. 

ja sua fondazione è abbastanza recente ; 



148 nell'Uruguay 



1 



fino al 1^75 verso il Sud dell'America, Pul- 
timo pimtu popolato dai Portoghesi era la 
Laguna, od il primo popolato dagli Spagnuoli 
tira HuenoK Aires ; una larga zona stava inoc- 
t^iipiita. Risolvette Don Fedro II di Porto- 
gallo di crearvi un posto militare, sentinella 
avanzata c^lie doveva difendere la frontiera 
portoghese verso le colonie spagnuole ; e fondò 
nel 1080j nulla riva sinistra del Piata, la 
colonia del Sacramento, sotto la direzione 
di Emanuel Lobo. 

Incuneata così fra l'Argentina ed il Bra- 
mlej fra il rio ed il mare, solcata da grandi 
flurai, la piccola colonia del Sacramento trasse 
dalla sua i>osizione geografica, orografica e 
.^tor̀iii incremento grandissimo, esercitando 
il commercio e sopratutto il contrabbando, 
tu i ito pili lucroso e prezioso in un tempo in 
cui la Spagna negava alle Colonie ogni di- 
ritto di c^spiirtazione, i>ertìno del suo bestiame 
11 delle HI te pelli. 

Ma nel 1700 la Spagna, messa in sospetto 
dal raptdt* liorire di questa colonia, fondò 
poco loiitiitio da essa, alla foce del Rio de" . 
Piata, hi t-it tà di Monte video. 

Montevitìeo, destinata a un grande avven i 



Antagonismi fra i fondatori 149 

poiché fornita dell'unico porto sull'Atlantico 
che avessero le colonie spagnuole del Sud- 
America, situata a poche ore di distanza dalla 
già fiorente Buenos Aires, ebbe dapprima 
scarsa fortuna. Ma nel 1778, caduto il mono- 
polio commerciale di Cadice, dichiarata porto 
franco, il che attirò a lei gran parte del com- 
mercio del Sud-America, divenne di un salto 
la città più importante del vicereame del Eio 
della Piata. Si calcolava che avesse un com- 
mercio di 35 milioni di franchi, molto più 
grande cioè di Buenos Aires. 

Pomo di discordia fra Portoghesi e Spa- 
gnuoli, Montevideo fu egualmente disputata 
dai Brasiliani e dagli Argentini, che si acca- 
nirono in guerre lunghe e pertinaci per il 
suo possesso, e finirono nel 1828 col dichiararla 
di comune accordo Eepubblica libera ed indi- 
pendente. Libera terra di dominio incerto, 
in essa avevano trovato asilo e gli Indi fug- 
giti alla schiavitù, ed i Portoghesi, ed i Bra- 
siliani e gli Spagnuoli ribelli ai Gesuiti, ed i 
Mori e gli Ebrei che erano restati ancora nella 
Spagna, e sopratutto i Baschi che da soli die- 
dro metà degli Spagnuoli della Repubblica. 
Rifugio a tutti i ribelli e agli emigrati 



150 NELL'URUGUAY 



I 



II 

L 



che durante le guerre di ricostituzione delle 
Repubbliche Sud- Americane fuggivano dalle 
loro tenti dominate da fazioni tiranniche, fu 
assalita nel '4i! dal Eosas, terrore degli Ar- 
gcntim; Monto video sostenne contro lui una 
lotta elle durò dieci anni, dal '42 al '51, in 
cui gli Orientali diedero prova di un co- 
raggio e di un ardire magnifico. La vittoria 
de lini ti va da essi riportata a monte Gaserò, 
liberò gti Orientali e gli Argentini non solo 
dal tiranno Rosas, ma dalla reazione spa- 
gnnola che in luì aveva concentrato i suoi 
ideali e i ftuoi sforzi, e diede alla piccola Re- 
pubblica Orientale il prestigio necessario ad 
asf^ienrare per sempre la sua indii)endenza. 
È in parte a questa guerra e più alla me- 
scolanza dì tante genti ribelli, che questo 
paese deve il suo aspetto originale e le idee 
e le leggi avanzatissime di cui gode. 

Ma tlue secali di lotte e dieci anni di 
guerra contiauaj l'esercizio del contrabbando 
e l'immigrazione di ribelli di ogni regione, 
avevano abituati ì cittadini al maneggio delle 
armi e all'ebbrezza della mischia. 

Pare che da queste ebbrezze ci si disabit 
QotA Uiiliciluiente come dalle tranquille gio 



I bianchi e i rossi 161 



della pace; e le lotte continuarono nella Repub- 
blica, atroci come prima, anche dopo l'otte- 
nuta indipendenza. Le gare fra Brasiliani e 
Argentini risorsero nelle fazioni dei Manchi 
e dei rossi (conservatori i bianchi, liberali i 
rossi), che continuarono a battersi atroce- 
mente fra loro e non solo a parole. Il sangue 
corre a rivi ogni quattro anni, all'epoca delle 
elezioni, nella Repubblica Orientale, e l'eco di 
queste zuflfe riempie l'Europa dell'idea che 
le Repubbliche Americane si esauriscano in 
continue lotte intestine. 

L'esempio però della Repubblica Orientale 
starebbe a dimostrare che la guerra e le lotte 
intestine invece che fiaccare ed indebolire 
un paese, lo rendono sempre ino. forte, più 
ardente, più amante della patria, più ordi- 
nato nelle sue industrie, nei suoi commerci 
e sopratutto nelle finanze. 

Più piccola non dico del Brasile e dell'Ar- 
gentina, ma di uno qualunque dei loro venti 
Stati, la Repubblica Orientale seppe difen- 
dere, malgrado le sue discordie, la sua libertà 
politica dall'uno e dall'altra. Nemica di ogni 
giogo politico o morale, essa seppe lottare 
contro il clero per la sua libertà di pensiero, 



162 nell'Uruguay 



tanto clie nel censimento del 1891, 6500 suoi 
abitanti si dit^Iiiararono senza religione e 
^irrfK) liberi jiensatori, e nel 1907 furono ban- 
dite le monache dagli ospizii pubblici. Essa 
Hepi>e organizzare le scuole elementari e su- 
periori in 1110(1 <> ila portare l'istruzione dei 
suoi abitauti iid una altezza e ad una diffu- 
sione forse maggiore che nelle altre Eepub- 
liliclie (un decimo degli abitanti della Eepub- 
blica Orientale frequenta le scuole ). 

Malgrado la valanga dei nuovi immigranti, 
seppe mantener integre le antiche virtù degli 
Mdahfos spagnuoli, guardandosi da quella imi- 
tazione gretta doli- Europa che guasta tante 
delle nuove città di oltre oceano, e difendendo 
le suo finanze, i)er cui mentre in tutta l'Ame- 
rica Latina la moneta cartacea è molto al di- 
sotto della parij nella Eepubblica Orientale il 
^j^^^y (Bendo) ùi aggio, e vale 5,26 invece dì 5,14. 

Infine, fenomeno di importanza maggiore, 
eswa riuscì a incanalare i suoi abitanti nel 
fecondo lavoro della terra; sicché il suo è 
ormai lo Stato del Sud-America che ha la 
maggior proporzione di terre coltivate. 

1 Pur questi (lati statìstici vedi VAmérique Meridionale 
Bf^la granrla opera gri^giaiìca del Reclus. 



I 



r' 



Montevideo 1 b'ò 



MONTEVIDEO. 

Non abbiamo percorso che attraverso ad 
un pampero impetuoso la campagna urugua- 
yana. L'ululo terribile delle piante piegate 
fino a terra, i cicloni di polvere che ci avvol- 
gevano, le bianche case, basse, accoccolate die- 
tro a fitte siepi di cdctus.... ecco l'impressione 
che ce ne è rimasta, oltre a quella di un pic- 
colo, placido fiume, sulle rive del quale un 
minuscolo paesetto era nato, il paese degli 
sposi. Ma Montevideo, la capitale della Ee- 
pubblica Orientale, un'oasi protetta dal monte, 
bagnata dal mare e baciata dal sole, azzurra 
come la nostra Napoli e feconda come un 
giardino incantato, concentra in sé e nei 
suoi dintorni tutto quanto ha di caratteri- 
stico lo Stato dell'Uruguay. Grandiosi giar- 
dini, orti, frutteti, si estendono agli estremi 
della città, perchè il commercio di ortaggi, 
fiori ed agrumi è uno dei piìi fiorenti di Mon- 
tevideo, che, incuneata così fra il Brasile e 
l'Argentina, vende i suoi frutti ed i suoi er- 
baggi all'uno e all'altro, 



1 64 nell'Uruguay 



Fu piccolo monte, il Cerro, che tanto più 
s[)icca come Punica elevazione di terreno che 
si incontra — abbandonatele tumultuose isole 
del mare di Guanabara — sulle coste del- 
l'Atlantico, ne segna il limite verso l'interno. 
Fra il mare e il monte, la città si disegna 
sinuosa, colle sue casette circondate da giar- 
dini, le sue spiaggie (pocitos) animate, i lunghi 
pontili gettati sul mare a banchina, ed il pit- 
toresco porto in cui, carri tirati da numerosi 
cavalli rompono le onde, per scaricare barche, 
barconi e bastimenti che non possono avan- 
zare nel porto, non ancora abbastanza difeso 
dalle sabbie che il Eio della Piata vi riversa 
ogni giorno. Lungo il mare e sopra una leg- 
giera elevazione delle sue terre sta il cimi- 
tero, il più bel punto della città e forse il 
più bel cimitero del mondo. Nessuna chiesa, 
nessuna alta croce, segna colla mole impo- 
nente la solennità del luogo; nessuna barriera i 
separa nella libera terra uruguayana, i morti 
dai vivi. Degli alti pioppi a destra ed a sini- , 
stra, in tutte le direzioni, scuotono le chiome 
pel cielo rosseggiante; pare di essere in un 
bosco sacro. Migliaia di uccelli gorgheggiano 
sui rami, ed i loro trilli sonori si fondono 



\ 



Un bosco sacro 155 



col murmure cadenzato delle onde che si in- 
frangono sulla riva del placido mare. Le pie- 
tre sepolcrali stese orizzontali all'ombra delie 
grandi piante, spariscono sotto Federa, gli ar- 
busti, i fiori che appena lasciano intravvedere 
il nome del « i>ossessore » — così sta scritto — 
della tomba. Nel grande viale centrale, V Olo- 
causto di Bistolfi, una grande pietra piana onde 
sorgono figure meste di donne rassegnate che, 
reggendo i fiori, danno in olocausto alla morte 
la loro purezza, ed in faccia una montagnola 
in pietra su cui si arramjncano quattro bam- 
bini rappresentanti i figli morti ad una in- 
felice madre, che, desolata, incise nella roccia 
un pio epitaffio ; otto o dieci altri monumenti 
segnano soli l'orgoglio dei vivi, il cui affetto 
verso i passati si manifesta nelle altre colla 
copia e la freschezza dei fiori deposti sulle 
loro eteme dimore. 

Come nel cimitero così nella città, il ca- 
rattere dominante di Montevideo è l'armonia, 
la proporzione, la cura, la stabilità. Nessuno 
sfarzo, nessuna ostentazione, nessuno squili- 
brio. Oi si sente in una città che è stata 
fatta poco alla volta e che, malgrado le lotte 
continue, non è e non aspira ad essere in 



ìììH nbll'ukugday 



continuo rifacimento, in continua, affannosa 
trasformazione. Le tre o quattro vie princi- 
pali, dove sorgono gli alti palazzi in stile 
francese costrutti dalle banche e dal Governo, 
non contrastano in alcun modo colle vecchie 
strade, ampie anche esse, anche esse pulite 
ed ordinate, in cui le antiche bianche palaz- 
zine spariscono sotto l'edera fronzuta. 

Eari sono i trams elettrici, scarse le vet- 
ture da piazza, più scarsi ancora gli automo- 
bili e le vetture padronali. Ma nei dintorni 
della città, ami)ie strade fiancheggiate da al- 
beri conducono ai villaggi, ai boschi, ai giar- 
dini che sono la delizia degli Uruguayani nella 
stagione estiva. 

Non si vede da alcuna parte l'impronta del 
miliardario, ma da nessuna parte la miseria 
nera ; dappertutto una ricchezza media, sana, 
equamente distribuita. Se infatti nella Ee- 
pubblica Orientale pochissimi sono i miliar- 
darii, più della metà dei suoi abitanti sono 
proprietarii di terreni in città o in campagna. 



1 



Cordialità degli abitanti 167 



Gli abitanti, 

Oi dicono che fino a cinquant'auni fa la 
vita sociale di Montevideo fosse assolutamente 
la stessa di quella dì Buenos Aires, la so- 
rella gemella posta al di là del Eio della Piata, 
per tanti anni rimasta sotto allo stesso do- 
minio. Ora non più; l'immigrazione, che f^ 
qui minore assai che nella capitale argen- 
tina, ha preservato Montevideo da quell'aria 
di modernismo, di provvisorio che hanno fre- 
quentemente le città sud-americane. 

Nella vita privata, nessuno sfarzo, nessuna 
ostentazione, molta cordialità, molta espan- 
sione. «Quando voi entrate in una famiglia 
di Uruguayani — mi diceva la signora Figari, 
la moglie del Presidente del Comitato, acco- 
gliendoci in casa sua — voi non entrate nel 
salotto, voi siete ammessi subito neirinterno 
della casa, nella famiglia. » 

Le famiglie sono molto numerose ed unite; 
alla domenica si radunano tutte assieme, figli 
e nepoti, nella quinta^ piccola villa attorno 
alle città che quasi tutte le famiglie bene- 
stanti possiedono. 



J ^^^ NELL'URUGUAY 



Siamo stati in una di queste quinte, quella 
del signor Castro, una dei più venerati cittadini 
di Montevideo, un patriarca, arzillo ancora 
malgrado gli ottantaquattro anni. Egli aveva 
studiato a Genova, aveva vissuto lungamente 
in Italia, aveva militato con Mazzini e Ga- 
ribaldi, aveva partecipato al grande movi- 
mento dell'Indipendenza d'Italia, di cui co- 
nosceva tutti i fatti minuti, i fatti che noi 
sentivamo raccontare ancora nella nostra in- 
fanzia, e che ora i vecchi si vergognano quasi 
di esporre alla nuova generazione, cinica e in- 
capace non solo di fare, ma di comprendere gli 
slanci generosi ; eravamo Italiani, e questo ba- 
stava a farlo fremere di gioia. Da più di mezzo 
secolo non era tornato in Italia, ma ne aveva 
seguito tutti i progressi coU'affetto di un pa- 
dre che ha dato pel figlio un po' del suo sangue ; 
egli conosceva benissimo Grandezza e decadenza, 
di Homa^ e ci accolse come vecchi amici, co- 
me fratelli. Attorniato da un nugolo di figli e 
nipoti, egli ci fece girare la quinta, dove ogni 
albero quasi era stato piantato da lui in so- 
lenni circostanze, la nascita di un figlio o di 
un nipote, una vittoria del suo paese, del suo 
partito; gli avvenimenti dovevano essere stati 



/ 



Nella "" quinta „ di un amico di Mazzini 159 



tanti in quella lunga vita piena di lotte e di 
passioni, che gli alberi erano diventati fitti 
come una siepe. 

Di solito, ci dissero, nella quinta v'è alla 
domenica ballo, ricevimento, musica, giuoclii, 
teatro, ma in questa ogni spasso era stato 
bandito per la morte di una nipote che non 
datava ancora da tre mesi. I lutti sono molto 
rigorosi a Montevideo; tutta la numerosa pa- 
rentela, cugini, nonni, zii, nepoti dell'estinta, 
erano vestiti a bruno, e vetture rigorosamente 
«timse aspettavano al cancello le signore. 
^ ^ Malgrado le luttuose circostanze, questa 

riunione patriarcale, però, ci diede modo di 
penetrare un monte di cose della vita Uru- 
guay ana, di penetrare intanto il rispetto, 

d^^^^^ ^^^ ^^^^ ^ membri della famiglia fra 
I loro, la cura con cui è organizzata, stu- 

> ^ta l'istruzione e l'educazione dei fieli. 

, rrr' ^^^^^^lo^^e primaria di tutti e secondaria 
/ coJt ^^S^^^^ SI fa a Montevideo nelle classi 

\ fjj,'. ^^^ ^empJ*^ ^ domicilio, per mezzo d'istitu- 
! ^^ . '^^glesif francesi, o tedesche, dalle quali 
ester ^^^^s^^^^ i^iiparano le lingue, e di maestri 
) ^ k ^^ eh'^ ii^s^S'nano la pittura, la musica 
[ ^j.e i^**^^le di studio. Quando le fa- 



160 nkll'ubuouay 



1 



miglie sono assai nnmerose e non straordi- 
nariamente ricche, i primi figli che ricevono 
(^nesta istruzione accurata fungono poi da 
maestri ai fratelli minori, saldando così i 
vincoli famigliari e perfezionando la propria 
cultura. 

T maschi frequentano per l'istruzione su- 
periore quasi tutti le scuole pubbliche, che 
sono, per legge recente, miste come le nord- 
americane. Vi sono anche delle scuole private, 
appartenenti al clero per lo più, ma esse 
servono piuttosto per le classi basse, come 
internati economici ; ed hanno ricevuto ulti- 
mamente un colpo terribile da una legge che 
stabilisce il doppio tempo di esame per gli 
allievi che escono dalle scuole private. 

Questa educazione ed istruzione molto ac- 
curata sia dell'uomo che della donna, insieme 
allo sforzo di mescolare quanto più. sia pos- 
sibile lino dall'infanzia i due sessi, raggiunge 
due scopi : primo quello di mantenere la donna 
al livello intellettuale dell'uomo e di farla 
quindi compagna non solo materiale ma mo- 
rale di esso; secondo di suscitare nell'uomo 
l'aspirazione per qualche cosa altro che non 
sia il guadagnar la vita ed il farsi una i)osi- 



Idealismo degli Uruguayani 161 

zione. L'iiruguayano non è di natura sogna- 
tore, poeta, mistico ; egli è pratico, impetuoso, 

appassionato, ha bisogno della lotta. Se non 
I 
I fosse istruito, questo impeto, questa passione 

convergerebbe tutta nelle lotte di partito; 
incanalata nell'istruzione, oltre che a dare una 
direzione, a far fruttare direi le lotte di par- 
tito, serve ad appassionare coloro che hanno 
sortito dalla natura generosità d'animo per 
qualche cosa che sia al difuori dei proprii 
interessi personali. 

i Pedro Figari, il genero del signor Castro 

di cui ho parlato, per tre anni aveva abban- 

j donato studii, clienti, si era coperto di debiti 
per difendere la causa di un infelice non ricco, 
non potente, condannato a torto per omicidio 
e contro cui si era accanita la cittadinanza, 
eolla ferocia che da noi recentemente il pub- 
blico mostrò, coi Murri o con Dreyfus. 

Altri si occupano di arte, altri di musica, 
altri di letteratura. Carlo Eeyles, uno dei più 

' ricchi estancieri del paese, si è dato alla lette- 
ratura, mostrando in essa una forza e una 
firenialità che mai si aspetterebbe un europeo 
li trovare in un estanciero americano. Colla 
lua Eaza de Gain egli ha dotato la Repubblica 

Ferbero. America del Sud. 11 



169 KELL*OB!JGUAY 



dì un capolavoro, che resterà documento 
delPepoca presente, non uruguayana soltanto, 
ahimè! per quanto il suo libro, che è una 
satira terribile del mondo moderno, sia im- 
pregnato di color locale. 

Molti si dedicano alle pubbliche faccende. 
In nessun paese ho visto deputati, assessori, 
sindaci, direttori, occuparsi con tanto fana- 
tismo del loro ufficio. Tipico a questo pro- 
posito è il caso di Rossell, ricco milionario 
che impiantò a sue spese un giardino zoologico 
a Montevideo, dedicandone i proventi alla 
lotta contro la tubercolosi, facendo così un dop- 
pio regalo alla città, quello di fornirle un 
giardino zoologico delizia di tutti i bambini, 
e quello di garentire un assegno a una delle 
istituzioni più benefiche del mondo. 

Colla stessa passione con cui il Eossell 
spia i bambini davanti alle gabbie per stu- 
diare ogni giorno gli abbellimenti che pos- 
sono render il suo giardino a loro più inte- 
ressante, e alla lotta contro la tubercolosi più 
proficuo, così il gruppo di dottori e di liberi 
cittadini che si è dedicato ad altre faccende, 
le accudisce con calore. Ho saputo ora d 
un italiano tornato recentemente da Monti 



I 



Scuole pubbliche 163 



video che pochi mesi or sono un ignoto volle 
dare alla Lega contro la tubercolosi 100 000 
pezzi (540 000 franchi) senza dire il suo nome. 
I cittadini non si contentano di dare alla res- 
publiea il proprio denaro, il proprio tempo, essi 
le danno anche il proprio amore, il proprio 
entusiasmo. Così è che tutte le istituzioni 
ottengono nella Eepubblica Orientale il pro- 
prio scopo col minimo dispendio possibile e 
col massimo vantaggio delle comunità, a co- 
minciare dalle scuole elementari in cui le mae- 
stre, chiuse nelle troppo strette ed anguste 
aule, riescono ad impartire una istruzione 
solida ed efficace: fino alle scuole normali, 
in cui una intelligentissima direttrice è riu- 
scita ad abituare le alunne non solo ad im- 
parare, ma a riflettere, a ragionare, a discor- 
rere, ad insegnare, e che, prima, credo, nelle 
scuole superiori femminili ha aggiunto la 
maternologia nel programma dei suoi corsi: 
fino all'Università, in cui il presidente della 
Eepubblica, professore di fisica, non dimen- 
tica di fare ogni giorno la sua lezione. 

Dappertutto, nulla di straordinario, nes- 
uno strumento trasecolante, nessuno edificio 
aeraviglioso, ma un insieme solido, organico 



164 nell'Uruguay 



che serve allo scopo cui è destinato. Così è 
deirosi>edale, dei ricoveri, delle prigioni ; così 
perlino del gabinetto astronomico metereolo- 
gico, che ha saputo piegarsi a diventar geolo- 
gico, agronomico, per l'utile dei suoi cittadini. 
Oltre alle grandi specole, agli strumenti per 
misurare le stelle ed i terremoti, è in azione 
qui un vero gabinetto igrometrico per esa- 
minare l'assorbimento dell'acqua piovana, a 
seconda dei differenti terreni, e determinare 
il calore o l'umidità ch'essi possono traspi- 
rare, e il momento ed il modo di bagnare i 
terreni o di gettar le sementi. 



Istituzioni della Eepudblioa Orientale* 

Ma le tre glorie di Monte video sono la Lega 
contro la tubercolosi, l' Istituto maternale e 
la Casa degli orfani. 

In tutti i paesi del mondo ormai si sono 
stabiliti dispensarli contro la tubercolosi, ma 
in nessuno, credo, la lotta è stata così bene 
organizzata come lo è per opera del dottor 
Salteran a Montevideo. Qui non solo i qu& 
tro dispensarli della città forniscono a tut 



Lega contro la tubercolosi 165 

gli ammalati riconosciuti tubercolotici le me- 
dicine, ma, quel che è più importante, loro 
danno i mezzi materiali per curarsi. Un ispet- 
tore che va a verificare a domicilio se il malato 
abbia mezzi di vita, rilascia in caso negativo al 
Comitato Centrale il nome e l' indirizzo del- 
l'infermo. Da questo momento il malato en- 
tra sotto la protezione diretta della Lega che 
nulla risparmia per guarirlo. La Lega si in- 
carica di fornirgli a domicilio, notisi, ogni 
giorno, una cassetta contenente 750 grammi 
di carne, un litro di latte e un chilogrammo 
di pane. Se il malato vive in ambiente ri- 
stretto e non può migliorare, si incarica di 
pagargli una buona camera, gli dà bagni, doc- 
cie, cura marina ; un Comitato apposito di si- 
gnore gli fornisce vestiti caldi e biancheria 
sufficiente ; più di 2500 capi di biancheria fu- 
rono confezionati o donati così dalle signore 
montevideine negli ultimi sei mesi di eser- 
cizio. Il dottor Salteran, fondatore della Lega, 
non solo pensa a guarire i malati, ma anche 
a proteggere i sani. I malati sono forniti di 
istruzioni e mezzi per salvare i familiari dal 
ontagio ; inoltre si sta ora costruendo dalla 
ega uno stabiliménto apposito per lavare e 



166 NELL'URUGUAY 



disinfettare gli indumenti degli ammalati e 
salvaguardarne la famiglia. 

Ai bambini poveri delle famiglie predi- 
sposte alla tubercolosi, viene fornito un litro 
di latte a testa al giorno, trattamento medico 
durante l'anno e bagni di mare nell'estate. 
Una rivista esce ogni mese coi progressi del- 
l'istituzione, coi denari donati e coi biso^i 
della società per eccitare i soccorsi. La so- 
cietà viene sovvenzionata dallo Stato con 
2000 pezzi al mese, pari a 10 000 franchi, e 
spende 15 000 franchi, circa 1,50 al giorno 
per malato. Quando si pensi che Montevideo 
è una città di non molto più che 100 000 abi- 
tanti, si capisce quanto largamente spenda 
questa lega. Ma se si riflette alla quantità 
di tubercolosi che empiono i nostri ospe- 
dali, rinviati da uno all'altro come lebbrosi, 
e alla sequela di dolori, di denaro che questa 
dolorosa migrazione costa ai disgraziati stessi 
ed alla società, si viene certo alla conclusione 
che il mantenerli così generosamente a do- 
micilio è una rilevante economia nazionale 
oltre che un'opera sociale. 



J 



Orfanotrofii 167 



Un'altra istituzione che esiste in tutte le 
parti del mondo, ma che mai ho visto cosi 
perfetta come a Monte video, è l'Orfanotroflo, 
è l'asilo degli orfani riorganizzato da poco dal 
dottor Scoseria, professore di chimica e Pre- 
sidente della Commissione nazionale di Be- 
neficenza Pubblica. Sulla spiaggia del mare, 
vicino ad un ampio giardino in una palaz- 
zina bianca e pulita, sta l'antica ruota in 
cui vien messa la prole che i parenti non 
possono o non vogliono mantenere. Ma a 
proteggere ed a vivificare il sentimento ma- 
terno, la moderna amministrazione ha tro- 
vato molte attrattive per le madri che con- 
segnano il bambino direttamente all'apposito 
impiegato, invece che attraverso alla segreta 
ruota medioevale. 

La donna che ha consegnato il figlio, può 
seguirlo da lontano tutta la vita. Senza chie- 
dere alcuna spiegazione, le vien dato l'in- 
dirizzo della nutrice cui verrà affidato il bam- 
ino, perchè essa possa vigilarlo. Se dopo 
ualche tempo la madre vuole riprenderlo, le 



168 nell'ubuguay 



\ ieii pagato un anna ancora di baliatico, pur 
tenendosi l'Istituto obbligato a ritirarlo quan- 
dochessia se la madre non lo desidera, pur 
tacendo ogni facilitazione alle famiglie che vo- 
gliono adottare uno di questi trovatelli. Ma 
non è soltanto questo che è nuovo nell'Orfa- 
notrofio, quanto il lusso con cui sono tenuti 
ì bambini. Nella casa dei poveri orfanelli, 
niente della fosca tetraggine degli asili gra- 
tuiti; i bambini abbandonati nella terra uru- 
gua\ ana non sono tolti alla gioia e alla vita ; 
il grazioso costumino che li ricuopre, rosa per 
le bambine, azzurro con manichini e collet- 
tìno e cravatta bianca per i maschietti, non 
toglie a loro la grazia infantile, essi possono 
correre, giuocare nei vasti cortili; essi pos- 
sono ridere, essi possono sperare, essi pos- 
sono amare. Divisi a squadre di trenta, essi 
hanno maestre esterne laiche che li istruì- 
sconoj li portano a passeggiare, a bagnarsi, 
che raccontano loro le storie, le fiabe, che 
insegnano loro che cosa è una madre, che 
cosa è Patt'etto. 



^ 



Asili maternali 169 



Un'altra istituzione molto bella, non so se 
fondata, ma certo molto appoggiata dal dot- 
tor Scoseria, è quella delle Scuole maternali, 
che corrispondono alle nostre crèches, gouttes 
de lait^ asili dei lattanti. Bisogna riconoscere 
che Montevideo ha una speciale predilezione 
pei bambini, perchè le Scuole maternali sono 
le sole a cui si sia dedicato un edificio pro- 
prio ed acconcio. Il sistema è assai semplice. 
Un grande salone centrale, una specie di cor- 
tile coperto in cui i bambini possono correre e 
saltare, funge da sala di ginnastica e da ricrea- 
zione; attorno alla sala sono disposte tante 
minuscole aule in cui a dieci, a venti sono 
riuniti i bambini sotto la sorveglianza di una 
maestra. Ciascuna aula ha l'armadio dei giuo- 
chi froebeliani, le margheritine da infilare, 
i cartoni per fare scatole e cornici, ed una 
raccolta di oleografie che i bambini hanno 
incorniciato e le maestre illustrato. Ma l'ori- 
ginalità della scuola non sta tanto nelle aule 
o nei giuochi, come nel modo con cui sono 
tenuti i bambini. Non solo sì dà loro un asilo, 



170 NKLL'UBUGUAT 



ma anche un vestito allegro con cui coprirsi, 
ma anche una passeggiata giornaliera, ma 
anche la cura di giovani ragazzette che li 
divertano e giuochino con loro, ma anche la 
colazione ed il pranzo, e le feste, il ballo ed 
i dolci, e le medicine. V'hanno sempre nell'ar- 
madio misterioso della direttrice, caramelle, 
cioccolattini e dolci per i più buoni. In ogni 
quartiere della città la Commissione di Bene- 
ficenza Pubblica mantiene uno di questi asili 
Kìmternali a cui tutte le madri povere possono 
portare i loro bambini. 

Un medico visita ogni settimana i piccoli 
allievi, la Commissione Nazionale di Benefi- 
cenza Pubblica * somministra a loro tutti i 
medicamenti ; ciascuno dei bambini lia nel 
suo cassetto, insieme ai vestiti, ai libri, ai 
giuochi, anche Polio di fegato di merluzzo od 
il ferro o altre droghe di cui ha bisogno. 



^ Il dottor Scoseria è in trattative col Potere Esecutivo 
onde proporre al Potere Legislativo di abolire le denomina- 
zioni di carità e beneficenza pei servizii che disimpegna la 
Commissione da lui presieduta : vuole si riconosca il dovere 
dello Stato di assistere tutti gli abitanti in bisogno di aiuto 
e che si denomini "Assistenza Pubblica,, l'azione che compio 
la suddetta Commissione, 



1 



r 



Benessere generale 171 



Certo è che la Commissione Nazionale di 
Beneficenza Pubblica spende molto in queste 
istituzioni, ma, cosa rara, spende bene; essa 
previene le malattie ed il delitto, rispar- 
miando in ospedali, in carceri, ed alla società 
in dolori ed in misfatti, quanto spende in ri- 
medii opportuni. E la prova più patente che 
spende bene è, che malgrado tante guerre e 
rivoluzioni che hanno costato fiumi di sangue 
e di denaro, il paese non ha quasi debiti. 
Con felice simbiosi, la Eepubblica, mercè la 
cooperazione entusiasta dei suoi abitanti, rie- 
sce a raggiungere il maggior benessere gene- 
rale colla massima economia sociale. 



PARTE TERZA. 

Nella Repubblica Argentina. 



r' 



Nella Repubblica Argentina. 

Fino al 1801) il territorio su cui ora sven- 
tola la bandiera della Eepubblica Argentina 
apparteneva alla Spagna. 

La Spagna però non si era mai curata molto 
di questo territorio. Essa aveva nel Nuovo 
Mondo tante e così ricche regioni da sfrut- 
tare, che poco si occupava di questo ultimo 
tratto dell'America, il quale non presentava 
grande abbondanza di oro e di argento (le sole 
ricchezze che gli Spagnuoli tenessero in pregio) 
ed era abitato da tribù indie guerriere e 
numerose, le quali si opponevano energica- 
mente al dominio dei bianchi. Il loro governo 
si limitò in fondo a una serie di proibizioni ; 
proibizione di commerciare, proibizione di col- 
tivare la vite, proibizione di immigrare o di 
emigrare, proibizione persino di introdurre 



178 NELLA RBPITBBLICA ABOKNTINA 

coli, era giunta fino al Bio della Piata, e per 
cinquant'auni ancora doveva riscaldarne il 
cuore e la mente. 

Per quanto caduta ed in guerra, la Spagna 
tentò di lottare contro questa improvvisa de- 
liberazione di Buenos Aires che minacciava 
di privarla di un tratto d'una cosi imi)or- 
tante colonia; e concentrò le sue forze in 
Montevideo. Ma, come era facile immagi- 
nare, i rivoluzionarli avevano mandato emis- 
sarii in tutte le colonie del Perù, del Cile, 
del Paraguay, che fecero eco alla rivolta 
delle Provincie del vicereame del Bio della 
Piata. La Spagna sì battè valorosamente, ma 
come poteva essa, disfatta in patria, soste- 
nere dà lontano il suo prestigio e vincere 
una rivoluzione così estesa! La rivoluzione 
trionfò rapidamente senza grande spargimento 
di sangue. Ma se riesci facile alle colonie 
spagnuole dell'America Meridionale lo scac- 
ciar il dominatore, più difficile fu il costi- 
tuirsi in Stati indipendenti. Le Bepubbliche 
r del Perù, dell'Argentina, del Paraguay eran 

^' regioni allora egualmente soggette alla Spa- 

gna senza divisioni proprie, come le provine 
del vicereame del Bio della Piata. Esse avre 



La Repubblica 179 



bero dovuto riunirsi tutte assieme in una 
grande confederazione, come avevano fatto 
gli Stati Uniti del Nord- America , e se la 
guerra contro il dominatore fosse stata cosi 
accanita come quella nord-americana, forse 
l'avrebbero fatto. Ma la lotta fu troppo breve 
per cementare i momentanei interessi co- 
muni ; il desiderio della supremazia di ognuno 
prevalse. 

Queste diverse ex colonie partirono in lotte 
atroci le une contro le altre, a cui si aggiun- 
sero le gare fra città e città, fra capitali e Pro- 
vincie, che devastarono il Sud-America fino 
alla metà del secolo scorso. Le città, le Pro- 
vincie dell'Argentina caddero in mano a ti- 
ranni locali, legati col tiranno Bosas, il più 
potente e terribile di tutti, che incarnò per 
venti anni la contro-rivoluzione, e non fini- 
rono di assettarsi che dopo il 1854, dopo cioè 
la caduta del Bosas e la definitiva indipen- 
denza di Montevideo. Costituitasi un poco la 
nuova Bepubblica, essa si diede rapidamente 
a modernizzarsi; Mitre, Sarmiento, Bivadavia, 
Alberdi, gli eroi della rivoluzione, capirono 
che l'avvenire della loro patria stava nel mi- 
glioramento della sua cultura intellettuale, 



180 NELLA REPUBBLICA ARGENTINA 

che la Spagna aveva con cura soppressa. Sar- 
miento istituì in ogni città, in ogni frazione 
di città, biblioteche, società di cultura e scuole 
elementari gratuite a spese dello Stato, e, 
ciò che fu più importante, egli chiamò alla 
direzione delle scuole superiori normali, il 
vivaio perenne da cui escono le zelanti mae- 
stre odierne, delle intelligenti direttrici nord- 
americane che diedero una base libera e laica 
ai nuovi stabilimenti di istruzione. Mitre tra- 
dusse Dante, tradusse e fece tradurre i capo- 
lavori letterarii e poetici inglesi, francesi ed 
italiani, diffuse a migliaia in ogni centro ri- 
viste e giornali, fondò la Nación, l'organo 
più intellettuale dell'America Meridionale, e 
chiamò a collaborare nel suo giornale le per- 
sone più eminenti dell'Europa. 



r 



I. 

Buenos Aires. 

Dalla caduta degli Spagnuoli comincia una 
nuova era per la Eepubblica Argentina, 
nuova per le forme di governo, per le in- 
dustrie, pei commerci, per la vita sociale. 

Se c'è al mondo quindi un paese in cui 
uomini, tradizioni sieno non solo nuove, ma 
recentissime, questo è la Eepubblica Ar- 
gentina. 

Buenos Aires, la capitale dello Stato, per- 
sonifica assai bene la modernità recente, la 
giovinezza rigogliosa e spensierata della nuova 
Argentina. Niente corrisponde meno di Bue- 
OS Aires all'idea che noi ci facciamo di 
ma città atìiericana, e niente invece la per- 
onìfica meglio. Mente risponde di meno, 



in RtJBK08 AIHBS 



1 



perchè noi eu tran do in un nuovo mondo, 
ingenuamente ei immaginiamo di dover tro- 
vare qualche cosa che segnali il fatto della 
dìstanita^ magari i comlì degli Indi o le ca- 
panne dei neri, mentre invece si è traspor- 
tati in una città completamente moderna 
ed europea. Niente invece personifica meglio 
le città sud-americane, perchè, come Buenos 
Aires, quasi tutte sono l'espressione della 
modernità e dell' euroiieismo piii recente e 
ben poche hanno qualche cosa dell'esotico e 
dello strano che noi ci aspettiamo dopo venti 
giorni di viaggio. 

Grandi strade dirittCj allineate per chilo- 
metri e chilometri, divise a quadre (isolati di 
eguale lunghezza e larghezza) come una scac- 
chiera : Umm elettrici che corrono veloci in 
tutte le direzioni, carrozze, automobili, velo- 
cìpedi, carretti, fanali elettrici che mandano 
la sera tìotti di luce sui passanti, grandi edi- 
li eli, teatri, scuole, ospedali, giardinetti con 
aiuole inglesi, piazze ornate di fontane e di 
monumenti, grandi affissi di Bitter-OampaTÌ, 
di olio di fegato di merluzzo, réclames di 
circhi, di cinematografi, ili romanzi di appei 
dice come a Torino, a Genova, a Milano, bo 



1 



Nel cuore della città 183 



teghe dalle vetrine magnìfiche come a Londra 
ed a Parigi; ecco Buenos Aires. 

Altro che corali di Indi o villaggi di negri I 
nessuna traccia voi trovate non dico di cento, 
ma di venti anni addietro. Ogni farmacia ha 
i raggi Boentgen, ogni scuola l'apparato di 
proiezioni, ogni caffè il fonografo, la pianola 
e magari il cinematografo. Nelle case, nelle 
piazze, nelle chiese voi trovate sempre Pul- 
tima novità, niente altro che l'ultima novità. 
Neanche nei ìxmlevards di Parigi voi vedete 
esposte nelle vetrine tante novità quante 
in Corrieìvtes, in Florida, in Suipac1ì4i, in 
Artes^ le vie principali del centro di Buenos 
Aires; fiori e frutti freschi di tutte le sta- 
gioni, pesche estive, ciliegie primaverili, grap- 
poli dorati di uva autunnale, aranci inver- 
nali. Macchine di tutti i generi per spazzo- 
lare, per lucidare, per cucire, per attaccare 
i bottoni, per togliere la polvere; gioielli 
fantastici, cappelli, vestiti, come ne trovi ap- 
pena a Parigi. (I grandi sarti parigini prepa- 
rano per l'estate dell'Argentina i modelli che 
si porteranno l'inverno e viceversa). Perfino 
il gas è già invecchiato per la giovane me- 
tropoli americana j non ci sono più che lam- 



tSl BUENOS AIRES 




pade elcttriplit^, cucine elettriche, stufo elet- 
triche, veutilatori elettrici. La febbre del 
nuovo assume qui delle forme addìrittitra 
fanta8tiche; le case si affittano a mese, si 
eambia dì casa e di mobili come da noi si 
eamlda di donna di servizio; gli alberghi, 
le pensioni nuove sono piene di famiglie di 
oittadìni ì quali giudicano troppo sedentaria 
e monotona la vita casalinga. Ad ogni an- 
golo di strada voi vedete un negozio di re- 
mate»^ di incanti, dove si vende tutto, mo- 
bìli, vestiti, gioielli; a pagarla dieci volte il 
suo prezzOj voi non trovereste più. nelle case 
signorili di Duenos Aires una lampada a 
petrolio od una stufa a carbone. T modelli 
che hanno più di qualche anno di vita spa- 
riscono negli strati inferiori. 

Centinaia di commercianti hanno fatto for- 
tune colosFsiali, impegnandosi semplicemente 
a vendere per conto di ricche famiglie i 
gioielli, i mobili che esse desideravano eam- 
biare ad ogni stagione. La passione del nuovo 
si innesta, si intreccia alla passione del cam- * 
Mamento che ha per l'Argentino una inconi- 
mensnrabiìe attrattiva. 

l fitti sono carissimi a Buenos Aires a 



La febbre della novità 186 



punto perchè nessuno vuole fabbricare in un 
paese in cui non è sicuro di stare, appunto 
perchè nessuno vuole legarsi, vuole fissarsi; 
la fissità di luogo, di condizione, di esistenza 
pare una anomalia per questo giovane popolo 
e per la sua capitale. 

Dappertutto voi percepite l'ansietà, la feb- 
bre di fare, di disfare, di rifare, di tentare, 
di provare. 

Voi sentite che Buenos Aires non vuole 
fermarsi a ciò che è, che il presente non è 
il suo aspetto definitivo, che tutto è ancora 
instabile e mutevole. Questa sensazione vi 
penetra vagamente percorrendo le antiche 
strade di Florida, di Corrkntes, di Artes^ in 
cui si stanno abbattendo case ed innalzandone 
altre, facendo, rifacendo lastricati, canali, 
pozzi, fogne, ecc. : vi si aftaccia titubante nel 
delizioso parco di Palermo (un gioiello la- 
sciato dal tiranno Rosas), in cui voi restate 
sorpresi di ritrovare le ultime novità del 
Bois de Boulogne di Parigi, vi colijisce in- 
delebilmente visitando i quartieri popolari 
della città che sono la quintessenza di quanto 
la febbre della fretta, del provvisorio, dell'in- 
stabile, possano generare, 



Ti 



186 BUENOS AIRES 



Non qui i grandi quartieri popolari che si 
innalzano in Europa nelle nuove metropoli 
industriali, non i vecchi palazzi medioevali 
ridotti ad abitazioni dei poveri, come sì ve- 
dono nelle vecchie città italiane, ma minu- 
scoli ripari dove appena tre o quattro persone 
possono stare distese, costrutti con latte di 
petrolio grossolanamente cucite^ con casse 
di legno sovrapposte, con terra battuta, con 
tela, con paglia, ed in mezzo a cui pompeg- 
giano come maestosi palazzi, dei vecchi va- 
goni, dei vecchi carrozzoni di trmm che ser- 
vono pei re dei sobborghi, vespai fittissimi 
di insetti umani sparsi tutti come un branco 
di pecore disordinatamente fra il fango e la 
mota. 

(Juando si esce in ferrovia da Bueuos AireÉ!i 
per andare a Rosario, alla Piata, per chilo- 
metri e chilometri voi camminate in mezzo 
a questo strano accampamentOi E non sono 
dieci, non sono cento le persone che vìvono 
così in queste miserabili dimore, sono centi* 
naia di migliaia. 

Ma come mai, voi direte, gli operai che in 
pjitropa gridano e protestano se non hanno 
delle case-modello, si accontentano qui di 



1 



r 



La ""Chacarìta^ 187 



queste tende sconnesse? Come mai de^li 
uomini che guadagnano molto, si acconten- 
tano di vivere in questi strani ripari che ap- 
pena difendono dalle intemperie, in cui non 
è x)Ossibile di tenere, di avviare una famiglia, 
dove una massaia non può esercitare neanche 
il più. modesto suo scettro? Oli è che essi 
abitano nel paese del provvisorio, che essi 
respirano questa sensazione nell'aria ed am- 
mantano i poveri abituri degli smaglianti co- 
lori del benessere avvenire; essi vivranno 
magari dieci anni dentro a quelle capanne 
improvvisate, pagando somme che avrebbero 
bastato a costruire una splendida palazzina, 
ma sempre sperando, aspettando, immagi- 
nandosi di cambiare da un momento all'altro. 
Il cambiar paese, il cambiar mestiere, il cam- 
biar fortuna è diventato a Buenos Aires una 
tale abitudine, che nessuno concepisce come 
quello che è possa restare. 



L'unico quartiere restato antico, l'unico 
avanzo della dominazione spagnuola che si 
\xsk ancora a Buenos Aires, è la Chacarita^ il 



188 BUENOS AIRES 




regno dei morti. Immenso e sterminato come 
il regno dei vivi a cui è annesso, esso sì 
stende bianco, allegro, civettuolo, inondato 
dal sole in fondo alla infinita via Eivadavia, 
presso Flores, il sobborgo di Buenos Aires 
ohe approvvigiona di fiori e di ortaggi Taf- 
frettata metropoli. Eccoci finalmente nella 
città antica, calma, serena, indolente, come 
la dovevano sognare i buoni Andalusi che vi 
dormono quasi da un secolo. 

Non lugubri lapidi nere, non angioli ingi- 
nocchiati, non Pietà o Dolori dalle ali grigie ; 
è una vera città che si apre davanti a voi, 
divisa da grandi strade, lungo le quali sono 
allineate centinaia di minuscole, linde casette. 
Ve ne sono di tutte le forme, bianche quasi 
tutte, ad un sol piano, separate le uno dalle 
altre da una striscia di giardino. Le porte 
sono chiuse a chiavistello, ma attraverso alle 
finestrelle adorne di tendine bianche, iuamì- 
date, guarnite di merletti, di trine antiche 
assai belle, si può spiare all'interno l'ingenua 
religione. Parte modesta dei primi coloni. 

Le casette sono piamente tenute come case 
abitate ; vi sono dei tavolini preziosi ove 
stanno esposti artistici monili e chiome do- 



I 

i 



r 



Pii ì-icwdi 189 



rate, e ritratti, e quadretti, e fiori, ed in- 
ginocchiatoi , ed altarini , e sedie di altri 
tempi. 

Sulle mura esterne, lunghe ed ingenue de- 
scrizioni ricordano le virtù dei morti e l'amore 
dei vivi che all'estinto eressero questa di- 
mora eterna. 

Quanti vivi ricordi della immensa metro- 
poli si possono riandare in quei palimsesti ! 
Storie di guerre, storie di pace, soffio gene- 
roso di romanticismo altruistico, gretto pre- 
dominio del più forte, tutto è fissato indele- 
bilmente nelle dimore dei morti. 
- Una, per esempio, ci rammenta un fatto av- 
venuto una ottantina di anni fa, quando in 
tutto il mondo spirava ancora la brezza ror 
mantica che fa lungamente pensare se noi 
abbiamo progredito o regredito da allora. 

Una giovane, ricca e bella signora, faceva 
la traversata da Buenos Aires a Monte video 
con una bambina di pochi anni. Una tremenda 
tempesta la colse durante la traversata. Il 
battello stava per affondare. Alcuni viaggia- 
tori si impossessarono di una piccola barca 
e si gettarono con essa in mare per scam- 
pare dai flutti. Dal battello che lentamente 



190 BUENOS AIRES 



affondava, la madre disperatamente sporgeva 
ai fortunati la bambina perchè la salvassero : 
il perìcolo fa gli uomini crudeli, e nessuno 
rispondeva al pietoso appello. Ma un giovane 
di Monte video, rifugiato jiella barca, protende 
le braccia, raccoglie da quelle della madre la 
bauibina, hi pone al suo posto e si lascia ca- 
dere nelle onde. La bambina fu salva, e fu 
essa elle innalzò più tardi all'ignoto salvatore 
e alla povera madre nel cimitero un monu- 
mento che ne ricorda il fatto pietoso. 

il romanticisiiio però non fu che un soffio ; 
le altre iscrizioni narrano di fatti meno poetici, 
per quanto egualmente pii. Le casette più an- 
tiche portano epigrafi scritte in spagnuolo e 
parlano di glorie militari; vi hanno anche 
rari commercianti , professionisti quasi tutti 
i ligi Bai. Nelle strade più recenti cominciano i 
nomi italiani ; piccole casette modeste in prin- 
cipio, altej pompose man mano che ci avvi- 
ciniamo al secolo XIX. 



JVXa non È la Cfmcarita il solo quartiere eso- 
tico della città, ve ne è ancora un altro, la 



1 




La ^Quema de la hasurar, 



191 



Quema de la ìxisura, il luogo di incenerimento 
dei detriti, che è pure assai pittoresco. 

Come europea vissuta nel vecchio mondo, 
dove tutto è goduto, tutto è curato, dove i 
detriti sono veramente detriti inservibili, io 
mi immaginavo la Quema de la hasura come 
qualche cosa di nero, di orrendo, di sudicio, 
qualche cosa come il Purgatorio dantesco. 
Come esprimere la mia meraviglia nel tw- 
varmi invece in mezzo ad una immensa pia- 
nura tutta bianca su cui centinaia di colli- 
nette diritte come i solchi di un camiH), 
ondeggiano in tutte le direzioni, candide e 
luccicanti al sole come un paesaggio invernalo 
coperto di neve ? Pure così è la Qiienia de Ut 
basura. A Flores, nei sobborghi, essa è gih 
stata sostituita da un ordigno inglese eìw 
tutto brucia e digerisce nel silenzio cupo dt-^l 
crematoio moderno. Ma a Buenos Aires casa 
è ancora all'antica, un immenso piano cioè 
solcato da una lunga serie di colline di de* 
triti brucianti eternamente all'aria libera. Un 
mare di cenere ricopre egualmente l' immenso 
piano e le collinette sovrastanti, mentre i raggi 
del solevi fanno rilucere e brillare i mille fran- 
tumi di latta di vetro mescolati alla hasura^ 



192 BUEirO» AIRRS 



Al basso delle collinette, ceii tiri aia di iudì- 
vidui, donue, uomini e bmnlùni, iiTiiiatì di un 
lungo uncino, cercami i detriti vendibili in 
mezzo alla cenere fuiiiantej al disotto del 
fuoco eterno, e ne formano tanti niuccbL 
È incredibile quante cose godibili ci sono an- 
cora sotto quelle ceneri luccicanti: panni, ve- 
stiti, scarpe, cappelli, bottiglie, scatole di pch 
trolio, terraglie di cucina, ossa, vetri, stracci^ 
avanzi di legna, perii no di mobili. 

Verso V una P immenso piazzale sembra una 
di quelle aie di campagna in cui gli alti co- 
voni di grano sono stati prei)arati aspettando 
la macchina. Montagne dì pane giallastro, di 
ossa rosicchiate, di latte luccicanti, di acarpe 
ammuffite, di panni sdniseitij si vanno alzando 
da ogni lato. 

All' una precisa comincia la i>rocessione dei 
compratori. Accanto alla Qmnm de la htsura 
si è venuta formando una vera piccola città 
industriale, che cerca di usufruire delle cose 
che vi si rinvengono e di rimetterle in cir- 
colazione. Lavanderie di ogni genere, fonderie 
di metalli, magazzini di rottami si innalzano 
presso alla Qitema alla quale vengono ogni 
giorno i direttori a ritbrnirsi di materia prijntij 



La città del piacere 193 



insieme a qualche contadino, a qualche ope- 
raio in cerca delle preziose latte di petrolio, 
che sono, nella Eepubblica Argentina, la pa- 
nacea universale ; volta a volta secchi, sedili, 
casse, vasi da fiori, cesti, armadii e materiale 
murario. 

Ma pochi ancora potranno godere dello 
strano spettacolo e, quel che è peggio, pochi 
usufruire del prezioso materiale che ogni 
giorno la ricca metropoli getta nelle sue 
strade e che i grigi cercatori le ritornano 
riattato. La Dea dell' igiene ha posto oramai 
i suoi occhi sulla antica Qiienui. 

2feanche il Dio del fuoco può placare la 
terribile Dea moderna. Un sistema inglese 
dagli alti camini, inodori, dovrà presto sosti- 
tuire l'antica Quevia tradizionale in una silente 
officina più conforme all'epoca moderna. 



L'Argentino non ama le cose antiche, non 
ama le tradizioni, ha orrore di vivere la vita 
d'altri tempi. Egli adora Buenos Aires ap- 
into per questo, che essa è una città asso- 
ltamente moderna, è una città dove non ci 

Ferrerò. America del Sud. 13 



104 BCJKtfOS AIRES 



Houo doveri tradizionali, neanche artistici, 
dove ciascimo è libero di sé e delle proprie 
azioni, dove ciascuno vive e lascia vivere il 
vicino senza domandargli la fede di nascita, 
di religione o di provenienza, perchè è la 
città più allegra delle Repubbliche sud-ame- 
ricane. 

Buenos Aires possiede delle scuole elemen- 
tari che sono veramente magnifiche, degli 
OÉ^pedali nei quali la maggior modernità, ele- 
ganza e ricchezza sono unite assieme, una 
Università che è la più grande dell'Argen- 
tina, un giardino zoologico che è uno dei 
più comijleti che io abbia visitato, una Peni' 
teìwmrm unica al mondo e un Open Door me- 
raviglioso. Queste istituzioni sono molto im- 
portanti, esse meritano un capitolo a parte, 
ma sono nazionali, Buenos Aires resterebbe 
la gran cuheza dell'Argentina, anche senza di 
esse- Invano il Governo ha tentato di sfol- 
lare la capital e j fondando a cento chilometri 
di distanza un'altra città, la Piata fornita di 
tutti i migliori istituti scientifici ed ospita- 
lità! i, trasportandovi la sede del Governo della 
l>rovincia. Gli stessi burocratici, gli stes 
X>iofessori deportati forzatamente nella citi 




r' 



Il diriito al jìiacere 



195 



della istruzione severa, non vi risiedono, essi 
o tengono due case, una a La Piata, una a 
Buenos Aires, o vengono al mattino a Bue- 
nos Aires per non ritornare alla Piata che 
alla notte, quando sono terminati i teatri; 
ciò è fatale. 

L'Argentina è ricca; nella pam^pa sconfi- 
nata il grano, il trifoglio, la vite, crescono 
rigogliosi senza trovare l'ostacolo nemmeno 
di un ciottolo, i boschi riboccano di legni 
preziosi ; due immensi fiumi, il Paranà e PUru 
guay, si prestano docilmente al trasporto delle 
ricchezze dall'interno fino al mare; quasi tutti 
coloro che sono venuti dieci anni fa in Ar- 
gentina disperati, hanno trovato modo di 
diventare ricchi. E tutta questa gente vuol 
goàere, vuol godere colla intensità, colla 
fretta di uno che ha molto sofferto, che teme 
di non avere che pochissimi mesi per usu- 
fruire della gioia che gli dà il minuto pre- 
sente. 

Le istituzioni, quindi, di cui il Porteno (na- 
tivo) è più fiero, quelle che egli vi fa ve- 
dere con maggior compiacenza e di cui i 

ovinciali sentono maggiormente la man- 

nza, sono i luoghi di divertimento. E i 



196 BUENOS AIBfiS 




Buenos- A irensi in fondo hanno ragione. Non 
ci si rovescia su Buenos Aires dalle provincia, 
non ci si ferina venendo dall' Europa con tanta 
compiacenza i)erchè la città è fornita di scuole, 
di ospedali e di università, ma perchè ci si 
può godere la vita. Notate che il problema 
non era cosi facile da risolvere. L'Argentina 
e paese cosmopolita nel più vasto senso della 
parola. I forestieri che dimorano a Buenos 
Aires costituiscono una classe infinitamente 
Ttiat^giore (cinque volte secondo i calcoli del 
Iteci US nel IS08) a quella dei nativi; superiore 
ancora e la proporzione delle persone che 
hanno mutato classe sociale, rispetto a quelle 
che da una o i)iù generazioni l'hanno conser- 
vata. ( >ra non è possibile offrire a tutta que- 
sta gente \ enuta dalle piìi differenti parti e 
classi del mondo, dopo dure lotte per l'esi- 
stenza, non fusa da legami di parentela, di 
amicizia, di comuni ideali, che vive accanto 
senza conoscersi, dei ritrovi mondani, delle 
feste, dei Imlli che nel nuovo come nel vec- 
chio mondo sono riservati esclusivamente ai 
discendenti delle antiche famiglie domiciliate 
^«^■lla stessa città da secoli. 

-^^'^ria di novità, l'abitudine della variazior 



1 



r 



Teatro dell'Opera 197 



del resto, che caratterizza la febbrile vita di 
Buenos Aires, fa sentire anche ai ricchi ed 
ai nobili il bisogno di qualche cosa di diffe- 
rente, di più variabile, di più emozionante 
di quegli antichi passatempi che sono il ballo 
e la conversazione. Il teatro: ecco lo spasso 
ideale per gli uni e per gli altri, il ritrovo 
senza impegni in cui nobili e plebei, forestieri 
e non, possono vedersi, giudicarsi, stringere 
relazione ; lo spettacolo sempre variato e va- 
riabile atto a divertire ricchi e poveri e di- 
strarli dalle preoccupazioni costanti della gior- 
nata. I migliori attori del mondo, italiani, 
francesi, inglesi e spagnuolì, si riversano nella 
buona stagione su Buenos Aires, e tutte le 
compagnie fanno fortuna, e tutti i teatri sono 
sempre riboccanti di spettatori. 

Ma fra tutti questi teatri ve ne ha uno 
classico che concentra in sé tutte le qualità 
di cui ho parlato e che è quindi il preferito 
dai Portenos, quello dell'Opera, a cui ogni sera 
accedono tutte le famiglie ricche ed eleganti 
della capitale \ Se un europeo vuole avere 

^ Qaest*anno si inaugura il Colón^ più vasto e più ricco 
icora, ideato e costrutto dall'architetto torinese Vittorio 
!eano. 



r '• 



11*8 BaENOS AIBES 




uii^iilaa dei teatri di Buenos Aires, bisogna 
che vad«a alFOpera in una serata di gala. La 
cosa non è facile. Quando c'è spettacolo, la 
tìia delle carrozze si prolunga per dei chilo- 
metri nelle varie direzioni ; e quando, finita 
l'opera, i vìgili che hanno il compito non 
lieve di assicurare e regolare il servizio dei 
veicoli, chiamano ordinatamente le vetture 
come si fa pei clienti di un ambulatorio, vi 
ò il caso di restar bloccati nell'atrio anche 
per un'ora attendendo il proprio turno; l'at- 
tesa non è per gli hahitms uno dei charmes 
meno intensi. È là che ci si fa un'idea del- 
l'importanza del Teatro, è là che le signore, 
le (|uali non usuano andare nel /o^/er, possono 
parlare liberamente le une colle altre, giudi- 
carsi, vedersi, sbiiciare i giovanotti che fanno 
ressa al l'usci tfi. 

Ma lo spettacolo pia attraente è per un 
europeo la visione della sala al completo. 

Inimaginatc voi un gigantesco mazzo di fiori 
Il cui ogni l>ianca camelia, ogni rosea rosa, 
ogni gialla giunchiglia, ogni celeste miosotis 
sia rappresentato da una splendida giovinoti" 
fra i dic*iotto e i \ enti anni, vestita in gr 
lusso, fresca, fremente di emozione e di gio 



r 



Nel regno della dmma 199 

la cui leggera scollatura lasci intravedere, fra 
lo splendore delle perle e delle trine, delle 
rosee carni opulente, e avrete una pallida idea 
della sala dell'Opera di Buenos Aires. Voi 
ammirate qui tutti i tipi di bellezza femmi- 
nile che la natura ha inventato e foggiato: 
rosee e bionde figlie del Nord, brune spa- 
gnuole, opulente romane, sottili ed eleganti 
francesi, e tutte sono giovani, tutte fresche, 
inondate di luce che scende a fiotti dal lam- 
padario centrale, che sale dalla ribalta e dai 
lampioni laterali. Se nella strada non ci sono 
che uomini, qui l'elemento femminile i)rende 
la sua rivincita ; l'Opera è il tempio con- 
sacrato alla donna. Nelle basse poltrone, che 
sostituiscono completamente la nostra platea, 
nelle tre file di palchi a balcone che si so- 
vrastano a scalinata lasciando veder intera 
completamente la figura dell'uditore o meglio 
dell' uditrice, su nelle tertullie alte riservate 
alle signore, voi non vedete che donne, o 
meglio, che giovanette. Le matrone mature, le 
madri, gli uomini, i padri, i curiosi, i fratelli 
restiti di nero, nascosti nell'interno dei pal- 
chi, scompaiono coi loro funerei vestiti da- 
vranti allo sfolgorìo delle signorine. 



2<X) BUENOS AI&E& 




Il teatro degli spettatori, o meglio delle spetr 
tatrici, è spesso superiore a q nello del palco- 
scenico e altrettanto variato. Se è vero infatti 
che i frequentatori o meglio le frequen tatrici 
sono sempre le stesse, è vero pure che nes- 
suna signora oserebbe mai presentarsi due 
volte nel suo palco collo stesso vestito, cosi il 
teatro degli spettatori è contiuoamento rinno- 
vato. Il palco all'Opera ed i relativi vestiti co- 
stano un vero patrimonio..., ma l'Argentino è 
ricco e non bada a spese. Clie cosa sono 20(K)0 
pezos, 4()f>00 pezzi, quando si può con questi 
godere una gioia così intensa, come quella 
di essere per due mesi attore e spettatore 
nello stesso tempo del teatro più bello del Sud- 
America, dove calcano le scene le più eccelse 
celebrità mondiali, dove si j)uù imparare di- 
vertendosi, e divertirsi facendo degli affari ì 

Sì, il teatro a Buenos Aires non ha solo 
la funzione di divertire; ha anche, come nel- 
l'antica Grecia, quella di istruire. Tutte le 
signore che mi parlavano in italiano od in fran- 
cese, mi dichiararono di averlo imparato sen- 
tendo la Duse, o Ooquelin, o la Sarah Bern- 
hardt. E il teatro recitato qui in tutte le lingut 
non è soltanto la Berlitz Svìwol delle signor 






r 



Utilità dei teatri 201 



americane, esso è pure la scuola superiore di 
arte, di storia e geografia. In Argentina, a 
quattordici o quindici anni una ragazza intel- 
ligente delle classi superiori entra già nel 
mondo ; a quindici o sedici si sposa, a venti 
ha già un nugolo di figliuoli ; essa non ha più 
quindi il tempo od il modo di coltivarsi se non 
nel teatro ! La audizione continua delle opere 
I e delle commedie con una mise-eììrschie molto 

I accurata, permette loro di avere un'idea ap- 

! prossimativa dei costumi, della letteratura 

I dei differenti paesi, delle differenti epoche, 

I dei modi di dire, di fare nella società, del 

dernier cri della moda. 

Una delle signore più colte che io abbia co- 
nosciuto in Buenos Aires, mi diceva quando 
dovevamo andar in provincia : « Certo là non 
potrà trovare signore così colte come a Bue- 
nos Aires, perchè, come possono perfezionarsi 
! le ragazze uscite di collegio in un paese dove 

non c'è teatro? » 

E non solo vi ha a Buenos Aires nella sta- 
gione invernale una trentina di teatri aperti 
in cui si canta, si suona, si recita, si balla 
in tutti i toni, in tutte le lingue, in tutti ì 
costumi, ma vi ha tutte le forme di recreo 



202 ntrsNos Atmm 



ohe il mondo abbia inventato: circhi, sferi- 
sterii, giuochi della jmlotu, concorsi ippici, 
liere di cavalli, di automobili, lotterie, féerie^j 
cafés-c'lututauts. 

Uomini, donne, vecchi^ bambini, tutti de- 
vono trovare a Buenos Aires il loro gioco 
favorito, insieme ai giuochi sempre nuovi che 
cambiano ogni anno. Vi sono pei bambini dei 
saloni da fare invidia alle fato delle antiche 
liabe, in cui si trovano riuniti, oltre alle so 
lite giostre ed ai soliti aubnali automatici 
che vi porgono ova, cioccolattì e sorprese, e 
il cinematografo ed il fonografo ed i burat- 
tini, e fotografi che vi fanno la caricatura e 
giuochi di specchi e balletti improvvisi. 

Un'altra delle grandi attrattive dì Buenos 
Aires sono i negozii» Niente si può jjensare, 
immaginare al mondo di vendibile, che non 
sia esposto nelle vetrine dei negozìi di Buenos 
Aires. Vi sono per le signore, dei negozìi che 
sono delle vere esposizioni da fare andare in 
visibilio le più eh»i:anti dame europee; del 
misteriosi InstiUits dr bmutrj in cui la signora 
più vecchia, rugosa (mI ingiallita, provincia] 
mente vestita, può escire dopo qualche or; 
trasformata interamente dai piedi alla testa 



r 



""InsHttds de beante „ 'J03 




Questa degli Instituts de heautéh^ raggiunto 
ormai, per il numero e l'estensione, l'impor- 
tanza quasi del Teatro. Sarà una trentina di 
anni che Moussion, un parigino patentato 
nell'arte della bellezza femminile alVImtitHf 
de la Beante di Parigi, aprì a Buenos Aire.s, 
insieme alla moglie che era maestra nell'arti^ 
delle piume e dei cappelli, un Imtitut dr 
beante, in cui, all'istruzione sul modo di ac- 
crescere la propria bellezza, si annetteva l'istrii- 
zione* e il modo di vestirsi e di ornare hi 
persona. 

HJ Imtitut ebbe un enorme successo, gli imi- 
tatori si moltiplicarono rapidamente ; rapida- 
mente VlnstittU crebbe di importanza e di 
estensione ed occupa oggi un grande palazzo 
in una delle vie più frequentate della città. 
I primi due riparti aperti, quello dei capelli, 
dei chignonSj delle parrucche, e quello dei cap- 
pelli restano ancora oggi i più importanti. Alla 
fabbrica dei capelli lavorano un centinai*? 
di operai ed artisti, in gran parte francesi v. 
napoletani. Mai io avrei immaginato che per 
fare dei capelli artificiali occorresse tanta cura, 
tanta destrezza, tanta scienza. Vi ha nell'Isti- 
tuto una camera apposta, illuminata inten- 



2 H BUENOS À1R£^ 



samruti* come un bagno di luce, per fare la 
scelta dei capelli, la cui identità con quelli 
del vivo si ottiene colla mescolanza di infi- 
nità di capelli di colori, di tinezza, di tinte 
ditterenti. A questo riparto ben presfco ne 
venne aggiunto un altro, quello della cura 
d(41a cute, che ha ora altrettìinta voga quanto 
il primo. È adibito a questo ri]iarto un vero la- 
boratorio scientifico, con macchine elettriche, 
motori a gaz, fiale di tutti i generi j segreti rti 
tutte le specie. 8i fa qui il massaggio della 
cute manuale ed elettrico, si ordinano gli un- 
guenti, gli spiriti necessari! a tutte le diverse 
abluzioni e cure utili, in tutte le circostanze 
della vita. 

A sua volta il riparto cappelli si è allar- 
gato alla fabbricazione di tutti gli indumenti 
da signora, vestiti, biancheria, scarpe, fiori , 
ventagli, monili. 



Buenos Aires, la capitale dell'Argentina, 
non adempirebbe alla funzione a cui l' hanno 
eletta i suoi abitanti, se non fosse il centro 
dell'allegria e degli spassi. Però Buenos Aires 




i 



Liete accoglienze 505 



non adempie solo a questo ufficio. Ilo ac- 
cennato che Buenos Aires ha dei magnifici 
istituti scientifici, delle organizzazioni mani 
comiali e penitenziarie uniche al mondo. Essr 
sono nazionali, non cittadine, è vero, ma non 
è men vero che esse sono fiorite a Buenos 
Aires ed a Buenos Aires soltanto; ciò non 
dipende dal caso. Buenos Aires è per gli Ar 
gentini in genere la città del i)iacere, ma essji 
è per la nazione in formazione, il crogiuolo 
in cui le forze vive si fondono e si uniscono. 
La sua noncuranza nello stabilire leggi, nt*I 
rispettare gli antichi usi, la sua passione pei 
nuovo, il suo amore per la gioia finiscono per 
indurre una larga benevolenza nei suoi abi- 
tanti, e questa incoraggia le forti intelligenzi^ 
ad esplicarsi in istituzioni meravigliose, di cui 
parlerò nel capitolo che segue. 

La riconoscenza vuole che io debba ricor- 
dare a questo proposito la prova recente per- 
sonale che avemmo di questa tendenza ad 
incoraggiare ogni buona idea nuova, nelPac- 
eoglienza fatta a mio marito. 

Emilio Mitre, il degno erede di Bartolomeo 
Mitre, direttore di quella Nación di cui par 
lammo più sopra, avendo assistito a Parigi 



$0é BUBK08 URSS 




I 



alle coufereuze tenute da mio marito al Col- 
It^gìo di Francia, ebbe l'idea di fare qualche 
eoHa di simile a Buenos Aires, dove nessun 
europeo era stato ancora invitato ufficial- 
mente a tenere una serie di conferenze scien- 
ti ti t*lie. 

Lanciata l'idea, vi fu, pare, gran subbuglio 
a questo proposito a Buenos Aires, sì che 
qua Udo il Cordova toccò il porto, non noi 
soli eravamo trepidanti ; quelli f^tessi che ci 
avevano invitati e che avevano organizzate 
le conferenze, le feste, i ricevimenti uflìciali, 
erano inquieti al pari di noi. Come avrebbe 
accolto l'Argentina questo scrittore che ve- 
niva a parlare di cose passate ai frettolosi 
Argentini assetati del presente ? t'ome avrebbe 
ascoltato, in teatro, ove si è usi andare per 
divertirsi, delle letture storiche in lingua 
straniera? Fu la collettività che, come in 
tante altre questioni, ignara delle ubbie con- 
veiiztonali, risolse il problema. L'Argentino 
è dì indole generosa, ospitale, entusiasta. 
Uno storico veniva a parlare di lionia, di 
quella Roma che era pur stata la loro madre 
comune, veniva dopo aver riportato gli allori 
di Parigi, veniva invitato dal liglio del loro 



r 



Il nostro arrivo a Buenos Aires 207 

eroe, e ciò bastava per renderli orgogliosi o 
felici. Quando al mattino noi ci svegliammo 
nel porto di Buenos Aires, dall'alto del Cor- 
dova cominciammo a veder lontano in mezzo 
al tumulto del porto una nera folla agitata 
che ondeggiava verso di noi. Poco doj^o, una 
Commissione composta di professori, ministri 
e deputati e notabilità del paese, fra i quali 
mi è caro ricordare il prof. Agostino Alvarez, 
il prof. Giovanni Ambrosetti, il prof. An- 
tonio Pinheiro e Luis Mitre, che ci furono 
guide preziose ed amici carissimi durante il 
nostro soggiorno, vennero colle rispettive si- 
gnore a darci a bordo del Cordova il saluto 
della nuova America. Erano buoni pronostici. 
Ma la realtà li superò ancora. Brano state 
chiuse in nostro onore le scuole elementari e 
superiori; tutti gli scolari ed i professori del 
Collegio Nadoìuil e tutti gli studenti dell'Uni- 
versità si erano messi in corteo per venirci 
incontro. 

Il corteo era così imponente, che fummo ob- 
bligati a passare per le vie più larghe, per 
non far nascere subbugli. 

Quando il corteo arrivò alla piazza, comin- 
ciarono i discorsi. Ve ne furono degli stu- 



208 BUENOS AIRI8 



denti, dei professori, dei giornalisti. L'entu- 
siasmo si mantenne alla stessa altezza durante 
tatto il nostro soggiorno. Con questa ioii>o- 
nente dimostrazione, Buenos Aires aiFermava 
ancora una volta che è ornai in grado di aj)- 
prezzare e valutare la cultura intellettuale e 
scientifica, come fu capace di assimilare ra- 
I)idamente la cultura pratica, fonte della sua 
ricchezza attuale. 



J 



r^ 



II. 

Istituzioni BuenoS'^Airensi. 

Scuole. 

Abbiamo già detto come il Sarmiento, nomi- 
nato Presidente della Eepubblica nel 1864, 
persuaso che l'istruzione è il nerbo del pro- 
gresso di un popolo, coprì la Eepubblica di 
istituti d'istruzione di ogni specie, bibliote- 
che, scuole elementari normali, professionali 
e superiori, e statuì per legge che il Governo 
Federale dovesse pagare in ogni capitale di 
provincia una scuola normale completa che 
fosse modello e stimolo a quelle locali. Que- 
sta legge fu applicata con grande rigore; 
vi è ormai nella Repubblica un centinaio 
li scuole governative e provinciali capaci di 
struire tutti quelli che vogliono frequen- 
barle, capaci di competere con quelle di Bue- 

Ferrerò. America del Sud, 14 



210 ISTITUZIONI BUENOS-AIBENSI 

nos Aires; nelle quali per moltiplicare la ca- 
pacità, a mano a mano che aumentano gli 
abitanti, si stabilirono nei quartieri più. po- 
polosi due turni di allievi, uno dalle 8 alle 
12 e uno dall'una alle 5. 

Xegli edifici come nell'insegnamento, l'ul- 
timo Dio del giorno, il Dio dell'igiene, e 
l'ultima Dea dell'America, la Dea della pra- 
ticità, vi dominano indiscussi. Splendidi pa- 
lazzi con ampi corridoi, guerniti di fiori 
come una serra, palestre coperte e palestre 
aperte per gli esercizii fisici, giardini, orti- 
celli e frutteti per le prime nozioni di agri- 
coltura, cortili spaziosi per separare le varie 
aule, rendono queste scuole modelli del ge- 
nere. Luce, spazio, aria si infiltrano per ogni 
dove ; metà delle aule sono sempre vuote per 
dar agio, ogni mezz'ora, ogni ora, secondo la 
materia, agli scolaretti di cambiare di classe 
e di aria. 

11 programma è dei più variati e com- 
l)leti: canto, ginnastica, disegno, musica, la- 
voro manuale, ballo, cucina, cucito, chimica, 
fisica, aritmetica, storia, geografia, calligrafia, 
grammatica, letteratura, recitazione, botanic 
Quasi ogni insegnamento ha le sue maest 



Svuole elementari 211 



e le sue direttrici, le quali si rompono la te- 
sta, si spolmonauo perchè i bambini possano 
imparare giocando, senza sforzi, senza accor- 
gersi quasi di imparare. I bambini non hanno 
che a ritenere ciò che cade sotto i loro sensi, 
specie sotto i loro occhi. Per insegnare la 
geografia, la maestra modella, seduta stante, 
colla sabbia e la terra, se è in giardino, con 
delle forme apposite, se è in scuola, il paese, 
la regione di cui gli alunni devono ritenere 
i contorni; le proiezioni completano in se- 
guito il quadro nei minuti particolari. In 
egual modo si insegnano i fenomeni fisici, le 
eruzioni vulcaniche, il terremoto, la pioggia, 
i movimenti terrestri, ecc. Per insegnar le 
addizioni, le sottrazioni, i pesi e le unità, ecc., 
ciascuna bambina ha un vero peso con sac- 
chetti, con palline che aggiunge, toglie, mol- 
tiplica, divide. Ogni scuola è fornita di due 
o più musei, di parecchi apparati di proie- 
zioni, di un gabinetto di chimica, di fisica, di 
scuole di lavoro manuale, di sala da disegno, 
e spesso di una biblioteca scolastica, di una 
uola di cucina con cucina completa. Nella 
iuola Sarmiento i bambini off'ersero al ne- 
ro Leo un pranzo completo cucinato da loro. 



212 ISTITU2I0NI BUEN08-AIRBKSI 



1 



SU tavole imbandite e infiorate da loro coi 
liori del giardinetto scolastico. Con questi 
metodi i bambini fanno in verità dei prodigi, 
e abbiamo visto noi degli scolaretti di sei o 
setto anni cantare come piccoli cantori, trac- 
ciare disegni, lavori in terracotta come pic- 
coli operai, ballare, recitare come piccoli at- 
tori, fare a memoria dei calcoli complicati 
e dimostrarsi edotti di una quantità di det- 
tagli di botanica, di fisica, di chimica che 
mai si avrebbe immaginato potessero capire 
nel loro cervello. Collo stesso metodo con- 
tinuano le scuole normali superiori, per cui 
le bambine passano dallo stato di allieve a 
quello di maestre per gradi, insensibilmente. 
Un solo appunto si può fare a queste scuole, 
ed è che a furia di abolire ogni sforzo del 
bambino, perfino quello degli esercizii mne- 
monici, disavvezzano dallo sforzo, disavvez- 
zano dall' immaginare, dall'astrarre, dal con- 
cepire; direi quasi che a furia di far studiare 
divertendo, disabituano dallo studiare. 



Delle Facoltà universitarie di Buenos Airv 
non ho visitate che quella di Medicina e 



Scuole superiori 213 



Filosofia. La Facoltà di Medicina è molto 
bene impiantata; in un edificio nuovo dedi- 
cato ai laboratorii sperimentali, vi sono le 
casette per le esperienze sugli animali, cemen- 
tate, con riscaldamento a termosifone, aule 
splendide bene arredate per gli insegnamenti 
teorici, laboratorii perfezionati per gli inse- 
gnamenti pratici. Gli studenti sono ammessi 
negli ospedali sino dai primi anni, e possono 
anche addestrarsi nella chirurgia prima di 
laurearsi; specializzarsi nel massaggio, nella 
dentisteria, nelle cure dei bambini, ecc., pei 
quali studii sono stabiliti corsi appositi. 

La Facoltà di Filosofia è più recente ; conta 
appena due anni di vita e non ha sede pro- 
pria. I corsi si fanno dopo le 5 di sera nelle 
aule degli altri insegnamenti. 

Il prof. Ambrosetti, oriundo italiano, ge- 
niale e appassionato professore di Archeo- 
logia argentina, si è scavato nel sottosuolo 
dell' Università uno splendido museo dove 
stanno raccolti, secondo le diverse epoche, 
gli avanzi delle civiltà indiane, che furono 
già fiorentissime in alcuni punti dell' Argen- 
ina, verso Jujuy. Egli sì è fabbricato aule 

un laboratorio per studiare gli oggetti 



214 ISTITUZIONI BUEN08-AIRENSI 



estratti, a cui sono ammessi con gran vantag- 
gio anche gli studenti. Se gli altri j)rofe.ssori 
si metteranno con eguale impegno, potranno 
presto avere anch'essi una sede propria. 

Delle scuole superiori le più originali e 
pratiche però mi paiono le Scuole professio- 
nali femminili. 

Esse furono istituite dieci o dodici anni fn 
da due sorelle Eossen de Mitre (nipoti del- 
l'illustre generale), ed hanno ora un'intìnità di 
filiali, che spargono in tutta l'Argentina ini- 
mensi beneficii, dando alle ragazze del iiojwlo 
il mezzo di guadagnare la vita in modo con- 
facente alla loro indole e tradizione, ad alle 
giovanette agiate il modo di imparare lo arti 
che fecero tanto onore alle loro pro.ive e che 
vanno ora dimenticandosi. 

Niente di pomposo nell'edificio, una casetta 
bassa come tutte le altre, con un lindo patio 
nel mezzo che dà aria e luce alle aule col- 
locate attorno ad esso. 

I laboratorii non sono sontuosi, delle ned le, 
dei tavoli; nella fabbrica di fiori, una stufetta 
a gaz per scaldare i ferretti che devono pie- 
gar i petali, i sepali, le foglie; nel laboratc 
rio di cucito, da calzatura, di guanto, le m 



:i 



Scuole professionali 21"» 

lite macchine da cucire, a mano e a piede. 
L'attenzione è qui richiamata non da macchine 
esterne, ma dall'abbondanza e dalla finitezza 
del lavoro eseguito, dall'agilità delle ragazze 
che vedete lavorare con una sicurezza e ra- 
pidità che sembra meccanica. La genialità 
delle fondatrici ha evitato a queste scuole 
i difetti più consueti delle scuole profes- 
sionali, contro i quali cozza sempre inelutta- 
bile l'onda della intraprendenza pubblica e 
privata ; il costo della materia prima e la 
poco praticità dell' insegnamento ; la diffi- 
coltà cioè di conciliare insieme la perfezione 
del lavoro colla rapidità dell'esecuzione, l'in- 
segnamento scolastico coU'idea del come, dove, 
a che prezzo l'allieva potrà occuparsi al- 
l'uscita dalla scuola. 

A parare a questi inconvenienti, la signora 
Laura Eossen de Mitre, ora de Mendoza, 
che ne fu l'iniziatrice, trovò un mezzo altret- 
tanto semplice che geniale, che le maestre fos- 
sero pagate col lavoro delle allieve, e che il fondo 
destinato alla scuola potesse andar tutto a una 
specie di coltura generale, che potesse tras- 
)rmare le allieve in operaie scelte e colte 
uali son richieste nei laboratorii moderni. 



21 (> ISTITrZIOKl BUEKOS-AIRENSI 

La scuola fornisce qui i locali e le mac- 
chine necessarie alle differenti arti, le lezioni 
di italiano, francese, aritmetica, contabilità, 
disegno, nelle quali tutte le allieve sono 
tenute ad esercitarsi due ore ogni giorno. 
Nelle altre ore le ragazze stanno sotto la di- 
rezione di una maestra d'arte, che è scelta 
dalla direttrice, ma che è padrona e arbitra 
delle sue allieve, dall'opera delle quali essa 
è pagata, poiché essa ha l'obbligo ed il diritto 
di fornire alle allieve il lavoro che essa trae 
dai negozii e che dai negozianti le vien pa- 
gato alla consegna. La maestra non può far 
lavorare le alunne che quattro ore ogni giorno, 
ma essa ha tutto l'interesse di insegnare a 
far bene, e a fare in fretta, come si richiede 
nella vita pratica, perchè essa tanto più gua- 
dagna, quanto più rapidamente e meglio im- 
parano le allieve sue. 

Questo nei primi due anni; per gli ultimi 
due anni — ad instradare sempre più le pic- 
cole operaie, nel modo di cercarsi commissioni 
— esse vengono stimolate a procurarselo di- 
rettamente ; il che riesce tanto più facile per- 
chè i fornitori, garantiti come sono dell'esat- 
tezzs\f del lavoro, dalla responsabilità insieme 



Scuole private 217 



della maestra e della scuola, prediligono que- 
ste allieve apprendiste, che pagano diretta- 
mente come operaie esterne. 

Questa felice combinazione, che interessa e 
stimola maestra ed allieva nel comune sforzo 
di lavorare ed imparare, ha avuto ottimi ri- 
sultati economici e sociali. I mestieri inse- 
gnati sono i più variati, e come vedete dal- 
l'idea che li regge, sono i più variabili, a se- 
conda della domanda del mercato, con cui 
essi sono continuamente a contatto. Nella 
scuola che io ho visitato, trovai i laboratori 
di cucito, di ricamo in bianco, di ricamo in 
colore, di incastro, di merletti o ricami, di sti- 
ratura, di cucitura delle scarpe, di fabbrica 
dei guanti, di ricamo in oro, e si stava co- 
struendo una cucina, che in altre scuole è 
già in funzione con ottimi risultati. 



Queste scuole elementari, professionali o 
normali, completamente gratuite, sono aperte 
a tutti, servono però solo per il popolo e per 
la piccola borghesia; le alte classi, i nobili, 
ì discendenti di antiche famiglie, gli estancìeroSj 



218 ISTITUZIONI BUENOS-AIRBNSI 

i ricchi mandano i loro figli nei collegi te- 
nuti dalle monache o dai preti. 

Vi hanno in Buenos Aires per le bam- 
bine: il collegio del Corazón de Maria, del 
Sagrado Corazón, ds la Niiestra Senora del Bo- 
sarU), de la Misericordia, de Nuestra Senora 
del Carmen, de Nuestra Senora de Liijan, de 
Niiestra Senora de Pompei, de la Iniaculata 
Conceptión, de Maria auxiliadora, de la Mater 
de Misericordia, de Nuestra Senora de Lourdes, 
de Nuestra Senora de las Mercedes, de Nuestra 
Sefwra del Rosario, de Santa Lucia, de Santa 
Filomena, de Santa Matilde, de Santa Rosa, de 
la Àmimiación, de la Provid^encia, de la Sagrada 
Familia, de la Santa Union, de la Hermaìias Ca- 
pucliiìms, e altri minori. I più importanti di 
questi collegi hanno inoltre delle filiali in 
differenti punti della città, dove accettano le 
bambine in semi-internato, dal mattino, cioè, 
fino alla sera. 

Altrettanto numerosi sono i collegi maschili 
cattolici: quello di San Salvador, il più ele- 
gante ed il più numeroso, il Collegio del Car- 
men, de la Sedie, de los Padres Lazaristas, de San 
Francisco, del Redentor, de Don Juan de &uar- 
ray, de José de San Martin, de Sa/n Antonio, de 



1 



LHnfluenza del clero 219 

San Estanislao, de San Estanislao de Koslca, de 
San Luis, de San Miguel, de San Paulo, de San 
Yicente de Paola, oltre il Collegio gratuito di 
Don Bosco, il Collegio gratuito cattolico Belgrano, 
il Collegio cattolico Sud" Ante ricanoj il Collegio 
cattolico internazionale, ecc. 

Questi collegi maschili e femminili sono 
installati di solito, come le scuole pubbliche, 
in splendidi palazzi, corredati di gabinetti, di 
musei, di apparati di proiezione, ecc. ; l'istru- 
zione che vi si impartisce, mi si è detto esser 
però inferiore a quella delle scuole pubbliche. 

Tutti lo dicono, tutti lo ripetono, i parenti 
che ci mandano i figli se ne lagnavano con 
noi ; malgrado ciò tutti ve li mandano ; queste 
scuole sono piene, ogni giorno se ne aprono 
delle nuove, e le vecchie riboccano di allievi 
e devono mettere succursali e filiali in ogni 
luogo. 

Questo non è dovuto al caso e neppure ad 
uno spirito in special modo clericale della 
nuova Repubblica, la cui società cosmopolita 
va rinnovandosi ogni giorno cogli emigranti 
di tutte le nazioni. Il segreto di queste scuole 
dei preti e delle monache sta in ciò che essi 
soli insegnano con grande cura una materia 



2*20 ISTITUZIONI BrKKOS-AIBEX»! 

che non si trova nel programma delle scuole 
pubbliche ed alla quale, a ragione, i padri 
annettono grande importanza: l'educazione 
sociale dei giovanetti. Nelle scuole dei preti 
o delle monache i bambini possono imparare 
come ci si deve comportare nella vita, come 
si deve vestirsi, come salutare, come ballare, 
come e quando cambiare di abiti, come man- 
giare per bene, come ricevere gli inferiori, 
i sui)eriori ; in molti istituti ci sono delle fe- 
ste frequenti, delle recitazioni, delle visite 
quasi periodiche ufficiali ed ufficiose di auto- 
rità, di parenti, per insegnare con queste e 
per queste come ci si deve comportare in so- 
cietà, e ciò piace assai ai parenti. 

L'educazione è lasciata in Europa, come 
in America, completamente a carico delle 
famiglie, e nessuno pensa, secondo me a torto, 
di farne un insegnamento pubblico. In Eu- 
ropa però, i cambiamenti di situazione sociale 
sono diflicili, l'innesto di un popolo in seno 
ad un altro è assai limitato, l'educazione 
famigliare può bastare nella maggior parte 
dei casi. Ma in America, dove tanta gente 
viene da diff'erenti paesi, in cui la morale 
e le convenzioni sociali sono dissimili, dove 



Necessità di una educazione di Siato 221 

sopratutto vi ha tanta gente che ha cambiato 
o che spera di cambiare posizione sociale e 
che deve dare ai proprii figli delle regole 
che non conosce, affinchè essi possano pene- 
trare nella classe superiore a cui la ricchezza 
acquistata permette loro di aspirare, l'educa- 
zione pubblica è altrettanto necessaria come 
P istruzione. Sinché lo Stato non provvedere 
nelle sue scuole a questa parte delPeducazione, 
non si può dare torto alle persone liberali, ai 
Massoni stessi, ai capi del partito anticleri- 
cale se essi pure mandano i loro figli a scuola 
dalle monache e dai preti, a rischio forse di 
vederli più tardi militare nel campo opposto, 
pur di far loro acquistare i modi necessarii a 
vivere nelle classi alte della società a cui 
essi sono destinati. 

L' influenza del clero non è ora ancor molto 
grande, ma se son veri alcuni fatti che ci hanno 
raccontato, pare che sia più grande di venti 
anni or sono e che stia per aumentare an- 
cora. Oi dissero che sotto la sua influenza sono 
cadute le duecento e più biblioteche che con 
provvido sagace provvedimento il Sarmìento 
aveva sparso in tutta la Eepubblica ; che sotto 
la sua influenza in molte città si fanno e si 



f 



iSi ISTITUZIuKI BUE1I0S-AIBKN8I 

iti sfanno i professori; o che il confessore co- 
mincia pian piano a diventar l'arbitro delle 
famiglie consigliando i libri che si possono 
leggere, le commedie e gli attori che si pos- 
sono sentire, le scuole a cui i figli si possono 
mandare. Ci dissero anche che per V influsso 
del partito clericale, furono congedati in al- 
cune Provincie insegnanti alle scuole normali 
perchè liberi pensatori. 

Io non so se tutto ciò sia vero, ma certo 
è cÀie ([uesto monopolio della educazione so- 
ciale lasciata interamente in balìa del clero 
ha per conseguenza necessaria che la sua 
morale deve diventare la morale ufficiale. 



« Penitenciaria Nacional » 
E «Open Door». 

La Peniteìiciaria Nacioìial, in cui sono rac- 
colti i condannati della provincia di Buenos 
^Vires, è una delle pifi belle e complete isti- 
tuzioni della Repubblica, in cui tutte le qua- 
lità degli Argentini, la passione della novità, 
del bello, del grandioso, la generosità, P in- 
dulgenza, sono armonicamente fuse in modo 




La "^Feniienciaìia Nacional„ 2^3 

(la trasformare questo luogo di pena che non 
è un ergastolo, né una prigione, in una vera 
casa di redenzione, fisica, psichica, intellet- 
tuale e morale, quale la nuova scuola l'ha 
concepita e quale in Italia certamente i con- 
temporanei non vedranno mai. 

Nulla nell'aspetto esterno, accenna alla fi* 
gura tetra e fosca delle carceri nostre. Una 
larga palazzina tutta bianca, si apre per uuh 
larga scalinata sulla strada. Non vi sono sol- 
dati al difuori, non garritte di sentinelle, 
nessun apparato di forza, tanto che io, abi- 
tuata all'idea dei nostri ergastoli, non vo- 
levo credere al cocchiere quando mi fermò 
dinanzi all'elegante edificio e lo pregai di at- 
tendere, per assicurarmene. 

Attraversato un ampio vestibolo, si entra 
in un vasto recinto ombreggiato, i cui basni 
muricciuoli spariscono sotto i fiori e la ver- 
dura. Là, mi dicono, vi sono dei soldati, due 
o quattro, non so ; io non li ho visti, perchè 
i soldati servono non tanto per sorvegliare i 
detenuti, quanto per sorvegliare i carichi e 
gli scarichi che si succedono ininterrotti in 
questa vasta azienda, che è insieme uno dei 
più vasti opifici della Repubblica. Nel recinto 



ì 



224 ISTITUZIONI BUENOS-AIKENSl 

sbocca un corridoio, dove stanno allineate 
tanto celle, tutte aperte, tutte bianche, ri- 
scliiarate ciascuna da una flnestrina, di giorno, 
da una lampada elettrica la notte, e fornite 
di biblioteca con libri, di un tavolino con 
carta, penna e calamaio, di seggiola e di iva- 
ter closet ultimo modello, e di acqua potabile. 
I corridoi, rallegrati nel mezzo da verdi 
palmizii, convergono tutti ad uno stanzone 
centrale di vetro, donde il sottocapo può sor- 
vegliare tutti i raggi del suo dominio. Al 
fondo di ogni corridoio sta un opificio: opi- 
ficio di stamperia, di litografia, di calzoleria, 
di metallurgia, di fonderia ; e fra un corridoio 
e l'altro, dei larghi pezzi di terreno coltivati 
ad orto, a frutteto, a giardino. Gli opiflcii 
contano fra i migliori della Repubblica. Nella 
stamperia si stampano molte riviste settima- 
nali e illustrate, scientifiche e letterarie. Nella 
calzoleria si fanno le scarpe le più. fine ed 
eleganti; nella fonderia e nella officina si 
fabbricano macchine industriali ed agricole, 
utensili, caldaie, torni; nello stabilimento 
è stato fatto l'impianto della cucina a va- 
pore che troneggia in un ampio apposito fai 
bricato costruito dai detenuti stessi. 



1 



r- 



Istruzione ed educazione dei detenuti 225 



Il lavoro nel Penitenziario è obbligatorio. 
Appena entrati, i condannati vengono tutti 
iniziati ad un'arte, quella che preferiscono, 
quella in cui vengono giudicati più atti dai 
maestri d'arte, badando solo a che i truffa- 
tori non siano messi nella litografia, per ra- 
gioni facili a capirsi. Il carcerato vien retri- 
buito regolarmente a seconda della abilità 
sua, presso a poco ai prezzi dell'opificio li- 
bero. I denari guadagnati sono messi a li- 
bretto e consegnati all' uscita 'insieme a un 
posto. La fama degli operai della Penitenciaria 
è ormai così stabilita, che vi sono sempre gia- 
centi all'amministrazione molte più richieste 
di lavoranti di quanti operai la Penitenciaria 
possa dare, poiché i detenuti non solo impa- 
rano qui l'arte, ma ricevono una buona e so- 
lida istruzione generale. 

Alle 5, finito il lavoro, tutti gli operai, 
dopo un pasto sostanzioso, sono riuniti in 
nove classi, sei elementari e tre superiori, 
a seconda della loro coltura ed intelligenza. 
Essi imparano così a leggere e a scrivere 
dapprima, e più tardi la matematica, la geo- 
grafia, la storia, le lingue, il disegno, che 
erte sempre sopra gli oggetti della loro arte. 

Fbbrbao. America del Sud, 15 



i 



d*26 ISTITUZIONI BOENOS-AIKÉNSl 

Finita la scuola, tutti i detenuti possono 
passare alla biblioteca a depositare o a pren- 
dere i libri che vogliono per la notte. La 
l>ibliot(^cn. è fornita ampiamente dì tutti i 
migliori libri scientifici e letterarii, recenti e 
fondamentali, che si pubblicano in tutte le 
lingue. Una volta alla settimana ci sono con- 
f^n^enze fn tte qualche volta dagli allievi stessi, 
qualche volta dai maestri, a cui assistono, ol- 
tre che i detenuti, anche il direttore o il sotto- 
direttore. Alla domenica vi ha la messa che 
è libera, per chi ne faccia espressa domanda. 

Ma non solo il signor Bailve ha curato il 
lavoro a l' istruzione dei suoi amministrati, 
ma ha cercato anche di sollevarne il morale, 
preraianiloli dei loro buoni comportamenti. 
Nel MlnOj che a ciascuno vien formato alla 
entrata, dove è raccolto per sommi capi il 
processo, la condanna, gli antecedenti del de- 
tenuto, Ih sua fotografia, i suoi caratteri fisici 
e psichici, è segnata ogni sei mesi la con- 
dotta, e ógni volta che le compiano, le buone 
azioni. Uno, per esempio, aveva segnato nel 
conto delle buone azioni la generosità con 
cui alla notizia del terremoto del Cile rispo 
o ti rendo tutto il suo peculio per quei disg] 




Premii ed incoraggiamenti ai detenuti 297 

ziati e si fece iniziatore spontaneo di una 
colletta per essi. La buona condotta, la ec- 
cellente, la ottima, danno ciascuna diritto a 
vari privilegi. Il primo è quello di poter ri- 
cevere la famiglia più volte la settimana^ 
invece che una volta al mese, e di rice- 
verla in camera anziché attraverso alla grata 
del parlatorio. Un grado superiore di buona 
condotta dà diritto a portare i baffi, e a fare 
gli esercizii ginnastici una volta la settimana 
nell'ampio giardino della Penitenciaria. Il grado 
supremo dà diritto a non avere piti il numero 
regnato sulla casacca, sul berretto e sullu 
cella ; ad esser chiamati per nome e trattati 
come uomini normali. Varii cordoni signifi- 
cano esternamente il grado di bontà che 1 
detenuti hanno raggiunto, grado che sta scritto 
anche sulla cella di ognuno. Supremo poi 
riconoscimento della loro buona condotta, v 
Paccorciamento della pena. Non esiste ancora 
veramente qui la libertà condizionale, che 
permetta di accorciare legittimamente la pena ; 
ma V intelligenza del signor Ball ve ha saputo 
parare alle difficoltà : approfittando del fatto 
le il Presidente della Repubblica può gra- 
are un condannato, quando lo creda degno, 



228 ISTITUZIONI BUEN0S-AIRBN8I 

offli lo induce a graziare quelli che gli sem- 
brano guariti di ogni tendenza antisociale e 
pronti per ritornare nella società utili a sé 
e agli altri. 

Questo istituto, rinnovato, come dissi, da 
soli pochi anni, non può fornire ancora dei 
dati statistici sulla sua funzione sociale, in 
modo che si possa dire : essi sono redenti ; 
ma il fatto è che questi detenuti, attenti 
come voi li vedete, ciascuno al proprio lavoro, 
eccitati da questi premii, tranquillati da que- 
sta vita regolare, e quasi direi famigliare, di 
cui spesso non avevano mai goduto in ante- 
cedenza, acquistano un'aria serena, normale, 
virile, quale non ho mai visto nelle carceri 
del regno d'Italia. Il lavoro, l'istruzione, la 
coltura, indirizzando le loro menti ed i loro 
cuori ad oggetti alti e nobili, fan perdere alla 
loro fisionomia quei caratteri di ferocità ve- 
lenosa che hanno da noi, come fanno perdere 
alla loro mente ed al loro cuore l'abitudine 
dell'ozio, della vendetta, dell'orgia. Certo è 
che tutti quelli che entrano qui delinquenti 
d'occasione o di passione, e sono molti, per- 
chè si tratta di un paese d'immigrazione, n 
escono redenti; e che i delinquenti, d'abitu 



Una conferenza in prigione 220 

dine o di nascita, acquistano colPabito del 
lavoro il modo di esser utili alla società. Ab- 
biamo assistito noi ad una splendida confe- 
renza con proiezioni sull'America precolom- 
biana, tenuta in un grande apposito salone 
da un detenuto, entrato ott'anni fa per uxo- 
ricidio (pare in un raptus epilettico), anal- 
fabeta, senza mestiere, che è ora il più abile 
litografo dello stabilimento, e che guadagna 
col suo lavoro venti o trenta franchi al giorno, 
i quali vanno ad ingrossare il peculio che 
troverà alla sua uscita. 

Alla prigione è annesso un ufficio di poli- 
zia scientifica diretto dal prof. Ingenieros, in 
cui i nuovi arrivati vengono studiati, fisica- 
mente e moralmente, dove vengono indagati 
gli antecedenti ereditarli, e dove vien formu- 
lato il libretto di cui parlai, su cui, come 
dissi, vien poi annotata la loro condotta per 
tutta la durata della pena. 

Mentre percorrevamo le vaste sale e gli 
operai alzavano verso di noi gli occhi pieni 
di compiacenza per la nostra ammirazione, e 
""ì rispetto pel dottor Ball ve, il loro direttore, 

3ro padre spirituale, egli ci facea osservare 

m quanta cura aveva osservato tutti i pre- 



2dlì ISTITUZIONI BCE-XOS-AIBKXSI 

eettì che mio padre aveva dettato nei suoi 
libri, e im nodo mi veniva alla gola, all'idea 
che egli fosse così lontano e non i)Otesse 
venire, ehe egli dovesse continuare a vivere 
in un paese che gli è sempre così ingrato. 



rn'iiltni istituzione di Buenos Aires, che 
uanita iiua minuta descrizione, è VOpen Door^ 
Manicomio a porte aperte^ diretto dal profes- 
sor Cabred — il quale sta ora per fondarne 
un altro h Cordova. — Sorto ad imitazione, 
come dice il nome, di simili istituzioni in- 
glesi, esso ha preso qui uno sviluppo, una per- 
fezione grandissima. 

Anche qui la cooperazione fra ospitati e 
ospitanti è stata portata a un grado estremo 
dì perfezione, che permette, con un costo mi- 
nimo per la società, di dare agli uni e agli al- 
tri il massi DIO di gioia e di utilità possibile. 
Lrn'ininienf>a pianura è stata destinata a 
questi disgraziati. I malati hanno costrutto 
nu vero villiiggi^ nel quale possono de"*'- 
car,^i a q nella qualunque arte che preferisca . 
O'ò unii fabbrica di mattoni nelP interno de ) 



Un villaggio di pazzi 231 

Stabilimento con cui si fabbricano le case: 
laboratorii da falegname, da meccanico, da 
intrecciatore di vimini, ecc. La maggior parte 
dei ricoverati è indirizzata al lavoro dei campì, 
o meglio alle industrie agricole più elevate: or- 
ticultura, giardinaggio, che permette di utiliz- 
zare i malati in un lavoro tranquillo e continuo, 
senza troppo disseminarli. C'è un giardino con 
serra tenuto come un giardino botanico, i cui 
fiori vanno ad adornare e rallegrare le casette 
dei malati. C'è nel villaggio un allevamento di 
maiali che ha reso quest'anno al manicomio più 
di 100000 pezzi, e in cui i maialetti, con un in- 
gegnoso sistema trovato dai pazzi stessi, si 
mantengono rosei e puliti come" al momento 
in cui vedono la luce. O'è una vaccheria in cui 
si fabbrica burro e formaggio ottimo, un alle- 
vamento di polli che provvede di uova e polli 
la colonia, e che è anch'esso uno dei forti 
redditi del manicomio. O'è un orto in cui si 
coltiva ogni genere di frutta e di erbaggi, un 
allevamentp di pecore, con relativa tosatura. 
I malati ricevono come operai esterni una 
rimunerazione che va a un libretto che pos- 
sono ritirare all'uscita e possono lasciare in 
eredità ai parenti o spendere in una specie 



232 ISTITUZIONI BCJENOB-AIBENSI 

(li veiiditorio annesso a ciascun edificio in 
cui c'è una specie di caffè, o meglio di ri- 
trovo diurno e notturno, perchè il caffè e il 
vino son proibiti. 

Coi redditi délVOpen Door stesso, non solo 
i inalati bouo mantenuti, ma continuamente 
dai malati .stessi vengon fabbricati nuovi vil- 
lini per completare il piano del villaggio ge- 
niuluienttì ideato dal Cabred. 

I villini — tutti differenti, separati gli uni 
da^li altri da vasti giardini — hanno cia- 
scuno camere da pranzo multiple, a piccoli 
tavolini, dove i malati possono raggrupparsi 
a quattro o cinque; e saloni con fonografi, 
cinematografi, teatrini, biblioteca, giornali. 

Una palazzina centrale è destinata alla cu- 
cina, elle è insieme cucina e magazzeno per 
la colonia, che ormai conta più di 4000 pazzi. 

Tutto ciò elle può far piacevole e comoda 
la vita, esiste in questo manicomio che nes- 
sun muro rinserra e in cui i parenti possono 
venire lilieramente a trovar i loro cari; mal- 
grado ciò, nessun omicidio ebbe ancora a rat- 
tristarne i fondatori nei dieci anni da che fun- 
zioim. Parocchi milioni certamente furono 
ape^i da principio dai Governo per fondare 




Il Oiardino Zoologico 'i-^-J 

questo manicomio, ma ora esso funziona da 
sé, e si ingrandisce per forza propria, senssa 
bisogno di altro aiuto. 



Il Giardino Zoologico. 

Altra istituzione di ben diverso genere, ma 
egualmente bene organizzata, a Buenos Ai- 
res, è il Giardino Zoologico, fondato ancora 
per iniziativa di Sarmiento, e che, per la cura 
con cui è mantenuto, è destinato a diventare 
uno dei centri scientifici più importanti della 
Repubblica Argentina, un modello del come la 
scienza e l'industria, la praticità e la teoria 
possano, fuse assieme, dare alla comunità un 
divertimento prezioso, un luogo di studii im- 
portantissimo, senza alcun sacrificio della co- 
munita. 

Presso il quartiere di Palermo, il più elegante 
e più poetico della capitale, in fondo alVavenida 
Alvear, il centro generale dell'aristocrazia bue- 
nos-airense, dagli eleganti palazzotti circondati 
4a antichi parchi ombrosi, si apre il Giardino 
Zoologico, che copre di per sé uno spazio più 
grande che una delle nostre piccole città. 






f 




9SÌ ISTITUZIONI BUENOS-AIBEN8I 

Quando Sariuiento, uno dei più grandi be- 
nemeriti iìella libertà e del progresso che 
t^bb© la lìepiibblica, lo destinò a giardino zoo- 
logico ora questo un terreno abbandonato, 
insaLitbre e paludoso. Esso è ora uno dei luo- 
ghi più salubri della città, dove si riversa 
la domenica tutta la popolazione di Buenos 
Aires. Le acque furono incanalate in tre splen- 
didi laghetti, Azanty Darwin e Burniensteiìi, in 
cui Hi bagnano pesci, uccelli e mammiferi 
mario] o lacustri di ogni specie; esse furono 
attorniate da folte piantagioni sotto alla cui 
ombra corrono tutti gli animali pacifici della 
creazione, giraffe, cammelli, cerbiatti, ecc., che 
possono essere lasciati liberi in mezzo agli 
uomini. 

Per gli animali terrestri il direttore Ole- 
mente Ouelli, un italiano, abruzzese cre- 
do, ha fatto fare grandi palazzi che riprodu- 
cono lo stile del paese di origine degli animali, 
o ìmDicuse j^abbie di ferro che si slanciano 
leggiere *mI agili nell'aria come torri Eiffel, e 
dentro alle quali, roccie e laghetti e piante 
riproducono approssimativamente le terre e 
le piante dei paesi forzatamente abbandona 
dalle bestie rinchiusevi. All'esterno, una cari 



Un amico delle belve 235 

geogratìca segna in nero le località dove l'a- 
nimale viveva, i cibi di cui si nutre. 

Ma non è né la varietà degli animali, né la 
loro abitazione, che é speciale nel Giardino di 
Buenos Aires, quanto la cura con cui gli ani- 
mali sono tenuti. Il direttore del Giardino 
non è solo un maestro, un padrone per le sue 
bestie, é un padre, un medico, un amico. Mai 
io ho sentito parlare con più semplicità, pro- 
fondità ed amore dei proprii amministrati 
come dal dottor Onelli. Egli li conosce ad 
uno ad uno, sa le loro predisposizioni, i loro 
odii; egli ha allevati molti dei suoi animali, 
tigri, leoni, iene, pantere in casa sua. 

Avendo osservato che gli animali intristi- 
scono nella solitudine, quando un animale 
non ha compagni naturali della propria razza, 
egli cerca a loro un amico, ordinariamente 
il cane, il più buono di tutti, che mette nella 
gabbia del solitario perchè abbia con chi giuo- 
care, e cosi ne cura gli accopi)iamenti e la ri- 
produzione. 

Egli applica ai suoi malati i portati più 
moderni della medicina e della veterinaria, 
doccie fredde, massaggio, frizioni, bagni di 
zolfo, fosfati, chinino, latte, come se fossero 



ISTITfZlOKI BVKSOH'AIKKSSI 



1 



uomini. Egli ha fatto mettere neUa gabbia 
degli orsi una doccia permanente, perchè non 
sottrano del caldo. Ogni giorno egli esamina 
nel suo laboratorio il ricambio degli animali 
più delicati per sapere se il cibo che egU ha 
dato a loro è stato ben digerito, in modo da 
constatare la malattia di ognuno, e curarli e 
guarirli prima che appaiano i segni esterni. 
Egli è riuscito, per mezzo di divisioni sa- 
pienti che possono avvicinare in certi mo- 
menti i due sessi e poi dividerli, ottenere la 
riproduzione di quasi tutti i suoi ospiti, ele- 
fanti, tigri, leoni, cervi, cammelli, giraffe, 
scimmie, eseguirne la gravidanza, il puerperio,' 
l'allattamento, raccogliendo un cumulo di os- 
servazioni preziose nella Rivista del Giardino 
Zoologico, che egli pubblica ogni mese. 

Jl meraviglioso è poi che il Giardino Zoo- 
logico è organizzato in modo che sia il pub- 
blico stesso che ne usufruisce, quello che paga 
Ogni anno il Giardino pubblica una splendida 
Ouulu del Giardim gratuita per i visitatori 
le CUI numerose réolanm pagano non solo k 
stampa della Guida, ma rendono migliaia di 
lire al Giardino. 

Ogni gabbia porta il nome del donatore 



j 



Il Oiardino Zoologico 



dell'animale e i giornali pubblicano ogni dì 
gli animali che si vogliono acquistare. Alla 
domenica tutto Buenos Aires si riversa nel 
suo Giardino, pagando 20 centavos a testa. 
Così facendo, POnelli continua a comperare 
ogni anno bestie nuove, le mantiene ma- 
gnificamente, e può non solo coprire co- 
gli introiti le spese, ma dar un tanto alla 
Municipalità di Buenos Aires, a cui appar- 
tiene il Giardino, e che, lieta del risultato, 
stava facendone costruir un altro, quando par- 
timmo, in un altro angolo della città, ora as- 
sai malsano. 

Questo Giardino, dunque, come la Peniteu- 
ciaria Nacional, come la Scuola Professionale, 
come VOpen Door, ha raggiunto il più alto 
grado di perfezione a cui un'opera di comuno 
interesse possa aspirare : quella di portare il 
massimo dei beneficii agli interessati col mi- 
nimo degli oneri alla comunità. Queste isti- 
tuzioni sono un indice prezioso della libera- 
lità del popolo buenos-airense che permette 
alle proprie personalità di espandersi e di 
operare pel bene della Repubblica senza creare 
d esse inciampi di alcun genere. 



Sul Paranà. 



T! Rio della Plafca, foniiato dal confluire del 
Ilio Paranà e delT Uruguay, è immenso in lar- 
f^liezza, ma non ò lungo ehe pochi chilometri 
e, meglio di un RiOj lo sì potrebbe dire la foce 
di dne grandi fiumi- Sono il Paranà e PUru- 
gnay i suoi grandi affluenti che costituiscono 
le arterie più importanti dell'Argentina, del 
Paraguay e della Eepnblilica Orientale. Sulle 
loro sponde stanno le ritta più. importanti 
delle tre Republilìclie, le quali per essi hanno 
modo dì comunicare facilmente colP Europa. 

Il Paranà, largo, giallo, quieto, profondo, 

scorrente trasversalmente alla Repubblica 

Argentina, pare invero un canale scavato 

a-rtitìeialmente per trasportare le merci dal 

PArgeutina al mare. Disgraziatamente h 




1 



\ 



MonopoUi e dogane 23S 

dogane ergono anche qui, come nel nostro 
Mediterraneo, terribili ostacoli contro ogiù 
comodo sfruttamento delle naturali vie di co* 
municazione, e gli alti prezzi dei noli com- 
piono Popera nefasta. Il commercio fluviale 
sul Paranà è ora esclusivo monopolio della 
Compagnia Mianovitz, che, naturalmente come | 
tutti gli utenti dei monopoli!, ha fissato dei 
prezzi per le merci così proibitivi, che gli al>i- 
tanti di Buenos Aires trovano più conve- 
niente provvedersi di legname e di arancie 
al di là dell'Oceano, in Ispagna e in Italia, 
che non nel vicino Paraguay, dove sarebbero 

I a maggior buon mercato. 

' I battelli della compagnia Mianovitz sono 

quasi esclusivamente adibiti agli Argentini, 
che vanno o vengono sul Paranà. Perciò iui- 

j barcandosi sul Paris abbiamo modo di vederli 

! intimamente. 

Siamo in pieno inverno ed il Paris è pieno 

I di famiglie ricche che vanno a svernare ad 
Asunción, dove regna una primavera eterna. 
Vi sono molte donne malate, molti bambini, 
Qualche vecchio, pochi perchè i vecchi sodo 
lolto rari in tutta l'America. 
Vi è una famiglia argentina tipica, madre, 




940 SUL paranI 

padre e dodici figli, tutti appaiati coinè ge- 
melli, due lattanti con due balie, due bam- 
binette con una boìim calabrese, due ragaz- 
zette con una istitutrice tedesca, due giova- 
netti con un istitutore argentino, due signorine 
colla mm inglese, due giovanotti che fumano 
tutto quanto il giorno e fan la corte alle 
rade signorine di bordo, il padre e la madre 
col loro maggiordomo. La famiglia occupa, 
coi suoi addetti, quasi tutte le cabine, che 
danno nel salone centrale, diventato il suo 
accampamento generale. Gli uomini però si 
ritirano volentieri nella camera da pranzo, 
dove si giuoca. Il giuoco è il gran vizio degli 
Argentini; a Buenos Aires tutti i tabaccai, 
tutti i librai, quasi tutti i negozii vendono ì 
numeri della lotteria nazionale, una specie di 
lotto che il Governo, con felice idea, ha desti- 
nato al mantenimento degli ospedali; ogni 
quartiere ha una pista per le corse dei ca- 
valli, delle biciclette, degli automobili, che 
non sono in fondo che pretesti al giuoco- Si 
giuoca nelle case, nei caffè, nelle piazze, in 
campagna, in treno. I contadini giuocano i 
loro risparmi!, giuocano la loro casa, perfine 
qualche volta la loro camicia. 



U gioco a bordo del ^ Paris,. 241 

Il poi)olo si diverte ancora al modo indiano, 
mettendo una i)osta su un astragalo di mucca 
che getta per terra, una specie del nostro 
papa o pila. Far ciò è proibito, ma di solito 
attorno ai giuocatori si forma immediata- 
mente un così fitto aggruppamento di popo- 
lani, che quando vengono i vigili, essi hanno 
tutto il tempo di fuggire inosservati. 

Naturalmente sul battello si giuoca a tutto 
spiano. A mezzanotte a bordo si spengono i 
lumi ; ma mentre le cabine sono avvolte nel* 
Poscurità, la sala da gioco è radiante di luce 
ed è il sole, che penetrando al mattino per le 
finestrelle, dà il segnale ai giuocatori, curvi 
sin dalla sera precedente sulle carte, che è 
ora di andare a dormire. 



Al mattino il battello par semideserto, e 
noi possiamo godere da soli il comodo ponte 
che, largo, spazioso ed aperto, si stende al 
disopra delle cabine lasciandoci dominare per- 
fettamente il paesaggio, che il sole fiammeg- 

:iante ci permette di gustare completamente. 

>a una parte, dall'altra, dei campi sterminati 

Ferrerò. America del Sud. 16 



342 SaL PABANÀ 



1 



di yerba praba (erba forte)^ una specie di paglia 
ohe cresce nei terreni paludosi con cui si co- 
prono i raìwhos, rompono col loro tono giallo 
le torbide acque tranquille del Rio. Una bassa 
isoletta solleva ogni tanto il dorso pacifico 
appena turbato da qualche cespuglio, l^es- 
sun'altra elevazione rompe il piano infinito; 
le sponde degradano nel fiume come le no- 
stre spiaggie sulle acque del mare. Questo è il 
grande pericolo del Paranà ; quando le piog- 
gie sono molto prolungate, il fiume, che non 
ha sponde, invade il piano e le città; quando 
c'è siccità, il fondo si abbassa così rapida- 
mente da arenare e tener prigionieri i basti- 
menti fino ad una prossima pioggia. Anche 
il nostro battello, per quanto costrutto a po- 
sta con scafo bassissimo, deve seguire, per 
non arenarsi, le linee sinuose che la varia- 
zione del fondo disegna sulla sua superficie. 
La sponda orientale del Paranà è quasi 
deserta; certamente i negozianti di Cadice e 
di Siviglia, che avevano il monopolio del 
commercio coli' America Meridionale pel Perù 
e che tanto ostacolarono lo sviluppo di Bue- 
nos Aires, non avevano piacere che si pop 
lasserò le rive del Paranà. Sulla costa occ 



Le sponde del Paranà 243 

dentale, però, i paesi e le città, creati negli 
ultimi anni, Campana, Nicolas, Villa Consti- 
tución, Bosario, biancheggiano colla loro alta 
chiesetta ed il porto lussuoso, fonte della loro 
vita. Alcuni di questi paesi non sono ancora 
che dei grandi villaggi in mezzo a cui tro- 
neggia il nuovo porto in marmo ed acciaio, 
come una promessa di prossimo avvenire ; altri 
non hanno addirittura che il porto, e la po- 
polazione sta ancora accampata, come nei 
quartieri popolari di Buenos Aires, in minu- 
scoli ranchos di paglia, di mota, di latta ; altri 
sono ormai cittadine con tutto il movimento 
e la vita dei moderni centri industriali con 
fabbriche, palazzi, magazzini. 

Bosario, una delle più giovani città che si 
sieno stabilite sul fiume (non data da più di 
cinquant'anni), è ormai una capitale, che in 
certe cose può competere con Buenos Aires. 

Bosario, Paranà, Santa Pè. 

Pino al 1850 Bosario non era che un minu- 
jcolo villaggio in cui i barcaiuoli scaricavano 
e loro merci, approfittando di un comodo 
3orto naturale. Durante le guerre intestine 



i 



^44 SUL PARANÀ 



fra Buenos Aires e le provincie, il Governo 
della Confederazione stabilito a Paranà, per 
rappresaglia contro Buenos Aires, esentò dai 
diritti di dogana i bastimenti che venendo 
dall'Europa risalivano il fiume fino a Eo- 
Biirio. Le navi dovevano fare qualche ora di 
viaggio di più, ma avevano qui un porto co- 
modo per sbarcare le merci direttamente a 
terra, mentre a Buenos Aires dovevano tras- 
1 lordare su barche in mezzo al mare. Questo 
vantaggio era talmente grande, che per quanto 
la Repubblica unificata le abbia tolto ogni 
privilegio. Rosario seguitò nondimeno ad au- 
mentare rapidamente ed è diventata ora il 
centro di una regione agricola ed industriale 
di primo ordine. 

Ormai Rosario è per l'Argentina quello che 
V Milano per l'Italia, Francoforte per la Ger- 
mania, San Paolo per il Brasile, il centro co- 
smopolita degli uomini e degli affari, la 
città industriale, la città commerciale. A 
I Rosario ci sono i più grandi mulini della 
Repubblica, le più grandi raffinerie di zuc- 
curo ; il suo porto è sempre pieno di bast' 
nienti che vengono dall' Europa e dal Pf 
rana, importando tutte le merci che si d 



1 



Rosario. Porti antichi e nuovi 245 

ramano all'interno delle Provincie, e che par- 
tono esportandone grano, fieno, cuoio e carni 
per V Europa e per il Brasile. Scuole, banche, 
tranis, teatri, cinematografi, telefono, caff'è, 
giardini, nulla manca agli spassi, ai biso- 
gni, ai comodi di una grande città moderna. 
Cosmopolita come Buenos Aires, come essa, 
Eosario ha unUntensa vita pubblica. La città 
era — quando noi la visitammo — in grande 
fermento per la quistione del porto. Eosario 
ha un porto naturale come quello di Anversa, 
disegnato cioè dal letto del fiume, che feli- 
cemente acquista grande profondità vicino 
alle sue alte harranoas. Eosario però non 
aveva porto artificiale, non silos nord-ameri- 
cani: per caricare il grano si usava un co- 
modo e semi)lice congegno formato da una 
serie di tubi in legno, spostabili, che, mossi 
dalla sola forza della gravità, vuotavano il 
grano nel ventre del bastimento. V'erano 
lungo le rive della città, dove il battello si 
fermava, delle centinaia di questi tubi. I con- 
tadini stessi, che portavano il grano dalle co- 
lonie, li facevano manovrare ; il caricamento 
era quindi di un costo minimo. Pare, però, a 
quel che alcuni ci hanno detto, che questo 



246 SUL PARANÀ 



sistema avesse F inconveniente di diminuire 
sempre più le sponde del fiume e di aumen- 
tarne il fondo. 

Non so se per questa ragione, o semplice- 
mente per passione delle novità, gli antichi 
congegni sieno stati soppressi; certo è che 
anche nei paesi più piccoli, a Villa Oonstitu- 
ción, a Nicolas, a Paranà, a Santa Fé, a Ro- 
sario, essi sono stati sostituiti da eleganti, 
altissimi silos in ferro e cemento armato, e 
che da ogni parte si stanno costruendo dei 
porti in marmo ed in pietra come nelle più 
antiche e ricche città del Mediterraneo. Ciò 
non ha potuto avvenire senza crivellare le 
città di dazii e di imposte fortissime, e gra- 
vare più ancora i proprietarii del grano, i con- 
tadini, i quali una volta potevano quasi gra- 
tuitamente caricare la propria merce nei bat- 
telli, e che devono ora affidarli ad impresarii 
pagati. La questione dei porti è quindi una 
questione spinosa che ha messo giustamente 
a subbuglio tutte le città lungo il fiume. 



1 



La città di Pavana 24tl 



Paranà, auticamente Bajada (sbarco), è una 
delle città più antiche della provincia di En- 
trerrios, di cui è la capitale. Posta su una 
harrmica, un rialzo della sponda del fiume, 
essa è una delle più graziose città bagnate 
dal Rio omonimo. Non so quanto la barraìica 
sia alta, certo poche diecine di metri, ma in 
mezzo alla infinita pianura, basta a dar l'illu- 
sione che la città posi su un'alta montagna. 

Dal grande piazzale dove si erge la chiesa 
ed il palazzo del Governo, dal parco che vi 
è presso, si ha l' illusione di esser a Brunate 
sul lago di Como. Il Paranà si allarga ivi 
come un lago. I lunghi banchi di sabbia, che 
lo limitano, sui più antichi dei quali qual- 
che albero spoglio specchia melanconicamente 
i suoi rami nelle placide onde luccicanti, au- 
mentano l'illusione dell'ampiezza. Tutto vi è 
tranquillo come in una laguna : sottili canotti, 
leggere barchette a vela scivolano mollemente 
sulle acque chete, mentre sulle ripe verdi, sot- 
ili palme, e cespugli di rose, e geranii rosseg- 
^ianti danno una nota vivace al paesaggio. 



248 SUL PABAVÀ 

Dal 18,12 al 1861, darante la lotta fra Bue- 
nos Aires e le proTÌncie, Paranà fa capitale 
della Confederazione Argentina. 

Sotto il generale Urquiza, quando esso 
dominò le Provincie argentine legate con- 
tro Buenos Aires, Paranà divenne la rocca 
forte del liberalismo, anzi dell'anticlericali- 
smo argentino. Era proibito nella provincia 
l'introduzione di qualunque Congregazione, 
proibito agli abitanti di prendere l'abito mo- 
nacale, ostacolata ogni manifestazione reli- 
giosa ; ed è Paranà che Sarmiento scelse per 
fondarvi la prima scuola normale dell'Ar- 
gentina, quella da cui uscirono i più grandi 
personaggi della Eepubblica nel suo secolo 
d'oro. 

Gli Italiani vi sono numerosi nella città 
e nella provincia, ma sono poco fusi con i 
nazionali. È questo un fenomeno che rimon- 
tando il fiume si osserva per la prima volta, 
ma che si va sempre più accentuando man 
mano che ci interniamo nell'Argentina. A 
Buenos Aires non è raro trovare delle persone 
che abbiano nel loro sangue la miscela di tre 
o quattro nazionalità differenti. A Bosario 
difficile distìnguere una famiglia italiana d 



1 



I "" forestieri „ 249 




una argentina; tanto complicati e intricati 
sono i rapporti di parentela che uniscono le 
une alle altre, ma questa fusione diminui- 
sce verso l'interno. Le signore che formavano 
il Comitato femminile venuto ad incontrarci 
a Paranà, erano tutte dello stesso ceto, in 
egual numero italiane ed argentine, ma nes- 
suna delle italiane conosceva le signore ar- 
gentine con cui si trovava momentaneamente 
a contatto. 

Noi abbiamo assistito ad una festa che il 
Governatore diede in nostro onore e noi po- 
temmo ammirare l'eleganza, il numero e l'al- 
legria della società di Paranà, che nulla 
aveva da invidiare a quella dell^ capitale; 
ma i pochi Italiani presenti vi assistevano 
per la prima volta. La ragione deve ricercarsi 
forse nel fatto che in queste città più piccole, 
da un lato l'aristocrazia locale è ancora ab- ^i 

bastanza ricca e numerosa da non sentire il 
bisogno di elementi esteriori, e dall'altra i 
forestieri si credono stabiliti così provvisoria- 
mente anche quando vi permangono da de- 
cennii, che non si sforzano di penetrare in 
mezzo ai nativi. La conclusione è però che 
gli Italiani anche ricchi conducono in pro- 



zia 



7^1 



I 



i 



■.■^ 



260 SUL PABANÀ 



vincia una vita ritiratissima e che, non avendo 
neppure la risorsa del teatro, si annoiano, 
si irritano, ritornano in patria dove dopo 
tanti anni si trovano più spaesati che nella 
patria adottiva, vere anime in pena che non 
sanno più dove posare.... La fusione coi na- 
tivi potrebbe fare un gran bene, e Fopera 
non sarebbe difficile se i nostri rappresentanti, 
e gli Italiani più ricchi e colti che hanno dimo- 
rato in una città qualche anno, cercassero di 
iniziarne i rapporti. Messa casualmente a con- 
tatto dalla nostra presenza, ciascuna signora 
fu meravigliata infatti nel trovare la signora 
dell'altra nazionalità assai più simpatica ed 
attraente di quanto si aspettava, e lieta della 
scoperta, si riprometteva di continuare l'ami- 
cizia appena incominciata, segno che la di- 
visione riposa più sulla mancanza casuale dì 
contatti che su qualche ragione profonda, 
insormontabile. 

Nelle campagne che attorniano Paranà vi 
è anche qualche colonia russa che si go- 
verna indipendentemente, ogni anno ripar- 
tendo le terre fra gli abitanti, come nel 
Mir russo, vivendo in piena comunità come 
in patria. I llassi si mescolano molto poco 



1 



Santa Fé 261 



agli altri abitanti, e non ne pigliano in alcun 
modo le abitudini. Si vedono girare per le 
stazioni solitarii come esiliati, cogli occhi ce- 
lesti, lo sguardo sperduto, avviluppati nelle 
loro penicele, o volare attraverso i campi, 
nelle loro leggiere troike^ Punico stromento 
che i nativi hanno da loro adottato. 



Santa Fé scelta in principio del XVII se- 
colo dai Gesuiti a centro delle loro Missioni, 
fondata sulle rive non del Paranà ma di un 
braccio del Paranà, ove non possono fermarsi 
i grandi bastimenti, è una delle più antiche 
città della Repubblica, ed è la capitale della 
ricca provincia omonima. 
i^ A pochi chilometri da Paranà, la rocca 
forte delle tradizioni liberali. Santa Fé, è in 
pieno contrasto colla città che la fronteggia 
a pochi chilometri di distanza sulle harrancas 
del fiume. 

Si è cercato recentemente di modernizzare 
questa capitale erigendovi uno splendido tea- 
tro, una bellissima scuola municipale, alber- 
ghi, giardini^ ediflcii pubblici moderni, ma 



2.')3 SUL PARANÀ 



1 



tutto ciò non ha tolto a Santa Pè l'aria ca- 
ratteristica delle città fondate dai Gesuiti, 
non ha potuto impedire che a pochi chilome- 
tri da Paranà che Sarmiento scelse a fondare 
la sua prima scuola normale, questa scuola 
stessa, che per Statuto il Governo Federale 
mantiene a sue spese in ogni capoluogo di 
provìncia, abbia trovato qui le più gravi diffi- 
coltà ad insediarsi, e che continuino a in- 
nalzarsi chiese e conventi. 

Come quasi tutte le città fondate dai Ge- 
suiti, Santa Fé è posta in una località piena 
di poesia e adorna di bei monumenti antichi. 
Notevole fra gli altri, nella sua piazza del 
Cabildho, il palazzo del Governo e il pa- 
lazzo della Facoltà di Legge, costrutti in stile 
veneziano, colle finestre moresche ogivali, 
le torrette ed i terrazzini molto graziosi, e a 
pochi passi dalla città l'antica Chiesa coloniale, 
unica forse nel suo genere, una grande sala 
rettangolare spoglia, che ricorda assai le ba- 
siliche romane, senza cappelle nell' interno, 
senza affreschi colorati, ma tutta di legno 
intarsiato e scolpito ; attraverso al soffitto 
ora imbiancato, si intravvedono ancora i pali 
di qmhraclio intagliati come nel pavimento^ 



In campagna 2*^*3 



nelle pareti ; da questa pendono regolarmente, 
a segnare le nostre navate, dei quadri puri^ 
di legno scolpito e grossolanamente colorati. 



Più importanti forse ancora che le citta 
nelle Provincie bagnate dal Paranà, sono \v 
campagne. « L'Argentina è un mostro con 
un enorme capo ed un esile corpo », voi vi 
sentirete dire migliaia e migliaia di volt^ 
percorrendo la Repubblica Argentina. 

Quando si pensa infatti che Buenos Aìv\}h 
da sola racchiude un quarto degli abitanti 
che popolano l'immenso suo territorio, voi vi 
convincerete subito che il paragone non ^ 
fuor di proposito. Si direbbe che Buenos Aires 
è il fondo di una valle a cui fatalmente con- 
fluiscono tutte le forze e gli uomini dell'Ar- 
gentina. In nessun paese d' Europa, le strade, 
le case, le botteghe sono così affollate comr 
a Buenos Aires; in nessun paese le terre sono 
così solitarie come nella pianura argentina* 
Questo è fatale, del resto, in un paese che 
manca completamente di strade. 

Il problema della viabilità è uno dei più 
urgenti, complicati e difficili di tutta l'Ame- 



254 SUL VARANÀ 



h. 



rica del Sud, ma dell'Argentina in specie, in cui 
la difficoltà è accresciuta dalla mancanza di 
materia prima con cui lastricare queste future 
strade, perchè la pietra e la sabbia vengono 
in Argentina dal mare, dalle cave di Monte- 
video. Bisognerebbe quindi ricorrere alla fab- 
bricazione dei mattoni, ottimi sostitutivi delle 
pietre, ma la scarsezza della mano d'opera 
ne rende difficile la fabbricazione. A Buenos 
Aires, molto prima che finisca l' immensa 
metropoli, finiscono le strade; là dove si 
addensano i quartieri degli operai, la Quema 
de la basura, presso la Boca (il porto vecchio), 
presso i mattatoi, le strade non sono più che 
tracciate, le casette o meglio i ripari del popolo, 
sono collocati disordinatamente nel campo, fra 
la mota e la polvere. Nelle città minori, solo 
le strade principali sono lastricate e ghiaiate ; 
le altre sono arterie appena tracciate, lungo 
le quali stanno delle case. In provìncia, uscire 
a piedi è impossibile sempre; se il tempo è 
cattivo, per la mota che arriva al ginocchio ; 
se è buono, per la polvere che vi sale fino 
agli occhi. Questa mancanza di strade fa sì 
che, se piove, in tutta, quasi oso dire, l'Argen- 
tina, la vita è sospesa, le scuole sono deserte, 




La questione delle strade. I cavalli 255 



i teatri chiusi, perfino gli affari, le remates, gli ^l 

incanti vengono rimandati, anche se si tratta ' , ji 

di terre o di case, anche quando un apposito ■; ^ 

poscritto avvisa gli accorrenti che l' incanto | 

avrà luogo in un edificio coperto. L'Argentino -'4 

ha risolto il problema della viabilità riducendo | 

al minimo la locomozione pedestre. In oam- ^| 

pagna, in città, voi vedete diflìcilmente un ^ 

argentino a piedi. Si dice che al tempo de- | 

gli Spagnuoli, i gmichos morissero perfino a 
cavallo. Gli Argentini moderni muoiono certo 
nel loro letto, ma vivono sempre a cavallo. 
Nelle scuole dei villaggi voi vedete dieci o do- 
dici cavalli aspettare nel cortile gli scolaretti; 
alle stazioni voi vedete sempre i contadini an- 
dare, venire, incrociarsi a cavallo. L'Argentino 
ha saputo non solo domare il suo corsiero, ma 
piegarlo ad essergli un docile servitore; è il 
cavallo che pigia la terra per edificare la casa 
o i mattoni; è il cavallo che ara, che se- 
mina ; è il cavallo che trasporta il raccolto. Il 
cavallo ha reso enormi servigi agli abitanti 
della pampa; ma da solo non può bastare 
a tutti i bisogni di una società moderna e 
civile, e sopratutto supplire alla mancanza 
quasi assoluta di strade, che ha ritardato as- 



256 SUL PAILAHÀ 



1 



sai lo svolgimento agricolo e commerciale 
dell'Argentina. 

« In questo paese, se si pianta nn bastone, 
mi diceva un estaìwiero nei pressi di Kosario, 
fra due anni ne trovo un campo/ tanto la 
terra è buona; ma che vale se, quando il grano 
è maturo, la spesa di tagliarlo e di traspor- 
tarlo fino al bastimento è così forte che mi 
mangia tutto il reddito!» 

I trasporti si fanno tutti in carri. Sono 
carri altissimi, portati da due immense ruote, 
ciascuna di più di un metro di raggio, di- 
pinti con strani ornati dai vivaci colori, ti- 
rati da cinque o sei paia di robusti cavalli 
attaccati al carro per lunghe cinghie di cuoio 
ricoperte di piastre d'argento. Davanti al 
carro, dove da noi starebbe il carrettiere 
(che qui invece cavalca sempre di lato su 
un'altra giumenta), stanno dei grandi scudi 
fatti di fettuccie di cuoio bianco e nero va- 
riamente intrecciate, da cui pendono campa- 
nelli di ferro o di perline luccicanti, ultimi 
avanzi della felice fusione dell'arte indigena 
coll'arte europea. 

Questi carri, specie di torri guernite, se ne 
vanno lentamente sui campi, sui prati, sulle 



I carri nazionali 257 




•^ 



acque attraversando le pampas, non altrimenti 
che quelli degli antichi indigeni. Essi si diri- 
gono alla pili vicina stazione ferroviaria, o 
meglio al più vicino porto, dove appositi trans- 
atlantici europei fanno un ottimo servizio 
di trasporto. 

Le ferrovie e l'utilizzazione del fiume hanno 
fatto enormemente progredire in questi ul- 
timi tempi la cultura dei campi. 

Una volta lo sfruttamento agricolo delP Ar- 
gentina era limitato al bestiame; la merce 
che si trasporta da sé, il poco grano che l'Ar- 
gentino consumava, gli veniva dal Cile, dal 4 
Perù, dall'Europa ; la vite vi era quasi scono- 
sciuta. Quasi tutte le forme della cultura 
europea si sono ora acclimatate sul suolo 
argentino. Nella provincia di Santa Fé si è 
introdotta la coltivazione del lìiaiz e del grano, | 
a Cordova délValfalfa, a Mendoza della vite, 
a Tucuman della canna di zucchero, a Buenos 
Aires si é assai perfezionato l'allevamento 
del bestiame. % 

A seconda della cultura, ogni tenuta prende | 

un nome differente ; si chiama estancia la te- i 

nuta in cui si allevano buoi, vacche ed ar- ■:^ 

menti; cahana quella in cui si tengono ani- >^ 

Ferrerò. America del Sud. 17 4 

:l 



2r>8 SUL PARANÀ 



mali fini, cavalli o tori di riproduzione o da 
corsa; ìedìnria la estanda in cui si tengono 
vaccine da latte; eìvgefw la tenuta in cui sì 
coltiva la canna e se ne estrae lo zuccaro; 
ehacra o colonia la tenuta dove si coltiva il 
«rrano od il maiz. 



« Chacra ». 

La chdcra o coloìiia è una proprietà di so- 
lito immensa, qualche volta centinaia di chi- 
lometri quadrati, divisa ad appezzamenti di 
parecchi chilometri ciascuno. Questi appez- 
zamenti sono affidati ciascuno ad un colono 
o ad una famiglia di coloni. Il padrone è 
quasi sempre lontano, spesso in Europa, e 
quasi mai si cura del proprio terreno di cui 
non sa altro che.... quanto gli deve rendere; 
egli affitta la terra e nulla altro. Il colono 
deve quindi possedere le sue bestie, i suoi 
strumenti di lavoro ed un certo capitale in 
fili di ferro senza cui in Argentina non si 
fa niente. I coloni, pagando l'affitto conve- 
nuto in merce od in denaro, possono colti 
vare il terreno a loro affidato assolutament 



Costruzione d*un ^ rancho „ 2B!l 

come vogliono; x>ossono piantarvi o radervi 
gli alberi, seminarvi orzo, grano, vite, come 
a loro meglio aggrada. Il colono è nella sua 
chacra, come Robinson nella sua isola, pa- 
drone e despota, sì, ma obbligato a provvedere 
da sé a tutti i bisogni della propria vita, a 
cercarsi l'acqua nel profondo della terra o nel 
cavo delle foglie, a cuocersi il pane, a ucci- 
dere la bestia da cui trarrà la carne, a for- 
marsi l'orto, il frutteto, se vuol variare il 
cibo, a fabbricare la sua casa, se vuol stare 
al coperto. Il fabbricar una casa è però qui 
lavoro di pochi giorni. 

Col filo di ferro il colono fa una leggera 
aerea intelaiatura quadrata ; su essa appoggia 
della paglia, quella paja proba che cresce sui 
bordi del fiume Paranà e che è assai resi- 
stente, la intonaca con terra bagnata, ed il 
rancho è fatto. Se ha delle vecchie porte, vi 
lascia una larga apertura a cui adatta la 
porta; se no, lascia un foro che copre con 
fasci di paglia quando vuole chiudervisi den- 
tro. Qualcuno fabbrica dei ranclws complicati 
a varie camere. La maggior parte però pre- 
ferisce fabbricar molti ranclws ] al difuori, 
queste case sembrano vere topaie, nidi «li 



_ i 



260 SUL PABANÀ 



bestie, anzi che di uomini; ma all'interno 
dicono che ci si stia abbastanza bene, es- 
sendo la terra un ottimo riparo dal caldo 
(5 dal freddo. Certamente però questa specie 
di casa non si presta molto alle industrie do- 
mestiche, che si riducono qui a far seccare la 
carne al sole o a farla cuocere nel campo su 
alti fuochi di paglia. 

Il modo di coltivazione usato nelle colonie 
è molto semplice, il cavallo assume tutte le 
parti più faticose. Per Paratura e la semina 
del grano, il contadino percorre il suo campo, 
seduto su un alto aratro tirato da due robusti 
cavalli; egli guida i cavalli e getta il seme 
nei solchi. Pel raccolto vengono i mietitori 
dall'Europa, oppure si adoperano certe mac- 
chine nord-americane, mosse da cavalli, o qual- 
che volta addirittura dal vapore ; che tagliano 
la messe, la riducono in covoni, in fascetti; 
separano la paglia dal grano. 

Con questo metodo un solo uomo, una sola 
famiglia può coltivare centinaia di ettari di 
terra. 

I coloni non sono quasi mai emigranti ap- 
pena arrivati, perchè questi non hanno i ca 
pitali necessarii ad affittare il terreno, ad aspet 



I 



Vita dei coloni 



261 



tare il raccolto, ecc., ma sono quasi sempre 
contadini molto intelligenti, quasi tutti ita- 
liani, perchè il contadino italiano, special- 
mente il toscano, il lucchese, il piemontese 
che qui predominano, sono già abituati in pa- 
tria a far da sé, senza guida né sorveglianza, 
e sanno variare le loro coltivazioni in modo 
di trar profitto dal loro terreno e di poter 
far fronte alle annate cattive, quando le ca- 
vallette divorano tutto il raccolto, quando la 
siccità uccide le vacche, o le inondazioni som- 
mergono il campo. 

La cosa più terribile pel colono in quelle 
solitudini é la malattia. Non c'è quasi mai 
ospedale nella colonia, non cimitero, quasi 
mai un dottore. Chiedere un medico al pros- 
simo villaggio vuol dire perdere un'annata 
di lavoro. Portar l'ammalato in città, e gi- 
rar ore e ore in cerca di un posto in un 
ospedale, anche se disposti a sacrificii pecu- 
niarii, significa non solo perder varie annate 
di lavoro, ma perder qualche volta l'amma- 
lato pei disagi subiti. La maggior parte dei 
coloni, quindi, quando cadono malati, la- 
sciano agire la natura : se il malato guarisce 
buon per lui; se muore, i parenti stessi lo 



262 SUL PARANi 



1 



devono seppellire , senza che qualche volta 
un estraneo aiuti a coprire il povero corpo 
con una palata di terra. 

I rapporti fra padroni e coloni sono qui 
molto larghi. Le terre si comperano all' in- 
canto, la maggior parte, delle volte senza an- 
darle a vedere neanche dopo che sono pas- 
sato in propria possessione ; si cedono quindi 
a un affittuario generale, il quale a sua volta 
le rimette divise in tre, quattro, cinque, dieci 
appezzamenti, secondo Pestensione, a tanti af- 
fittuarii o coloni più piccoli. 

Xella provincia di Santa Fé, nella provin- 
cia di Buenos Aires, specialmente nei pressi 
delle capitali, i villaggi sono abbastanza fre- 
quenti, perchè è invalso l'uso che i proprie- 
tarii stessi li creino a proprie spese per accre- 
scere il valore della propria terra. 

Ter fondare un villaggio, il proprietario, 
quando la ferrovia passa per le sue terre, 
cede all'amministrazione delle ferrovie un 
gran lotto di terreno gratuito, in cui fabbrica 
anche spesso la stazione e la casa del capo- 
stazione, col patto di aver una fermata de^ 
treno. Attorno alla stazione, divide il terren 
in tante qncidras, ne regala una ad un negc 



Fondazione di un villaggio C^puehlitOn) 263 

ziante, colPobblìgo di piantarvi una tiemki 
(magazzeno di deposito), e un recreo pel fu- 
turo pueUito. Immediatamente trova un ma- 
niscalco, un venditore di carrozze e di carri 
che gli comperano quattro o cinque qìmdras, 
ed il villaggio, il pmUito, è formato. 

La stazione ferroviaria ne resta il centro 
importante. Nella stazione stanno aflSssi i 
remates (avvisi d^ncanti) pei terreni, per affitti 
di coloni e per vendite di animali. Ivi con- 
vergono i negozianti ambulanti, coloro che 
cercano lavoratori o lavoro; ivi s'incrociano 
i criollos col poncho giallo avvoltolato sulle 
spalle, e le donne, dal misterioso scialle nero 
che tutte le copre fin sopra la bocca. 

Il terreno vicino alla stazione diviso in tanti 
piccoli lotti, è avidamente acquistato dai con- 
tadini che vogliono farsi dei piccoli cascinali, 
al lato dei quali coltivano orti con ogni ge- 
nere di verdura ; e chiusi, in cui grufolano i 
maiali, in cui gridacchiano le galline, e da- 
vanti ai quali rudimentali giardinetti, dai rossi 
garofani e dalle bianche camelie, sognano i 
contadini italiani che portano generalmente 
anche qui, malgrado gli stenti infiniti, un 
lembo della nostra poesia, della nostra arte 



264 SUL PABANÀ 



cho si è fatta necessità per la nostra anima, 
come l'aria e la luce pel nostro corpo. Spesso 
i nostri contadini vi piantano anche boschetti 
di pesco, di alti eiicaliptus, ohe son per le 
piante, come i cani per gli armenti europei, 
i fedeli difensori cioè, che dal vento e dalle 
bufere riparano i germogli. 

La proprietà aumenta così straordinaria- 
mente di valore, con soddisfazione di tutti e 
danno di nessuno. Ad incoraggiare la forma- 
zione di questi nuclei, il proprietario che li 
iniziava aveva anche il vantaggio che poteva 
eternare il suo nome, dandolo al proprio vil- 
laggio, alla propria stazione. Non so perchè, 
una nuova legge ora vieta di farlo, se il pro- 
prietario non si è segnalato per qualche ser- 
vizio pubblico allo Stato. 

« EsTANCiAS », « OabaSas », « Lecherias ». 

Le estancias, càbanas o leclierias che sieno, 
le tenute cioè dove si alleva il bestiame, sono 
amministrate in modo assai differente dalle 
cliacras o dalle colonie, dove la terra nuda, di 
cui appena il padrone conosce l'esistenza, è 
lasciata in balìa di affittuarii o di coloni. 



1 



""EstanciaSn 265 




91 



Nella estancia il padrone non imssiede solo 
la terra, egli vi ha dei capitali, le bestie 
prima di tutto. Per conservare questo capi- 
tale egli è obbligato a spenderne degli altri, 
ad avere i grandi mulini a vento, che pescan t| 

l'acqua dal sottosuolo, onde dissetare i suoi | 

armenti anche nella stagione estiva, durante J 

la quale muoiono di sete a migliaia gli ani- ''i 

mali liberi nella pampa; è molto utile anche 1 

che egli abbia un bosco, unico riparo contro ;ì 

il terribile pampero, capace da solo di ucci- X 

dere gli armenti, e che serve loro di refrigerio ^i 

l'estate. 

i 

Avendo tanti capitali necessariamente oc- - ' 

cupati nella estaneia, il padrone è obbligato 5 

a conoscerla, ad occuparsene, o ad avere al- 
meno chi se ne occupa attivamente. Vi hanno 
sempre infatti nelle estaiidas un direttore, un 
amministratore e spesso un veterinario. Ge- 
neralmente, invece di coloni affittuari o 
mezzadri, si occupano nelle estancias dei peones, -j 

criollos o Spagnuoli, i quali ultimi hanno le 
attitudini richieste al maneggio degli animali i 

in pia alto grado degli altri Europei. I peones 
lavorano sotto la direzione di un capataz^ --a 

capo, sorvegliante, che possiede un cavallo, il À 






266 SUL FABANÀ 



<liiale riceve e fa eseguire gli ordini dei diret- 
tori. I mpatas sono però personaggi abba- 
stanza importanti, servitori fedeli del pa- 
drone ; durante le guerre civili diedero prova 
di grande devozione ai proprietarii di terra 
che parteggiavano pel tiranno Bosas. 

Gli armenti sono tenuti assai differente- 
mente, a seconda del modo col quale si in- 
tende di sfruttarli. Se si tratta di animali 
da macello di cui si voglia usufruire solo del 
cuoio e delle carni, si lasciano all'aria libera 
giorno e notte, senza pastore. I peones non 
fanno che radunarli per trasportarli od ucci- 
derli ; scuoiarli, farli vaccinare, marcarli, rac- 
cogliere i nuovi nati, regolare i mulini del- 
l'acqua e provvedere nei casi di estrema neces- 
sità al pasto che viene a mancare. Ma le fun- 
zioni dei peones, dei capataz, ecc., crescono a 
dismisura nelle cdbanas dove sono allevati gli 
animali fini da riproduzione, da corsa, o da latte. 

Abbiamo visitata la Belma appartenente al 
signor Cobo, che è la cabana modello dell'Ar- 
gentina. In essa gli animali non vivono all'a- 
ria libera, ma bensì entro degli immensi gal- 
poìiesj specie di grandi stalle, leggiere, in legno 
e zinco, sollevate dal suolo, ben aereate, in 




Una ''Cabafiay, modello 267 

cui Ogni animale ha il suo riparto, una spe- 
cie di cella a cui sta appesa la tabella conte- 
nente la sua genealogia, e le ordinazioni 
giornaliere del veterinario. Questi animali 
non passeggiano che un'ora al giorno, con- 
dotti a mano dal loro peone; essi non man- 
giano Perba forte della pampa e neanche Val- 

falfaj nettare prelibato pei loro fratelli liberi, ''^ 

•a 
ma una miscela di erbe e di legumi, orzo, j 

niaiZy canna da zucchero, grano cotto nel A 



latte, misto a fosfati e ad altri preparati me- | 

dicinali, a seconda del bisogno. Ogni giorno i 

essi sono sottoposti a una toeletta più lunga | 

e accurata che quella di una signora. Al mat- j 

tino il peone dà loro il bagno, generalmente Si 

una doccia calda o fredda a seconda delle sta- ^ 

gioni. Nei mesi estivi, oltre alla lavatura \ 

mattinale, gli animali hanno anche altre doc- | 

eie fredde, lungo la giornata, per rinfrescarsi, | 

un bagno trappola, in cui sta diluita una leg- /S 

gera quantità di zolfo, dove sono obbligati 3 

a nuotare dieci minuti almeno. Finito il bagno, '^ 

il peone asciuga, massaggia, pettina, spazzola ^ 

il suo allievo; gli intreccia la coda, se si tratta J 

di cavalli o di tori, il vello se si tratta di .|; 

montoni, fa loro fare un giro di mezz'ora per k 

i 



268 SUL PARANÀ 



1 



reazione, e li riporta nel loro galpone. Nei 
mesi estivi le passeggiate si fanno in appositi 
freschi boschetti, in cui anche ai riproduttori 
ò permesso di riposare qualche ora. L'acqua 
che si dà a bere a questi animali è filtrata 
o bollita, a seconda dei dettami dell'igiene. 
Un veterinario siede in permanenza nella ca- 
haua Cobo, esamina ogni settimana il ricambio 
materiale dei suoi amministrati e decreta le 
cure a loro necessarie ; egli ha quindi natural- 
mente un vero laboratorio scientifico, perfet- 
tamente fornito, e un gabinetto farmaceutico 
che farebbe onore a qualunque farmacia cit- 
tadina; un altro veterinario viene ogni set- 
timana ad esaminare i casi più gravi. 

La nascita di un futuro riproduttore è at- 
tesa e preparata colPansia con cui si aspetta 
un principe nelle case reali. Quando il neo- 
nato ha visto la luce, qualche volta si per- 
mette alla madre di allattarlo, il più delle 
volte lo si affida a un'altra nutrice, che abbia 
già latte più sostanzioso, e più sovente ad un 
balio, uomo, ad un 2)eom, che ammannisce 
alle ore prescritte dal regolamento un sa- 
piente ìnberón combinato con latte bollito, 
fosfati di calce, ecc., ecc. 



Latterie 269 




.T* 



1 



A onore del vero, bisogna dichiarare che 
tutte queste cure hanno avuto effetti mera- 
vigliosi. Abbiamo visto alla Belefm, la estancùi 
de Cobo, dei vitellini di pochi mesi, più grossi 
dei buoi di qualche anno, che si vedevano gi- 
rare liberi per la pampa^ e dei montoni con 
un vello così soffice e lungo, da gareggiare 
in valore coi vitelli a cui eran vicini. 

La latteria, lecheria, un altro ramo dell'^s- 
ixinda, è un'altra delle grandi istituzioni di 
Buenos Aires e dell'Argentina in genere. Nella | 

leclieria, le vacche sono munte una volta al J 

giorno, sono provviste di galpoìies per la notte . ^| 

e di fieno pei giorni e stagioni in cui l'erba | 

scarseggia. Non si hanno però qui, per le vac- -4 

cine, le cure che nelle cahanas per ì ripro- ^ 

duttori ; viceversa un numero di peoiies molto :^ 

maggiore è impiegato per la lavatura e ste- \4 

rilizzazione dei recipienti in cui si tiene il jj 

latte, l'imbottigliatura, la fabbrica di burro, \t' 

formaggio, ecc. | 

La prima e la più celebre latteria fondata ^ 

in Buenos Aires, è la Martoria di Vicente Oa- 1 

salis, che noi visitammo. Il Oasalis, che ne è ^à 

il padrone ed il direttore, se la fece a poco | 

a poco con lavoro ostinato e paziente. Egli ;^ 



m 



^ 



270 SUL parakì. 

cominciò venti anni fa col proposito di dare 
a Buenos Aires una latteria modello orga- 
nizzata all'europea, a tenere le vacche molto 
accuratamente, mungendole regolarmente, e 
vendendone il latte puro a prezzo onesto. 
Questa volta l'onestà fu subito premiata, il 
consumo crebbe rapidamente, sicché ormai il 
latte della vaccheria, per quanto moltiplicato, 
non può più bastare- a tutto e si deve com- 
perare il latte da altre estancias, control- 
landolo però giornalmente. Alla vendita del 
latte semplice, il Casalis aggiunse altri ri- 
parti, quello del latte pasteurizzato per i bam- 
bini lattanti, latte conservato per bastimenti, 
burro fresco che si rinnova ogni giorno agli 
spacci, quello del formaggio e quello al dulce 
de lecite, di cui gli indigeni sono ghiotti, fatto 
di latte e zucchero. Vi aggiunse infine l'al- 
levamento di maiali per godere il resto del 
latte. In questa leclieria sono adoperati, come 
peones, molti emigrati ; però, a differenza dalle 
cabanaSy ecc., le quali occupano quasi esclu- 
sivamente criollos o Spagnuoli, nella Uclieria 
predominano gli Italiani. 



1 




IV. 
Attraverso la "pampa,,. 

A Santa Fé finiscono le città insediate 
lungo la riva del Eio Paranà. Lasciamo quindi 
il battello compiere il suo placido tragitto 

al Paraguay, e ci installiamo nel treno che v| 

attraverso alla pampa deve condurci a Cor- J 

dova, a Tucuman, a Santiago dell'Estero. Il J 

cambiamento non si limita soltanto al modo :| 

di locomozione e neppure al mezzo, terra o .^ 

acqua, su cui il nostro veicolo corre ; con Pa- | 

rana, con Santa Pè, colle ricche colonie che | 

ne popolano i dintorni, finisce una parte del- ;1 

l'Argentina e ne coDiincia un'altra. ^ 

Fra le Provincie situate nell'interno della < 

pampa e quelle le cui capitali si allungano J: 

sulle harrancas del fiume, vi ha più differenza ' 

1 
nella campagna, nelle città, negli uomini, nei . ; 

■ J 
>-^ 

1 



272 ATTRAVEKSO LA " PAMPA „ 

costumi, che non fra queste ultime e le re- 
gioni dell'Europa lontane da esse parecchie 
settimane di navigazione. 

Lungo le rive del Paranà, a Eosario, a Cam- 
pana, a Villa Oonstitución, a Paranà, a Santa 
Fé, tutto è fiorito, colorato e popolato quanto 
nei nostri villaggi. Lontano, lontano, sulle 
rive del rio o dei laghetti che si disegnano 
all'orizzonte, frotte di pellicani dalle ali rosa 
spiccano il volo; campi di lino verde-tenero 
si alternano con campi di trifoglio verde-cupo, 
di pasto-forte gialliccio, mentre lungo le stra- 
de ferrate il giallo ravizzone traccia una lunga 
striscia d'oro. Ogni tanto folti boschetti dì 
abeti, di salici, di pioppi, sintomo infallibile 
della vicinanza di una casa padronale, segnano 
il succedersi delle colonie e lungo i paesetti 
dalle leggiere caduche abitazioni, or di terra, 
or di zinco, i sontuosi cimiteri bianchi con 
le infinite cappelle marmoree che ogni fa- 
miglia benestante innalza per collocarvi i suoi 
cari, paiono dire che in questo paese, che si 
affretta rapidamente verso un avvenire ignoto, 
i morti solo hanno una dimora fissa ed eterna. 

In vicinanza alle città, ciascuna dotata ol- 
tre che della strada fluviale, di una strada 



1 



^3 
Sul limitare della ^pampa„ 273 ;ij 



ferroviaria che le rilega a Buenos Aires, le 
stazioni sono abbastanza fitte, e per quanto 
i pìtéblitos a cui accedono siano spesso lontani 
e minimi, le tettoie ferroviarie sono sempre 
gremite di popolo, come da noi nei giorni di 
fiera, ogni stazione essendo infatti ivi la fiera, 
il luogo di ritrovo, il recreo del pusblito. 

Qua e là nelle varie stazioni si vede avan- 
zare qualche enorme carro criollo (indigeno) 
carico di rìiaiz e di grano, e finché siamo 
nella zona dei cereali, si vedono occhieggiare 
nel seminato le bianche pratoline e qualche 
raro papavero accanto ai rosei fiori del cactus 
spinoso ed ai grappoli rossi del ricino sil- 
vestre. Ma nella pampa più nulla; come le 
nostre alpi, come i grandi fiumi, come il mare, 
la pampa è tale un baluardo da costituire 
una divisione netta fra i paesi e le Provincie 
poste al di qua o al di là di essa. Solamente 
quando vi ci si interna, si comincia ad avere 
la sensazione di un mondo nuovo, del mondo 
descritto nei romanzi di Verne, dell'America 
scoperta da Cristoforo Colombo. 

Ohe cosa è la pampa? È una terra piana 
che si stende uniforme dal Paranà alle An- 
de, dal mare alle montagne della Patagonia, 

Ferrerò. America del Sud, 18 



274 ATTRAVERSO LA " PAMPA , 



-1 



tutta rasa, tutta eguale, senza alcun segno 
di vita. 

Anche in Italia, in Francia, in Germania 
noi abbiamo delle pianure: ma esse non hanno 
niente a che fare colla >awip«. Le nostre pia- 
nure sono praterie verdi, variopinte; aono 
(*aiupi seminati di alberi, di arbusti, di siepi, 
di case, di villaggi ; la pampa è come roceanoj 
tutta uniforme, gialliccia, ricoperta di imii 
sola specie di erba, yeria praìm^ che non ò 
mai tìorita. 

La pampa brulla non comincia d'un tratto ; 
a tre ore da Santa Pè incontriamo ancora 
delle praterie in cui pascolano degli ariucnti 
\n\\ o meno grassi di buoi o di cavalli. Qua 
e là, ogni tanto, dei fuochi guizzano silenti 
con denso fumo: sono i campi di cardi sel- 
vatici che si bruciano per seminarvi poi 90- 
I)ra Valfalfa, l'erba meravigliosa capace di 
pescare a metri di profondità l'acqua di cui 
ha bisogno, e di mantenere una prateria con- 
tinuamente verde e feconda per anni ed anni. 
Ogni tanto un gaucho^ dall'ampio cappello di 
feltro, dagli alti calzari di cuoio, fa vola~ 
per l'aria il lazo tradizionale, trascinando p 
le corna una vacca riluttante* poi anche V 



w 



La ^ pampa n ài chiaror della luna 276 

fàlfa scompare, anche i cavalli, anche le giu- 
mente ; tratto tratto, delle dune di sabbia, su 
cui pernici e tordi han fabbricato i loro nidi, 
e di mezzo alle quali si vede correre via ve- 
loce la volpe; verso Rio Quarto non c'è piii 
che la landa grigia, polverosa, rotta ogni tanto 
da qualche fico d'India spinoso, da qualche 
hengas gigantesco, dalle clmuds, specie di alto 
lichene senza foglie da cui si estrae un succo 
medicinale. Non più alberi, non più case, 
solo qualche alto mulino a vento che pesca 
l'acqua dal sottosuolo. 

L'Europeo abituato alla ricchezza, alla va- 
rietà di culture dei nostri campi, nel mirare 
questo paesaggio uniformemente eguale, e 
preso da un senso di tristezza piena di scon- 
forto, che solo può esser temperato dall'or- 
goglio di constatare che non la natura, ma 
gli uomini han portato la varietà sulla terra. 

A notte, al chiaror della luna, la landa as- 
sume un'aria fantastica da paese incantato; 
si direbbe di essere negli strani dominii delle 
fate. Qua e là un alto quebraclio getta sulla 
pcimjpa una lunga ombra frastagliata come 
di trina, sui radi alberi spogli, i nidi de- 
gli uccelli diventano enormi come capanno 



276 ATTRAVERSO LA " PAMPA „ 

aeree. Ogni tanto dei eavalli assonnati pas- 
sano silenziosi all'orizzonte, brueando la ma- 
gra erba della pampa^ con moto meccanico, 
come i pesci negli acquarli. Oi si crederebbe 
nelle profondità dell' oceano descritto da 
Verne. La terra arenosa, polverosa, pare un 
mare infinito, calmo, bianco, uniforme; il 
tronco spinoso del fico d'India e le foglie le- 
gnose dei cactus arborescenti alla luce della 
luna prendono riflessi d'argento, e gli scabri 
hengas giganteschi che si diraman da terra 
come immensi candelabri da chiesa, sembrano 
coralli, spugne, antlws stellati. 

Al mattino lo spettacolo ricomincia per- 
fettamente simile a quello del giorno in- 
nanzi. Qualche immenso Iwmìm dalle enormi 
radici che paiono aggrapparsi con tenace 
forza alla terra, qualche algarrobo spinoso, 
sostituiscono qua e là il cactus^ il jmis^ il 
iengasy il clunuis. 

Tratto tratto, attraverso aXlSL pampa solitaria, 
il cavallo di un turco ^ passa, lento sotto il 
duplice peso del suo padrone e delle ricchezze 
che egli porta così di ranclw in ranclw^ pi- 

1 Mereiaio ambulante siriaco. 



Una invasione di cavallette 277 



timo tramite di civiltà, di desiderii, di aspi- 
razioni fra la gente della pampa lontana ed 
il consorzio umano. 




Ma decisamente la Provvidenza è con noi. 
Dopo quasi ventiquattro ore di j>awipa essa vuol 
farci assistere ad uno dei più curiosi fenomeni 
che possono animare il paesaggio, ad una vo- 
lata di cavallette che (mi affretto a dire per- 
chè non mi si creda calunniatrice della Provvi- 
denza) sono in questo momento innocue, poi- 
ché la terra non è ancora coperta di frutti. 
A Rosario, a Santa Pè, a Paranà tutti ci 
avevano parlato della invasione delle caval- 
lette, che seguita ad essere per V Argen- 
tina, come per l'Egitto antico, una delle pia- 
ghe più temute. Pare che esse vengano dal 
Gran ChacOj terra misteriosa, paludosa, in- 
abitata, che si stende al di là della pampa^ 
e che non trovando ostacoli attraverso alla 
pianura non difesa da montagne e da foreste, 
si avanzino fino al Eio Paranà, che non si 
peritano qualche volta di attraversare facendo 
in ponte con una stretta catena dei proprii 



1 



278 ATTKAYERSO LA ** PAMPA „ 

corpi. Esse procedono, come dicono qui, a 
mangasj a stormi compatti, longM, larghi, alti 
qualche volta parecchie centinaia di metri; 
si fermano qualche ora in un punto, cinque 
o sei di solito, per far le ova, e dopo aver 
mangiato tutto ciò che è mangiabile, ripi- 
gliano la corsa distruttrice. Se uno stormo di 
larve si ferma un giorno intero in un punto, 
non solo il raccolto è perduto, ma anche ogni 
opera d'arte, le case, gli alberi, perfino i 
ponti in legno. 

Nelle città, nei villaggi, all'annuncio della 
langosta, che è segnalata da lontano col tele- 
grafo, la gente si serra in casa, chiude le 
porte e le finestre, e malgrado ciò, pare che 
vestiti, carte, libri, tutto sia guasto dall'in- 
setto vorace, il quale non conosce che un ne- 
mico, una mosca che fa le uova nel suo collo, 
unico punto non corazzato del corpo, e lo 
paralizza. Ma questa mosca non emigra colla 
cavalletta nella pampa, e non ne distrugge 
che una minima quantità. Per fortuna però 
dell'uomo, la cavalletta alata non è perico- 
losa ; sembra anzi che, come le farfalle, l'in- 
setto non faccia, arrivato alla sua perfezione, 
che deporre le uova; e contro la cavalietti 



1 



La^guerra alle cavallette 219 

terribile, la saltotiay la larva che divora per 
crescere non so quante volte la quantità del 
suo corpo di cibo, si è trovato un riparo, lo 
zinco, su cui la saltona non può arrampicarsi. 
Per difendersi, basta metter quindi lo zinco 
dappertutto, e sotto allo zinco scavare delle 
grandi fosse dove seppellir le giovani larve, 
con che si ha anche il vantaggio di concimare 
il terreno. Ci dicono che con questo semplice 
metodo seguito con costanza ed accuratezza 
per qualche anno, si potrebbe sterminare que- 
sta terribile nemica. Ma la, pampa è così grande 
e le misure collettive da prendersi così difficili 
da eseguire! Per eccitare i contadini a com- 
battere e distruggere questo insetto, il Go- 
verno ha immaginato di pagare un tanto ogni 
sacco di langostas che si porti al Commissa- 
riato apposito; ma, come il premio stabilito 
in Australia per le teste di coniglio, questo 
metodo pare sia una vera incubatrice artifi- 
ciale della langosta, poiché i contadini, attratti 
dal premio promesso, invece che a scavar 
fosse ed a costruire ripari, non pensano che 
ad insaccar saltoìms e, peggio ancora, a ru- 
arsi i sacchi già pieni, i quali sacchi poi, 
3»sciati all'aria aperta, appestano Paria, cau- 



280 ATTRAVERSO LA " PAMPA „ 

Bando mali peggiori ancora di quelli della 
cavalletta. 

Non vi dico ora quanta curiosità avessimo di 
veder questo nemico, che noi in Europa non 
avevamo conosciuto che sotto veste di un sal- 
tellante ornamento dei prati. Ed ecco ad un 
tratto, mentre attraversavamo la pampa, un 
rumore confuso parte da tutti i vagoni, cento 
faccie si affollano ai finestrini, cento bocche 
gridano: la langosta, la langosta! Se non aves- 
simo udito le grida, se non avessimo avuto la 
spiegazione dei nostri compagni di viaggio, mai 
avremmo supposto che la rosea nube ronzante 
che si avanzava verso dì noi fosse una nuinga, 
della temuta nemica di cui avevamo udito 
tante terribili gesta. Ci avevano descritto 
l'invasione delle cavallette come una pioggia 
di cenere e di lava che oscurava il sole. Pa- 
reva invece uno stormo infinito di uccelli 
colle ali rosee, luccicanti, tese amichevol- 
mente verso noi. 

Lo stormo che in un attimo ci circondò era 
alto una diecina di metri, lungo forse uno o 
due chilometri, così fitto da avvolgerci in una 
nebbia abbagliante e da velare gli oggetl 
che ci circondavano, ma era piuttosto un 



] 



Dentro una niibe di cavallette 




pioggia di oro che una pioggia di cenere. In 
un momento tutta la pampa, il suolo, gli al- 
beri, le case, i cavalli assunsero una forma 
incerta, un colore rosato, come quello degli 
oggetti attraverso a un temporale. Le rosse 
elitre vibranti, fitte come le goccio della piog- 
gia in un violento temporale, luccicavano at- 
traverso al sole da cui eran irradiate. 

Lo stormo, costituito di cavallette volanti, 
compatte come un esercito ordinato in mar- 
cia, passò rapido come era venuto, senza la- 
sciar dietro a sé che un lieto fruscio. 

Al bisbiglio delle rosee elitre, succede quello 
delle labbra umane; i viaggiatori sono tutti 
elettrizzati, ciascuno sente il bisogno di par- 
lare con qualcun altro; tutti si addensano 
nel vagone ristorante, per vedersi, per pall- 
iarsi, per esprimere le proprie idee sull'av- 
venimento, per raccontare le invasioni che 
hanno subito o di cui hanno sentito raccon- % 

tare, le prodezze fatte nella guerra contro la 
langosta, le speranze ed i tiuiori di poterla 
finalmente debellare. Tutti si congratulano 
del fatto che sia passata nella cattiva stagio- 
ne^ e spiano soddisfatti il cielo. Invitandolo 
a mandare un pampero terribile che tutte le 



i 



1 



282 ATTRAVKBSO LA " PAMPA „ 

uccida o le ricacci nel Chaco donde sono 
partite. 

Il tempo passa rapidamente ed arriviamo 
a Cordova senza quasi accorgercene. La colpa 
o la ragione non è tutta della Ungosta. Man- 
cano qui i segni precursori delPavvicinarsi 
dì una grande città, i villaggi spesseggianti, 
i terreni ben coltivati. Qualche torre di ar- 
gilla entro cui si cuociono i mattoni, ed ac- 
canto ad essa un'ampia fossa circolare nera, 
in cui una fila di scarni cavalli pestano coi loro 
piedi l'impasto di mota e di paglia che deve 
servire a costrurre i ladrigioSj sono il solo se- 
gno di vita che precede la città, se si eccettua 
qualche miserabile rancho seminascosto dietro 
a fitte siepi di fichi, davanti ai quali alcune 
donne olivastre dai grandi occhi neri, accoc- 
colate, immobili come statue assire, il corpo 
nascosto nel tradizionale scialle nero, stanno 
fumando la pipa o sorbendo il nìiate. 

Cordova. 

Uno dei fenomeni etnici che colpiscono di 
più lo straniero che emigra in una terra nuova, 
è l'enorme importanza che ha per un paese, 



Cordova. Impronte del passato 283 

la sua origine, per quanto lontana, rispetto 
agli accrescimenti ed alle migrazioni poste- 
riori. Come i Romani continuano a conservare 
il tipo degli antichi Bomani, pur non avendo 
più quasi goccia del sangue antico, poiché 
Eoma aveva dovuto rinnovare continuamente 
la sua aristocrazia, la sua milizia, il suo corpo 
legislativo, i suoi elettori stessi colle reclute 
venute da ogni dove, non solo d' Italia, ma 
del mondo, così nell'America nuova, città 
fondate poche centinaia di anni sono, man- 
tengono oggi ancora, dopo essersi centupli- 
cate, rinnovate, i caratteri dei primi nuclei 
di uomini, preti, ribelli, soldati, che ne fab- 
bricarono le prime case. 

Nel cuore della pampa, sotto un cielo in- 
tensamente, eternamente azzurro come nel- 
l'Oriente, Cordova, antica sede dei Gesuiti, ha 
l'aria grigia, austera di una città medioevale 
sotto l' incubo del giudizio universale. Nelle 
strette strade silenti, non si vedono che grate 
di monasteri, e le alte finestre murate delle 
Carmelite o delle Teresite, monache a voto per- 
petuo ; non vetture, rari trams, nessun vocìo 
di bambini; lo scampanìo delle chiese è il 
solo allegro tintinnìo che scuota le orecchie. 



281 ATTRAVERSO LA " PAMPA „ 

Per 1.1 strada preti, frati, monache o signore 
vestite da monaca, perchè sì usa in Cordova 
che le signore della migliore società facciano 
voto di vestirsi da monaca in date circostanze, 
per andare in chiesa, per esempio, o per an- 
dare in processione. Anche le case, gli ad- 
dobbi, gli ospedali, respirano dappertutto il 
dominio del gesuita. Non si sente parlare che 
di signorine che hanno 2)re8o Vahito, di ve- 
scovi, arcivescovi che sono venuti ed andati 
in altra sede, di sermoni di frati o di preti. 
Le mamme sospirano il sacerdozio pei loro 
bambini ancora in culla, e gli uomini vi chie- 
dono sul serio del povero prigioniero, re del 
mondo spirituale, languente in un tugurio 
di paglia. 

Ohe enorme contrasto col rumoroso, festoso 
parapiglia delle strette vie di Buenos Aires ! 
Anche qui la luce elettrica fiammeggia trion- 
fante.... ma, nelle sacre cappelle, nelle chiese 
dorate , nei conventi misteriosi. Il teatro, 
scuola, ritrovo, fiera, esposizione di Buenos 
Aires, è quasi abolito ; ve ne sono a Cordova 
due, ma uno è chiuso definitivamente e cade 
in rovina, l'altro è adibito al cinematografo. 

Il canto delle CarnieUte e delle Teresite, la 



ri" f'"' 



L^ Università di Cordova S8r> 

cui pia voce trapela attraverso le grate do- 
rate delle chiese annesse ai conventi, è Li 
sola musica che possono udire le dolci gio- 
vanette di Cordova; la processione, il solo 
spettacolo che possa rallegrare i loro giovani 
cuori. La processione è a Cordova un avve- 
nimento; tutta la città vi piglia parte: i pom- 
pieri, la banda musicale, le signore, le signo- 
rine vestite da monache, i giovinetti vestiti 
colle divise delle confraternite a cui appai- 
tengono, gli studenti, ed anche, ci hanno 
detto, il governatore ed il rettore dell'Uni- 
versità; si portano gli stendardi e le madonne 
di tutte le chiese, si spargono i fiori, si canta, 
si adornano le case, le strade per cui si deve 
svolgere la processione. 

Anche l'antica Università risente dell'am- 
biente in cui deve vivere; essa pare arrestati» 
al momento in cui il monaco, la cui statmt 
pompeggia nel cortile, l'ha fondata; tutto vi 
è scuro, silente come un convento. La festa 
della Vergine di Settembre vi è ancora la pin 
solenne festa scolastica, e si stava per festeg 
giarne la ricorrenza, quando noi fummo a Cor 
dova, ristaurando gli edificii universitarii. Sì 
raccontano sull'Università le più amene sto 



281) ATTRAVERSO LA " PAMPA „ 

rìelle, tra cui questa, di cui non garantisco 
la veridicità: che un pittore aveva fatto il 
ritratto ai rettori morti: per non pagarlo, la 
Facoltà aveva trovato la scusa che essi erano 
l>oco somiglianti; il pittore, per vendicarsi, 
aggiunse delle orecchie d'asino a ciascuno 
dei suoi ritrattati. Le famìglie i cui augusti 
antenati stavano là dipinti, si commossero 
allora e protestarono dicendo che non vo- 
levano vedere il loro parente così rappre- 
sentato; ed il pittore pronto: Sono o non 
HOìw somigliantif Se wm lo sono^ le figure Qion 
fanìw disonore a nessuno. Il pittore fu pagato 
e le teste pompeggiano nell'aula magna senza 
alcuna deturpazione. 

I laureati che escono dall'Università di Cor- 
dova non godono la stessa stima di quelli che 
escono dall'Università di Buenos Aires. La 
colpa non è questa volta però degli studenti. 
Ci dissero anzi che questi hanno qui una 
passione per lo studio come in nessun'altra 
città; ma l'Università non ha locali che si 
prestino a studii moderni, non biblioteche, non 
laboratori!, non musei, non facilitazioni per 
penetrare negli ospedali, e sopratutto essi 
paga così poco i professori, 300 pezzi al mes€ 






Cordova, La giovane generazione 287 

mi pare, che essi non potrebbero fare il loro 
dovere anche se lo volessero. L'unica parte 
moderna della Università è nella Facoltà di 
Medicina, l'Istituto di Fisiologia fondato dal 
nostro Grandis (ora professore a Genova) e te- 
nuto ora dal nostro Ducceschi già professore 
a Eoma, vero gioiello di semplicità e di pra- 
ticità, frequentato appassionatamente dagli 
studenti di tutte le Facoltà e dalle signoro 
che in folla accorsero alle lezioni di psicolo- 
gia fisiologica tenute dal Ducceschi stesso. 

Le donne della giovane generazione paiono 
voler scuotere l'antico giogo e slanciarsi co- 
raggiose verso il progresso; se non sono iscritti; 
ancora nell'Università, esse cominciano a fre- 
quentarne i corsi come uditrici. Durante il 
ricevimento che le maestre mi hanno dato a 
Cordova nella scuola normale, una di esse mi 
ha letto un discorso così coraggioso, erudito 
e bello, che mai io aveva udito nell'Argen- 
tina; quelle maestre mi son sembrate in ge- 
nerale così animate, coraggiose e avide d'im- 
parare, di sapere, quanto l'ambiente in genere 
mi era parso fanatico e retrivo. 

Un altro fenomeno che a Cordova coli)ÌBce 
il visitatore, è la divisione grande che havvi 



288 ATTRAVERSO LA " PAMPA „ 

fra Italiani e Argentini. Fino a Santa Pè il 
forestiero, se non è fuso, vive accanto all'indi- 
geno e si confonde facilmente assieme in qual- 
che occasione : della nostra venuta, per esem- 
pio ; qui invece fra l'uno e l'altro hawi una 
barriera insormontabile. In una festa a cui 
noi abbiamo assistito data in prò dell'Ospe- 
dale Italiano, non abbiamo visto un indi- 
geno ; alle altre feste, ai ricevimenti, non ab- 
biamo visto un italiano. Pare che fra Italiani 
ed Argentini alla diffidenza contro il fore- 
stiero, si unisca l'odio instillato dal prete 
contro il suddito di quel re che ha tolto 
Roma al papa, per cui gli Italiani sono rite- 
nuti anticlericali di razza. 

Come tutte le città che vivono di religione, 
Cordova è città povera per eccellenza : d'ogni 
parte giardini abbandonati, rovine trascurate, 
case cadenti.... «È presto fatto fare i denari 
in America», diceva sospirando una cordo- 
vese vittima anch'essa dell'ultima crisi.... « ma 
è ben difficile mantenerli ; non si sa mai qui 
se si è ricchi o poveri». 

Questo, che è vero in tutta l'America, è vero 
sopratutto in questa provincia, in cui le ri- 
sorse naturali non sono grandi. 



La diga di San Rocco 289 

La pioggia di oro era penetrata dieci anni fa 
anche qui sotto il governo di Juavez Oelman, 
che aveva introdotto un meraviglioso sistema 
di sperpero del pubblico denaro. Piovvero in 
quel tempo quattrini nelle tasche di tutti, ed 
i buòni Oordovesi si abbandonarono alle più 
pazze speculazioni. Ma la bazza durò poco, 
né l'impulso dato ebbe la forza di propagarsi ; 
ci hanno detto che il teatro, il quale era co- 
stato 36 000 pezzi, fu venduto per 5000, che 
terreni pagati 500 000 pezzi Tanno antece- 
dente, furono venduti per 10 000 Fanno se- 
guente. Non è restato del governo di Juarez 
Oelm'an che una splendida scuola di agricol- 
tura posta in un'altura donde si gode una 
delle più magnifiche viste che possa offrire 
l'Argentina, e la diga di San Eocco. 

Per quanto sieno gravi i torti di Juarez 
Oelman, io credo che tutto gli dovrebbero 
perdonare i Oordovesi in grazia di questa 
diga, la risorsa maggiore della provincia nel 
presente e nell'avvenire. Già da secoli esi- 
steva il progetto di farla serrando due mon- 
tagne che convergono al disopra di Cordova 
con un muro gigantesco, in modo da formare 
un immenso lago atto a fertilizzare migliaia 

Ferrerò. America del Sud. 19 



290 ATTRAVERSO LA " PAMPA „ 

di chilometri quadrati attorno a sé. A Juarez 
Colmali si)etta l'esecuzione dell'antico proget- 
to; ef^li elevò la diga, che trasformò in una 
Svizzera opulenta le sterili rocciose montagne 
che circondavano Cordova, e liberò la città 
dalle inondazioni frequenti e dal marasma 
ccmtinuo dei suoi fiumi senza letto. La fer- 
rovia che vi porta è una delle maggiori at- 
trattive di Cordova; essa serpeggia in una 
stretta valle ombreggiata da due scoscese 
montagne selvaggie, in mezzo alle quali scorre 
rapido e spumante, interrotto da canaletti e 
da cascatene, il fiume irrigatore. Ogni tanto 
qualche mulino, qualche fabbrica si alterna 
con qualche rancho sperduto sopra le alture, 
sotto l'ombra del sacro homhu, con qualche 
villa moderna attorniata da un fitto boschetto 
di castagni e circondata da un giardino fio- 
rito, quasi per dimostrare di che cosa quella 
terra sarebbe capace. Finalmente si arriva 
alla diga che ha formato dietro sé un vero 
lago; il lago di San Eocco, immenso, lucido, 
terso, circondato da montagne scure che si 
specchiano in esso, come nel nostro Lago 
Maggiore, di cui ha anche la forma allungata. 
A^arii paesetti si sono formati lungo le sue 



ì 



Tucuman 2&1 

sponde, Santa Maria, CoscJiin, luoghi di vil- 
leggiatura per l'estate, sanatorii per malati, 
in cui convergono tutti i riechi inalati del- 
l'Argentina che non possono accedere nei 
lontani sanatorii europei. 

La diga non è costata che dieci milioni, e 
ne rende parecchi ogni anno ; ciò non toglie 
che autori ed esecutori sieno esecrati, che 
l'ingegnere che l'ha costrutta sia stato messo 
in prigione perchè i Cordovesi temevano che 
la diga si potesse rompere ed inondare la 
città e che si parli sempre.... di disfarla. 



T U (UT M A K. 

Nella parte più tropicale quasi della lìampa, 
ma in un piano solcato dall'acqua, attorniato 
da dolci declivii, da montagne scoscese, sta di- 
stesa Tucuman, una delle più fiorenti e libe- 
rali città della Repubblica, la cui origine ri- 
sale nientemeno che al dominio degli Incas, 
che pare dal Perù si sieno spinti attraverso 
alle Ande fino a Santiago dell'P]stero. Dicono 
che Tucuman possegga le più belle donne 
della Repubblica; io direi che a Tucuman 






293 ATTRAVERSO J*A " PAMPA , 



tutto è bello: le case, il popolo, la città, la 
caiupagoa. 

Il cielo azzurro, le colline lontane verdi, leg- 
gerineute digradanti nei biondi campi di canna 
che ondegi»iano al vento, i fiori rosei del pe- 
sco, che coi gialli frutti dei mandarini e degli 
aranci interrompono il verde dei prati, ed i 
secchi banani sparenti in mezzo ai rossi fiori 
del ricino e alle orchidee dei boschi, gli uomini 
nei loro pittoreschi poncJios colorati, rossi, vio- 
letti, bordati di bianco, che ne avviluppano la 
persona come un manto romano, e le lunghe 
fila dei carri dai vivaci colorì, trascinati at- 
traverso alle strade polverose dai piccoli buoi 
dalle lunghe corna, danno al paesaggio un'aria 
di quadro trecentista. Oi si aspetterebbe ve- 
ramente ogni tanto sul culmine delle colline 
(love scuote la chioma leggiera il seMt, di ve- 
dere spuntare i bianchi campanili o le fiere 
torri medioevali dei villaggi toscani. 

Si sente un paese di vecchia civiltà, diffe- 
rente dalla nostra, ma antica, che alla città 
ha dato un carattere, una tradizione. Attra- 
verso alle case basse a triplo patio, sfondanti 
sulla collina verde, si scorge la ringhièra ii 
ferro battuto dell'antico pozzo; le flnestr 



Tucuman 293 



ornate con vetri colorati, le lampade di ferro 
lavorate ; le piazze sono fiancheggiate da al- 
beri di mandarini dorati, sotto ai quali stanno 
accoccolate le venditrici di emjHoiadas, men- 
tre i venditori ambulanti di frutta, di pesci, 
di ortaggi caracollano a famiglie intere, nelle 
strette vie, in groppa ad un solo cavallo ric- 
camente bardato, con selle buUettate d'oro. 
I fiori occhieggiano sfrontati da ogni parte ; 
dalle case, dai balconi, dagli interstizii delle 
strade, dai muri, dai tetti. Le botteghe dai 
nomi strani fantastici, Ai Leone delle Ande^ Al 
Serpente, Alla Tigre, Al Buon Gusto, riboccano 
di merce di ogni genere, dai più eleganti ve- 
stiti europei ai ponchos colorati, dalle trine 
del Paraguay, ai tappeti, ai ventagli di piume 
vivaci. Le carrozze, le carrettelle leggiere a 
vistosi colori, tirate da numerosi cavalli o mu- 
letti corrono all' impazzata appena tenuti 
dalle rosse redini di lana. Come Ilio, essa ha 
veramente l'aria di una città orientale, ed a 
ragione i Turchi (clic sono poi Siriaci) vi 
si sono insediati come in casa propria, co- 
struendovi il loro ([uartier generale, donde 
irradiano nell'interno dell'Argentina. 

Dove ha preso Tucuman questo colore lo- 



204 ATTRAVERSO LA " PAMPA , 



1 



cale così caratteristico, io non so, ma questo 
è certo, che essa è molto differente dalle altre ] 
città, che i suoi abitanti paiono venire da una 
razza meridionale eccitabile, entusiasmabile, 
rivoluzionaria come quella dei nostri Siciliani. 
Tiicuman ha nella storia un' importanza 
speciale perchè è stata la culla della rivolu- 
zione Argentina ed è tuttora uno dei maggiori 
focolari del liberalismo della Eepubblica. Essa 
possiede un rancho antico, una bassa camera 
male intonacata, male illuminata, attorno 
alla quale i Tucumani moderni hanno eretto 
un grande palazzo: è la sala in cui fu pro- 
nunciato il giuramento degli Argentini con- 
tro gli Spagnuoli, la camera donde partì la 
scintilla che ha bruciato definitivamente i 
legami colla Spagna. E vicina al ranclio pre- 
zioso, in cui i posteri han raccolto in quadri 
le figure dei firmatarii, fiorisce la Biblioteca 
e la Società di cultura, che Sarmiento aveva 
fondato in tante città per mantenere il fuoco 
sacro della libertà e del progresso, e che in 
tante è sparita, mentre qui crebbe rigogliosa, 
malgrado le ventiquattro ore di ferrovia che 
la separano dal mare Atlantico e le quaran- 
totto che la separano dal Pacifico. 



Dintorni di Tacuman. La canna da zucchero 293 

Fra Tucuman città e Tucuman campagna^ 
i confini non sono molto netti. Insensibilmente 
si passa dai palazzi antichi ai ranchos mo- 
derni, attraverso a ponti senza acqua, desti- 
nati nei giorni di pioggia a riparare dal tor- 
rente, che cangia di letto ogni anno. I ran- 
chos sono come quelli delle chacras di terra u 
di paglia attorniati da un recinto in cui pa- 
voni, pulcini, maialetti, struzzi, grufolano, 
gridacchiano, becchettano insieme ai bambini 
seminudi. 

La campagna attorno a Tucuman è delk^ 
più pittoresche che si possano immaginare. 
NelP immenso piano, a jjerdita di vista, la 
canna ondeggia al sole; e siccome c'è statit 
una gelata, la canna ha preso un color gialli» 
dorato meraviglioso ; non è il giallo del nostro 
grano, è un giallo meno rosso, come di oro 
antico opaco. Lungo la ferrovia che attra- 
versa los ingeìiioSy i villaggi e le cittadine sono 
fitte fitte; villaggi composti di capanne di 
paglia, in mezzo ai quali ogni tanto un grande 
palazzo, un almacen, un fanale elettrico indi- 
cano che nascosto dietro alle i)alme c'è un 
nucleo di abitanti europei. 

Gli Europei sono pochi, i popolani hanno 



29<) ATTBA VERSO LÀ " PAMPA , 



quasi tutti dol sangue indio nelle vene; ma 
il sangue indio doveva essere ben differente 
secondo le regioni, perchè gli incroci che noi 
incontriamo qui sono assai differenti da quelli 
che abbiamo visto altrove. Le donne, coi ca- 
pelli lucidi, neri, spioventi sulle spalle, la ca- 
micia bianca e la gonna colorata, assomigliano 
assai a quelle donne che vedemmo presso Cor- 
dova, ma hanno l'aria attiva delle nostre mas- 
saie ; quali fanno la bassa morra, il cibo na- 
zionale dei Tucumani, pestando in una specie 
di buratto incavato in un tronco di albero 
il maiz che bollono nel latte ; quali cuociono 
il pane o le emimnadas nei forni che spes- 
H(^ggiano attorno alle case; altre sono affac- 
cendate attorno al lavatoio. Nei pressi di 
Tucuman, lungo la ferrovia non si vedono 
che fili di ferro, con panni stesi, che al sole 
svolazzano con aria festosa, mentre fuori dei 
ranclìos, gli uomini fumano nelle sedie a don- 
dolo, il primo lusso europeo che i nativi hanno 
adottato in tutte le regioni dell'America Sud. 
Anche gli Indiani puri sono molto numerosi, 
j)0ichù essi, uomini e donne, hanno un'abi- 
lità che nessuno riesce ad eguagliare per rac- 
cogliere la canna. 



QH Indiani negli ^ingeniofi„ 297 

Il bianco difficilmente viene a fare questo 
lavoro; egli ha la pelle troppo delicata per 
resistervi. La camm, che assomiglia a una gi- 
gantesca pianta di meliga, non si falcia conio 
il grano od il mah, il raccoglitore la taglia 
con un coltello affilatissimo, la spoglia dello 
foglie, accumula i torsi in mucchi, che i carrij 
i quali noi vediamo lentamente caracollare 
pei campi dorati, raccolgono e trasportano 
all'officina. L'Indiano ò abilissimo in questo 
lavoro; gli ingemos di lenita e Jnjiiy li adope- 
rano quasi esclusivamente. Qualche volta ne 
vengono dall'interno del Ohaco delle trihu 
intere fino a Tucuman. 

Quando arrivano si costruiscono da sé, lon- 
tano dagli altri abitati, dei corali, specie dì 
villaggi costituiti da tante capanne di paglia, 
disposte a circolo, che bruciano ogni 15 giorni» 
Mentre l'Indio incivilito è molto si}orco ed 
ozioso, dicono che questo Indio che vieu 
dalla foresta è molto pulito, molto buono, 
docile, paziente, lavoratore; i)er poterlo sfrut- 
tare appieno, la sola difficoltà è ([uella di farlo 
restare. Dopo sei mesi gli Indiani hanno hi- 
sogno di tornare per qualche tempo ai lort> 
boschi; se restano, intristiscono e muoiono. 



2itQ ATTRAVERSO LA " PAMPA , 



1 0<ì:uì iììffenio^ comprende un'enorme esten- 

sione di terra coltivata a canna di zucchero 
I ed una fabbrica centrale in cui lo zucchero 

I contenuto nella canna viene raccolto, tritu- 

[ rato, spremuto e ridotto in polvere. Ve ne 

sono con macchinarli antichi in cui non si fa 
clic trinciare la canna e torchiarla, ma ve ne 
sono dei moderni, complicati come le distil- 
lerie europee. L' amuunistrazione déìVinge' 
tuo ò assai simile a quella dells, fazenda. Salvo 
alcune eccezioni, esso fornisce ai suoi lavo- 
ratori il vitto (carne, niate^ lìiaiz), ed una 
piccola retribtizione in denaro, che va da 35 
a 5ij p(':-ì a\ m^^se. Gli addetti agli ingenios 
sono divii^t in operai che lavorano nella fab- 
brica (^d in mìoìd che lavorano in campagna. 
Alcuni inffcìihhs^ ([uelli della Florida^ per esem- 
pio, danno, tanto agli operai quanto ai coloni, 
una splendida casetta con due o tre camere, 
orto, giardinetto, in cui i)ossono star struzzi, 
maiali, caprette^ galline, il tutto immettente 
in una grande strada ombreggiata ; ma sono 

* JngeniOj prò pria ni onte parlan lo, sarebbe l'officina in cui 
sì tìibbiica lo zucditTO, ma siccome ad ogni officina è am- 
' nt'ì^Hii iXLiast acm[ire uaa tenuti, così nel linguaggio comune 

i^ ingemo imUea h' il ut' cose. 





^ 



Organizzazione delV ^ingenio „ 299 

eccezioni. In generale gli operai, che sono Eu- 
ropei, ricevono una casetta; i contadini rice- 
vono la terra su cui, secondo le proprie abi- 
lità, costruiscono un riparo, una capanna più 
o meno possibile. 

La terra della provincia di Tucuman è 
molto ricca. Ora tutta la pianura è coltivata 
a canna ; ma prima i)rosperava in essa lar- 
gamente la cultura del maiz e la pastori- ;;| 
zia, donde traeva le sue pelli che conciava n| 
colla scorza del schit, pianta alta e spinosa ,| 
che gli Indi usavano da tempo immemora- J 
bile a questo scopo, e che pare contenga i^ 
tanto tannino quanto il qnelìracliOj di cui i -/^ii 
suoi boschi sono pure ampiamente forniti. ^ 
Nei suoi boschi cresce spontaneo il palo bor- .| 
rachoj alta pianta spinosa che dà un pappo 5i 
cotonoso, di cui non so come gli Europei 3| 
non hanno profittato ancora, perchè è piìi -^ 
bianco, più. fino e più lucido del cotone, ed i ' | 
nativi lo tessono e l'adoperano da secoli. 1-: 
Da qualche anno si è importato sulle sue col- j 
line il pesco, l'arancio ed il ricino, che ere- | 
sce magnificamente e da cui si trae profitto ^ 
molto grande ; come crescono nei radi orti la U 
vite, gli ortaggi e le piante più preziose. , -^ 



300 ATTRAVERSO LA " PAMPA . 



Santiago dell'Estero. 

L'origine di Santiago dell'Estero risale a 
tempi immemorabili, anteriori non solo alla 
dominazione degli Spagnuoli, ma anche a 
quella degli Incas. 

Fondata in mezzo a fiumi senza sponde, a 
stagni spesso senz'acqua, nel 1635 fu com- 
pletamente sommersa da un' improvvisa inon- 
dazione, e i suoi abitanti emigrarono parte a 
Tucuman, parte a Cordova. Sulla città ab- 
bandonata i Gesuiti stesero il loro scettro e 
lo tennero per secoli, organizzandola presso 
a poco come le città del Paraguay. 

Forse per questo, perchè Santiago è così 
antica, si parla ancora di essa a Buenos Aires 
come di una città degli Indi o dei neri, dove 
non ci siano neppure case abitabili e dove 
il popolo vada vestito alla foggia dei selvaggi 
primitivi. 

Santiago dell' Postero ò invece una piccola 
graziosa città, inondata di sole, dotata della 
s^^a brava piazza tradizionale, col palazzo del 
(-(Mldho e gli altri ediflcii pubblici all'intorno e 



Santiago delV Estero a<>l 



il giardinetto nel mezzo in cui suona due volte 
alla settimana una banda musicale di primo 
ordine, quasi tutta composta di Italiani, che 
costa alla città 40 000 pezzi all'anno e elio 
attira, nei giorni di musica, un numerosa 
sciame femminino, allegro ed elegante, coi 
relativi dami. 

Santiago ha anche una bellissima scuola 
normale moderna e segherie e circoli e albergo 
e parco e strade lastricate magnificamente di 
qiiébrachOf perfino luce elettrica ed un tea- 
tro che ha, su tutti gli altri teatri, il vantag- 
gio di avere una storia romantica, che finì 
colla carcerazione del suo fabbricatore. Spe- 
riamo che presto un atto di illuminata eie- 
menza del governatore termini questa triste 
storia, liberando l'infelice! 

Riunita nel 1«S33 al resto della nazione, 
come Cordova, Santiago porta ancora le trac- 
cio del domiaio del prete. Anche qui si fanm* 
le processioni i3resiedute dal governatore, ìw- 
compagnate dalla banda municipale, dai poni- 
pieri in divisa, ma la religione è qui così inge- 
nua ancora, così vera e sentita, che non finisce 
in guerra di razze, e il forastiero, anche se 
italiano, è abbastanza fuso col creolo. Vi soiiu 



I 



\ 



302 ATTRAVERSO LA " PAlCFA „ 

professori italiaui al Collegio nazionale, uno 
anzi, il professor Velia, simpatico vecchietto 
l>iemontese, che ci fece un assai caldo e caro 
discorso, ne fu il fondatore. La commemora- 
zione di (ìaribaldi è stata concessa, per quanto 
si sieno fatte contemporaneamente delle feste 
sacre i)er coutrappesarla* 

Non posso lasciare Santiago dell'Estero, sen- 
za dire delle tante e così commoventi acco- 
glienze che ci restarono impresse in modo 
speciale. La città intera ci venne incontro 
ad un'ora di ferrovia con un treno appo- 
sito tutto imbandierato. La stazione era or- 
nata in nostro onore e munita per l'occa- 
sione di fari elettrici che parevano far concor- 
renza al sole; i giardini dei dintorni, spogliati 
per farne mazzi da offrirci e infiorarci le 
i^tarr/e» Il Miinicìino aveva mobilizzato per 
mn tutto U* sue antiche solenni carrozze, ed 
il ^o\ cimai ore, credo, i suoi mobili, poiché 
ci oirriroiin, nel inodesfo albergo, un appar- 
tainenlo Iiissuoho con quella bella bianche- 
ria lina di lìl*>, clic negli alberghi argen- 
tini sì trova così di rado. Gli Italiani ci 
diederoj nel Oircolu Italiano, un pranzo a cui 
assistette aneli e il «:o\ernatore della città e 




I dintorni di Santiago W^ 

dove ci consegnarono una medaglia apposi- 
tamente coniata coi ricordi di Roma, e i San- 
tiaghesi ci diedero una festina nella vastn 
scuola normale, coi bambini vestiti in gala 
che fu una vera féerie; il direttore della bandii 
orchestrale, un italiano, diede un concerto in 
nostro onore. Non so insomma che cosa non 
abbian fatto per renderci più caro il sog- 
giorno costà. 

La cosa più triste di Santiago dell' Estero 
è la terra che la circonda. Per arrivare alla 
città la ferrovia passa veramente in mezzo al 
deserto, non più la pampa gialliccia col suo 
pasto-forte scolorito, animato ogni tanto da 
un gaucho che fende l'aria col lazo tradizio- 
nale, o da un turco caracollante tranquillo 
sulla sua giumenta. Anche il fico d'India, 
anche il cactus spinoso si fanno radi ; la 
terra è nuda e deserta. Attorno alle fermate 
delle stazioni, qualche randio isolato non i*in 
a forma di capanna, ma di una semplice tet- 
toia di legno, tettoia che si ripete sul pozzo, 
sul forno ed anche sull'abbeveratoio. L'aria 
è infuocata, la terra arida come nel Sahara. 
Qualche volta il treno attraversa un ponte, 
dove si suppone che un fiume avrà la cona* 






304 ATTRAVERSO LA " PAMPA „ 

piacenza di passare, come forse l'ebbe qual- 
che secolo fa. Gli uomini però sono così sfi- 
duciati della lunga attesa, che costruiscono 
qualche volta delle specie di villaggi nel sup- 
posto letto del fiume. Ad ogni gruppo di case 
il treno si ferma per lasciare l'acqua agli abi- 
tanti, e si vede qualche volta lo strano spetta- 
colo di un villaggio costruito sul letto di un 
fiume che riceve l'acqua da bere dal treno 
che passa sul suo ponte. 

Sì, la principale funzione della ferrovia che 
attraversa la provincia di Santiago dell'Estero 
è questa: fornire d'acqua i villaggi lungo 
la linea; ci dicono che quando il treno non 
si fermava regolarmente, qualche volta i con- 
tadini, impazziti dalla sete, lo assaltavano per 
rubare l'acqua della caldaia. Avvicinandosi 
a Santiago, il panorama si anima, non per gli 
uomini, ahimè, ma per gli avanzi della fo- 
resta abbattuta. Per qualche centinaio di chi- 
lometri attorno a Santiago, numerosi come un 
popolo di vivi si drizzano nel piano i tronchi 
recisi. Ve ne sono di tutte le forme, di tutte 
le altezze ; disseminati nel piano, or solitari! 
or raggruppati, sembra a volte di veder una 
folla di uomini che si avanzino in turba a 



1 



Foresta recida e foresta viva 30r» 

qualche festa ; a volte un'assemblea di Indiani 
accoccolati per terra davanti a qualche nudo 
tronco dritto, solitario, che par animare i com- 
pagni alla vendetta che la terra farà dei loro 
corpi recisi. Tratto tratto qualche qiiébracho 
bianco, salvato alla strage dal suo poco va- 
lore, scuote una grigia melanconica chioma, 
stupefatto ancora di trovarsi in vita, dopo un 
così feroce esterminio. 

La foresta viva, la ricchezza di Santiago del- 
l'Estero, poiché in essa crescono gli alberi più 
preziosi, è triste anch'essa ; la mancanza dì 
umidità, di humus vegetale e la presenza di 
sale nella terra, fanno sì che poche specio, 
assai simili a furia di combattere gli stessi 
nemici, vi possano vivere: il cahilj il queira- 
c/io, Valgarróbo, il palóborraclio, i quali se ne 
stanno disseminati quasi sempre ad una ri- 
spettosa distanza gli uni dagli altri. Le piante 
sono sempre alte, sottili, or con foglie aghi- 
formi, capaci di sperdere la minor quantità 
possibile d'umidità, or con spine addirittura, 
fornite sempre di una chioma così leggera da 
dar al bosco un aspetto invernale o appena 
primaverile. 

Il bianco non i)iiò penetrare nella foi estii ; 

Ferrerò. America del Sud. 20 



306 ATTRAVERSO LA " PAMPA „ 

egli vi muore per la puntura delle spine e 
degli insetti, vi muore di febbre, vi muore 
di sete, di fame. Ma tutti questi disagi, che 
la provvidenza ha inventato per difendere la 
foresta, sono stati inutili; il bianco ha utiliz- 
zato la mano dell'indigeno, che spietatamente 
va tagliando i boschi, ultimo rifugio che non 
il proprio valore ma la inclemenza del cielo 
gli aveva concesso; fortunato ancora se la na- 
turale indolenza, che con acutezza un console 
argentino defluiva come la più sublime virtii 
del nativo, verrà a difficoltarne l'esterminio, 
che potrebbe ridurre, la pampa ad un de- 
serto, come avvenne, per la stessa ragione, 
nel Sahara, che pare sia sabbioso non pel sole 
infocato ma per la mancanza di foreste, ba- 
luardo contro il vento che soffia ed impedisce 
che ogni elemento di vita si Assi nel suolo. 
I tagliatori di legna sono tutti indigeni, 
anzi puri Indi la maggior parte, e fanno il 
loro lavoro con una rapidità ed una abilità 
da stupire. Si mettono in due, uno da una 
parte, l'altro dall'altra parte dell'albero e 
danno colpi rapidi di scure successivamente 
sullo stesso punto del tronco. Dopo qualche 
minuto l'albero oscilla, i tagliaboschi fuggono 



La foresta 8<i7 

e l'albero cade. In quattro o cinque minuti, 
gli indigeni abbattono così i più grandi alberi 
di qiiebracho, alti 40, 50 metri. I bianchi non 
sanno far ciò, ma anche se potessero, diffi- 
cilmente riescirebbero a vivere nella foresta 
insidiata ad ogni istante da serpenti, da mo- 
sche, da un'infinità di insetti più o meno pe- 
ricolosi, e sopratutto attristata dalla impos- 
sibilità assoluta di soddisfare le pii\ urgenti 
necessità della vita; non c'è acqua nella fo- 
resta, non grano, non pane. Gli Indiani vivono 
di zucchero, di ìnate, degli animali che cac- 
ciano, del liquido che succhiano dalle piante, 
coricandosi all'aria aperta dentro amache so- 
spese agli alberi o appena riparati da una 
tettoia, nudi quasi completamente, intona- 
candosi in estate il corpo di terra per ripa- 
rarsi dai raggi troppo cocenti del sole. 

Le donne che li accompagnano allattano i 
figli, preparano il ììutte, fumano e dormono. 
Si è tentato di utilizzarle per raccogliere il 
ricino, che cresce libero e rigoglioso nella fo- 
resta, ma non hanno accettato. L'Indio ò 
l'ideale del boscaiuolo; la sola difficoltà che 
si ha con lui è quella di persuaderlo a lavo- 
rare. Egli si accontenta di poco, ma appunto 



308 ATTRAVERSO LA " PAMPA „ 

perchè ha pochi bisogni, non è stimolato dal 
denaro, non si può, cioè, aumentando il com- 
penso, ottenere da lui, a quel che dicono, 
un'ora di più di lavoro. Quando non ne ha 
più voglia, dopo due o tre giorni, dopo due 
o tre mesi, egli abbandona il bosco e va al 
villaggio a spendere e spandere finché un 
soldo gli resta nella tasca, oppure si interna 
nel bosco e vive così senza lavorare finché 
nuovi bisogni lo stimolino. 



V. 
Nelle Ande. 

Mendoza. 

Mendoza, la capitale della provincia omo- 
nima, fondata nel LjCìO sulla grande strada che 
riunisce le provìncie del Pacifico a quelle del- 
l'Atlantico, in una pianura posta a i)ie' delle 
Ande, attorniata da campi fecondi, irrorata 
da acque perenni, prosperò abbastanza rapi- 
damente; ebbe chiese, palazzi, edificii alti e 
sontuosi. Ma nel 1800, tre secoli circa dopo la 
sua fondazione, negli ultimi giorni di marzo, 
inaspettatamente fu distrutta da un terribile 
terremoto, simile a quello che pochi anni or 
sono devastò Valparaiso e San Francisco. Di- 
cono che prima di allora non si fossero mai 
pentite scosse di terremoto in quel punto, e 



310 NELLE ANDE 



1 



che la posizione di Mendoza, sul versante più 
dolce delle Ande, lontana da vulcani attivi 
ed anche spenti, fosse riputata sicurissima, 
tanto che si cercarono mille spiegazioni al 
cataclisma per sostituirle a quelle del terre- 
moto. Non so che cosa avvenisse prima, certo 
è che ora terremoti più o meno violenti si 
registrano nella città quasi ogni settimana, 
e che allora la città fu dal terremoto intera- 
mente distrutta coi suoi abitanti ; un decimo 
solo della popolazione sopravvisse ; alcuni, 
però, dei superstiti, coi quali abbiamo parlato, 
attribuiscono questa orrenda distruzione più 
che al cataclisma, alla mancanza di soccorsi. 
Pare che in questa triste circostanza i con- 
tadini dei dintorni abbiano dato prova di una 
barbarie e di una ferocia superiore assai a 
quella dei Felli Rosse, perchè invece che ve- 
nire ad aiutare le vittime ed a cercare di 
salvarle, scesero in masse nella città per ren- 
dere più completo il disastro, trucidando i 
feriti per rubare le masserizie e i denari nelle 
case, per impossessarsi delle terre, delle ric- 
chezze dei morti. Augustin Alvarez, ora pro- 
fessore dell'Università della Piata, uno d 
pochi scampati alla strage, ci raccontavi^ ci 



La distruzione di Mendoza 811 

egli, allora diienne, fu ripescato incolume in- 
sieme al fratello e ad una sorella di latti3 
dalla propria bàlia, che abitava nei dintorni 
della zona del terremoto e che venne a cer- 
carlo. Certo PAlvarez sarebbe morto come gli 
altri dieci suoi fratelli, come la madre, il pa- 
dre, i nonni e tutto il parentado, selabiiliìi 
non l'avesse salvato ; ucciso però non dal ter- 
remoto, ma dalla mancanza di soccorsi. I prirri i 
aiuti vennero dal Cile, con cui Mendoza con 
servava relazioni più strette e pi fi cordiali 
che non colle provincie della Piata, non an- 
cora collegate dalla ferrovia e distanti da lei 
più di venti giorni di viaggio. Alcuni emi- 
grati politici, rifugiati a Mendoza, mandarono 
al Cile la notizia del disastro, e Valparaiso 
mandò, attraverso le Ande, soccorsi di ogni 
specie. Ma quindici giorni erano passati, e i 
sepolti vivi erano tutti morti! Per molto 
tempo la città restò abbandonata, i ijodii 
sopravvissuti essendosi rifugiati altrove: in 
campagna, a San Raffaello, a San Carlo, 
nel Cile. 

Quando le feraci terre che attorniano Men- 
doza ritornarono a fornire una larga chxs,se 
di proprie tarli arricchiti, desiderosi di ritm- 



312 NELLE ANDE 



1 



varsì e di godere tutti i comodi e tutti i pia- 
ceri che può dare una città, Mendoza risorse 
dalla ruina ; perchè risorse nell'identico punto 
che seguitava ad essere scosso continuamente 
dai terremoti, mentre a pochi chilometri di 
distanza verso San Eaffaele vi era sulla grande 
strada transandina una pianura altrettanto 
comoda e centrale, che dieci anni di esperienze 
avevano dimostrato esserne immune: è uno 
dei più interessanti fenomeni psicologici, che 
dimostra come l'uomo, nelle sue azioni, non 
si lascia guidare né dalla scienza, né dal- 
l'esperienza, ma da fattori di altra natura. 

Mendoza, come dissi, risorse per incanto, 
ma col terrore di ricadere, e questo terrore 
ha marcato di una impronta indelebile la città 
e gli abitanti. Perchè le macerie delle case 
non seppellissero i viandanti nelle strade, sì 
sono costrutte vie larghissime, riparate da 
fitti viali ombrosi, case col solo piano terreno, 
ricoperte, invece che di tegole, di tela catra- 
mata ; e gli abitanti presero l'abitudine di dor- 
mire all'aria aperta, negli ampli cortili, nei 
porticati che attorniano le case. Perfino nel- 
l'albergo maggiore di Mendoza, un albergo al- 
l'europea, colle grandi palme nel giardino ^ 



"1 



Mendoza» Il terrore del terremoto 313 

luce elettrica nelle camere da letto, si vede- 
vano, nei cortili più interni, i letti allungati 
sotto al porticato evidentemente destinati 
agli avventori troppo tremebondi per ricove- 
rarsi all'interno. Tutte queste precauzioni non 
bastano; al più. lieve sussulto, tutti si river- 
sano sulle strade e nelle piazze. Nella setti- 
mana che passammo a Mendoza, avvennero 
due scosse di terremoto così leggiere che noi 
non le avvertimmo, ma per due giorni gli 
abitanti dormiron all'aperto. Naturalmente 
poi, siccome tutti vanno guardinghi astsni nel 
fabbricare, di case vi ha in città grande scar- 
sezza. Ho detto che a Buenos Aires gli affitti 
sono assai cari, ma gli affitti di Buenos Aires 
sono addirittura derisori i vicino a quelli di 
Mendoza. Ohi può avere per 5000 o KMIOO 
pezzi annui (il pezzo vale 2 franchi e più) 
una palazzina che da noi si compererebbe 
per meno, è reputato fortunato; così chi trova 
per 20 000 pezzi nel viale principale una bot- 
tega di un centinaio di metri quadrati. Ogni 
cosa raggiunge a Mendoza cifre di costo fa- 
volose. Come potrebbe essere diversamentt^ 
in un paese in cui agli alti prezzi degli affitti 
si aggiunge l'alto valore delle materie più 



314 NELLE ANDB 



1 



necessarie alla vita? Mendoza, infatti, che una 
volta aveva un attivo commercio di bestiame 
col Cile, di ortaggi colle altre regioni dell'Ar- 
gentina, importa oggi, pel consumo dei suoi 
abitanti, tutto, perfino la farina con cui fare 
il liane, che si paga a Mendoza 30 centavos 
((»() cent(\simi) al chilogramma. Si pagava, du- 
rante il nostro soggiorno a Mendoza, 2 o 3 
pezzi (5 franchi) un pollo, e 80 centavos (1,60) 
uu chilogramma di fave, 13 pezzi (26 franchi) 
al 100 le cipolle ; si paga 25 pezzi (50 franchi) 
a testa per un pranzo pubblico e 100 pezzi per 
un palco a teatro. D'altra parte, a onor del 
vero, bisogna dire che il guadagno è in pro- 
porzione alle spese; un medichetto appena 
laureato diceva che non poteva bastare a tutti 
i suoi clienti, che lo pagavano 10 pezzi la vi- 
sita (20 franchi). 

Questa elevazione di prezzi è determinata 
dal rapido inaspettato aumento del valore 
dell'uva che Mendoza produce, il quale ha 
attratto alla vite tutto il capitale disponibile 
ed ha aumentata molto la ricchezza generale. 

Da tempo immemorabile si era piantata 
a Mendoza la vite, che i Cileni coltivano con 
gran cura e da cui estraggono vino molto 



Mendoza : Gli alti prezzi. La vite. Il signor Tomba B15 

buono. Dieci o dodici anni or sono si cercò 
di trasportar a Mendoza l'industria vinicola. 
Ma se la vite cresceva stupendamente nella 
pianura attorno alla città, il vino che se m^ 
estraeva era talmente cattivo che, malg]*ado 
le protezioni, malgrado le imposizioni gover- 
native, neanche i più miserabili emigrati Io 
volevano bere. La provincia di Mendoza sulìì 
allora una crisi terribile. 

Per molti anni ci raccontaron che i proprie- 
tarii non trovarono convenienza a raccogliere 
l'uva matura ; la yerì)a proba guadagnava ter- 
reno sui viticci abbandonati. Fu un italiano, 
il Tomba, un veneto, pratico della fabbrica- 
zione del vino, che rialzò, a quel che ci dis- 
sero, le sorti della vite. Il Tomba capì che 
la ragione per cui il vino a Mendoza non riu- 
sciva, era il caldo eccessivo al tempo della 
vendemmia, il quale arrestava il fermento nel 
momento che Puva stava nelle tinozze; egli 
organizzò nelle sue cantine dei frigoriferi ca- 
paci di rijjarare a questo inconveniente e fab- 
bricò così, del vino buono, che vendette a 
prezzi discreti; in pochi anni egli riusci a 
fare adottare il suo vino dalle masse. Il suo 
stabilimento si ingrandì a dismisura e la col- 



316 NPLLE ANDE 



I 



tura della vite fu ripresa con furore; tutti 
aprirono hodega^ in cui fabbricare il vino. 
Ve ne sono a Mendoza ormai centinaia a 
cui sono annesse centinaia di vigne esercite 
con immes^ braccianti ai quali si fornisce il 
vitto e la casa, oltre a qualche denaro; un 
direttore che dirige i lavori dei vigneti, un 
altro che dirige la trasformazione dell'uva 
in vino; un impresario pel trasporto dell'uva 
(il niecolto dura due o tre mesi), i macchi- 
nisti che fabbricano il vino, ed i bottai che 
fabbricano le botti, perchè l'uva è raccolta 
pigiata, trasformata in vino e travasata tutta 
dal hodeglìcro. Macchinisti o bottai, la mag- 
gior parte sono Europei, quasi tutti Italiani; 
i lìvonm sono tutti criollos. Di vignaroli eu- 
ropei non vi ha a Mendoza che qualche ita- 
liano venuto da pochi anni e già ijiccolo o 
grande proprietario. Le iodegas da noi visitate 
sono fornite di torchi giganteschi da cui il 
mosto passa in tinozze di cemento, costruite 
nel sottosuolo delìahodegay che contengono cia- 
scuna migliaia di brente di vino ; di qui per 
canali, veri fiumi di cemento, filtra in altre 
botti pure dì cemento, che possono contenere 
^olo qualche centinaio di ettolitri divino; da 



Mendoza: ^Las hodegaSy, àl7 

queste per fiumi minori passa in piccole botti 
che arrivano a pezzi dal Nord- America e dalla 
Francia. Molte hodegas hanno spacci proprii 
in tutte le grandi città dell'Argentina, altrL^ 
vendono ai rivenditori; i guadagni sono fa- 
volosi per tutti. 

I pampini di Ohanaan spargono i loro ma- 
gnifici effluvii nell'ampia pianura, e tutti quelli 
che riescono ad aspirarli diventano, sono di- 
ventati o diventeranno ricchi: contadini ve- 
nuti dieci anni fa come semplici coloni, pos- 
siedono ora case, vigne, ecc.; dottori, avvo- 
cati, impiegati di banca, operai, tutti in poclii 
anni centuplicarono le loro ricchezze, or dan- 
dosi alla cultura della vite, or continuando 
ad esercitare il loro mestiere in mezzo alla 
scarsezza sempre crescente di non vignaroli* 

Niente di più interessante che la psicologia) 
di questa città, così rapidamente arricchita, 
in cui l'antica borghesia, l'antico abitante v 
annientato coi suoi usi, coi suoi costumi, 
sotto la valanga dei nuovi venuti, emigrati 
ivi d'ogni parte del mondo e d'ogni classe. 

Come sempre accade, quando molti hanno 
desiderio, diritto e possibilità di godere, senzu 
una morale che fissi i limiti del godimento 



318 KELLE ANDE 



\ 



al punto da non danneggiare altrui, i desi- 
derii cozzano fra loro e si difficultano a vi- 
cenda ; la vita cittadina è molto agitata, 
nettamente divisa in due partiti, che si sono 
dichiarati guerra ad oltranza. Ciò è fatale; 
fino a venti anni fa a Mendoza non vi era 
che il nativo, il criollo, il quale commer- 
ciava col Cile in carmenti ed in fieno, e vi- 
veva tranquillo, immobile, nei costumi aviti 
e negli aviti possessi. Il criollo amava la cac- 
cia, la guerra, se capitava, ma sopratutto la 
tranquillità ed il riposo ; il suo ideale era di 
I^rodurre poco, ma di consumare anche poco. 
Semplice nei costumi, sobrio, senza pretese, 
non rapace, non gozzovigliatore, non moder- 
nizzante, possedeva immensi territorii che 
sfruttava pochissimo, ma che bastavano alla 
sua vita. Precipitò ad un tratto su Mendoza 
colla bazza del vino, una turba infinita di 
forestieri, venuti da ogni parte del mondo 
per far fortuna; erano costoro disposti a la- 
vorare giorno e notte, ma essi volevano gua- 
dagnare molto, godere molto ; nessun disagio, 
nessuna fatica li spaventava, pur che alla 
fine di essa ci fosse il dio dell'oro. Questi 
forestieri rapidamente divennero ricchi, com- 



I partiti a Mendoza 319 

perarono le terre dai nativi i^riina che essi 
potessero cambiare abitudini, sicché se questi 
ultimi sono ancora territorialmente i più ric- 
chi, sentono rapidamente diminuire la loro 
ricchezza, la loro potenza. I criollos formano 
il nucleo di un partito, i forestieri il nucleo 
di un altro. I primi sono naturalmente ne- 
mici dei secondi e li ostacolano come pos- 
sono. La questione religiosa si è aggiunta 
a dar colore ai due partiti. Il clero, che a 
Mendoza è terribilmente forte, appoggia i 
conservatori, i criollos; gli altri formano un 
nucleo audace ed abbastanza forte di mas- 
soni e di anticlericali, di liberi pensatori 
forzati, perchè spesso anticlericali e massoni 
e liberi pensatori sono ultracredenti. I due 
partiti, feroci, inconciliabili tra loro, si fanno 
una lotta a coltello. Si direbbe che tutti 
sono affetti da delirio di persecuzione. La 
conseguenza è che questi odii recìproci hanno 
neutralizzato molti vantaggi del vivere in 
una città. Le fauiiglie sono obbligate a man- 
dare a Buenos Aires i figli per farli stu- 
diare. Uua maestra mi disse che non riesce 
a dar concerti fra gli allievi per l'impos- 
sibilità di metter d'accordo i bambini ap- 



320 NELLE ANDE 



partenenti ai due partiti opposti. Volta a 
volta l'uno o l'altro partito empie le scuole 
di iusegnanti non capaci, per i>aura che i buoni 
appoggino o possano appoggiare gli avversa- 
rii. Il teatro finisce con lo star sempre chiuso 
perchè è fonte di mischie continue, uscendo 
quelli di un partito se entrano quelli del par- 
tito avversario. Tutti stanno sul chi vive, 
tutti si guardano in cagnesco, tutti si barri- 
cano in casa; la rivoluzione cova in perma- 
nenza sotto la cenere. La gente del partito A 
esce dal giardino quando suona la banda che 
è stata fondata dal partito B; tutti concor- 
demente lasciano deserto il magnifico parco 
che attornia la città, perchè è stato fondato 
da un governatore che non piace al partito A 
o al partito B. 

Quali piaceri restano a quelli che vengono 
in città per godere le ammassate ricchezze, 
quando il godimento massimo che può offrire 
una città, quello di vivere in società, quello 
di discorrere, di lavorare, di godere insieme 
ai proprii simili è tolto ? Il piacere, il giuoco, 
il lusso. Questi mali necessarii, fatali, credo, 
ad un i)aese rapidamente arricchito, devon'^ 
sparire rapidamente, come sono venuti, ce 



1 



Necessità deUa cultura 321 

consolidarsi delle ricchezze attuali ; ma è ne- 
cessario a ciò il formarsi di una classe colta 
che incanali verso la cultura tutti gli elementi 
sparsi capaci di godere in essa. 

Noi, che abitiamo in un paese di cultura 
forzata, ci immaginiamo sempre che l'istru- 
zione, la cultura sia un mezzo utile a crearsi 
una posizione, non mai una necessità sociale, 
un piacere puro in sé e per sé senza secondi 
fini. Questo invece dimostra luminosamente 
PAmerica: che essa é per i più eletti un bi- 
sogno così necessario come quello di bere o 
di mangiare, e che solo quando diventa un 
piacere per la maggioranza dei membri di 
una società sostituendo i piaceri dei sensi, il 
paese comincia a diventar veramente civile. 

Avevamo già visto a f^aranà un negoziante 
di vino, italiano, che, emigrato in America 
dopo rovesci di fortuna, aveva dovuto abban- 
donare i diletti studii di matematica e li pro- 
seguiva ora solitario a Paranà in mezzo ai 
fastidii della sua bottega e della famiglia: 
sei figli che gli erano nati nel frattempo. 
Altri ancora ne abbiamo incontrati in città, 
n paesetti, in stazioni deserte, che coltivano 
Iti' studii di musica, di filosofia, di storia, 

Ferrerò. America del Sud, 21 



322 NELLE ANDE 



rt 



di economìa politica, gente che non evitava 
giornate intere di ferrovia per poter parlare 
un'ora con noi, per posarci i problemi lunga- 
monte meditati per anni nelle solitudini della 
nuova vita. Anche a Mendoza questo fenomeno 
si osservava: in mezzo alla gente occupata 
solo nei piaceri egoistici, ogni tanto spuntava 
un intelligente teorico, solitario, assetato di 
studii. Tra gli altri, trovammo un salernitano, 
certo signor Oarullo, che studia l'astronomia. 
Egli ha fabbricato nella sua casa un pic- 
colo osservatorio, ha fatto venire da Pa- 
rigi i migliori telescopii, è abbonato a tutte 
le riviste tecniche della materia. Alla sera, 
finito l'ufficio, chiusa la banca, si divertiva 
così a scrutare le stelle ed a seguirne le traiet- 
torie, a girare di giorno fra i monti ed a stu- 
diarne la geologia. A giudicar dalla gioia che 
questo studio gli procura, si può argomen- 
tare che il suo esempio sarà seguito. 



Se Mendoza ed i suoi abitanti sono molto 
interessanti, ancora più lo è la campagna 
li attornia, sopratutto la catena grand 



'•■'?^* 



"^Lasvinasn S23 



delle Ande che divide l'Argentina dal Cile, 
il versante Atlantico da quello Pacifico del- 
l'America Meridionale. Attorno a Mendoza 
verso San Juan, verso le Ande non vi sono 
più campi, non più prati, non più armenti; 
le viti, separate le une dalle altre da un sot- 
tile solco, fitte fitte come da noi le piante 
del maijs, si prolungano all'infinito nel piano, 
interrotte solo da bassi muriccioli di argilla, 
che compaiono per la prima volta a limitare 
le proprietà nella libera e generosa terra ar- 
gentina. I viticci si inerpicano sui gialli rami, 
lungo le tettoie delle strade ferrate, sui radi 
alberi che s'innalzano nei campi. Dappertutto, 
viti, viti. 

La ferrovia transandina ci porta a 800 me- 
tri sul livello del mare; le Ande biancheg- 
giano vicine — anzi rosseggiano — colle loro 
muraglie multicolori che si adergono le une 
sopra le altre, ma i tronchi delle viti si al- 
zano grossi e vigorosi come gelseti; attorno 
alle viti — come attorno ai campi di Rosario, 
e agli alfalfaros di Cordova — si addensano gli 
alniacenes, ì paesetti, costituiti dai soliti ran- 

% grandi appena pochi metri quadrati, spa- 
ti sotto l'ampia tettoia di paglia che si 




324 KELLE Aia>B 



protende innanzi ad essi, e forma la parte, 
in fondo, più importante della casa ; sotto la 
tettoia, infatti, sta il letto, sotto la tettoia 
il fuoco e la cucina, sotto la tettoia l'abitante. 
Piove, — la cosa è rarissima, — tutti si guar- 
dano costernati e ci assicurano che a Men- 
doza passavano anni interi senza che si ve- 
desse una goccia di acqua. Sono i lavori 
idraulici fatti in questi ultimi tempi e la cam- 
biata coltivazione dei campi che hanno con- 
vinto, pare, le nubi a sciogliersi in pioggia 
anche in questa fortunata terra del sole.... 
e noi non possiamo lagnarcene, noi che ve- 
niamo dalla vecchia Europa, simbolo e sten- 
dardo della civiltà ; tanto più che la pioggia, 
allontanando i contadini dai campi, ci per- 
mette di vederli meglio nella loro vita casa- 
linga. Accoccolati in terra insieme alla nu- 
merosa famiglinola, gli uomini fumano sotto 
la tettoia, i bambini dormono, le donne sor- 
bono il mate attraverso la tradizionale hom- 
hilia di argento, tenendo stretto al seno, per 
mezzo dello scialle nero che ne avviluppa 
tutta la persona, il bambino lattante; altre 
donne stanno facendo la cucina. Neaii.' 
preparare i cibi obbliga le massaie ad a 




Il '^ campesino „ nel suo ** rancho „ 325 

donare la posizione favorita; anche il fuoco 
sta acceso sotto la tettoia all'aria libera, 
come da noi nei prati di autunno. Sopra il 
fuoco ora una pentola a tre piedi, in cui 
bolle il tradizionale puchero (specie di lesso), 
or un'asta di ferro infissa al suolo in cui è 
infilato un grosso pezzo di carne, Vasctdo a Vasa- 
dor (arrosto allo spiedo); la donna non fa 
altro che alimentare il fuoco colle cannuc- 
cìe collocate in mucchio a portata della sua 
mano. 

Accanto al fuoco, una teiera in cui bolle 
continuamente l'acqua per la yerla. Dietro 
ai rmichoSy delle piccole montagnette di terra 
cruda, simili ad immensi formicai ; sono i 
forni in cui si cuoce il pane od il ììiaiz, 
che qui si mangia in grani abbrustoliti nel 
forno. Nessun vocìo, nessun movimento; i 
co/mpesiìws che vediamo attraverso i vetri della 
ferrovia sembrano silenti ed addormentati; 
solo i cani latranti all'insolito rumore dan 
segno di vita. 

Ma ecco che le i)rime catene di montagne 
'^^minciano a disegnarsi all'orizzonte. Non 

io le nostre Alpi e nemmeno le nostre col- 

e; alte elevazioni di terreno dalle forme 



896 NELLB AHDE 



^^ 



strane, esse lasciano scorgere ad occhio nudo 
le stratificazioni donde originarono i metalli 
di cui sono composte. Il signor Giovanni Oa- 
rullo, il banchiere geologo, astronomo, di cui 
parlai più sopra, ci fa osservare la strana con- 
figurazione di queste montagne. Si vedono di- 
stinti in esse : strati di pietre minute rotonde, 
in mezzo a cui si trovano splendide conchi- 
glie fossili, depositate evidentemente dal flusso 
del mare; e strati calcarei, ferruginosi, ra- 
macei depositati dalle acque del fiume, che 
non è riuscito ancora a triturare e conglome- 
rare gli strati sottostanti. 

Un alto strato di questi ciottoli tappezza an- 
che le rive del Rio Mendoza, sopra cui il no- 
stro treno serpeggia velocemente. 

A queste montagne in formazione, donde 
ogni tanto parte un rumore secco di piccola 
valanga che cade, seguono montagne grani- 
tiche, tutte dì un blocco, ora di marmo ro- 
seo, ora rossiccio, ora azzurro cupo, ora giallo 
d'ocra. 01 dicono che in queste montagne si 
trovano miniere di carbone, di ferro, di rame, 
di petrolio. Nella pianura di Mendoza, c^ '•^'*- 
contano dei vignaiuoli che non è raro, 
correndo i solchi colla marra, di attr 



La Cordigliera delle Ande 327 

dalla terra un esercito di pietruzze di ferro 
calamitato; gli strani colori che pigliano, 
volta a volta, le rocciose montagne, fanno 
fede anche ai più ignoranti dei preziosi tesori 
nascosti nelle viscere della Cordigliera. 

Ma non è dalla profondità delle miniere 
che l'Argentina trae le sue ricchezze: le 
montagne si alzano integre e superbe al 
cielo, turbate solo dalle ali degli immensi 
condor che vediamo volar in alto sulle vette 
come gli D«i del luogo, mentre nelle valli, 
fra i chanas — specie di lichene gigantesco, 
che solo cresce nelle pietrose vallate — i 
neri struzzi, dalle lunghe gambe, corrono in- 
disturbati insieme agli armenti selvatici dei 
timidi guanachi dagli occhi di cammello, don- 
de i nativi tolgono l'impenetrabile lana dei 
loro ponehos. 

Ma lo spettacolo più bello, più meravi- 
glioso, comincia a Uspallata, che io chiame- 
rei il « nodo delle Ande ». Attorno a noi una 
cerchia immensa di montagne altissime dalle 
forme strane si diramano a catena. Ma la 
cerchia non ci serra. Noi vediamo le vallate 

e dividono le montagne. Dinanzi a noi, a 

00 metri sul livello del mare, sta una pia- 



328 KELLB AKDE 




nura immensa, larga tre o quattro chilometri, 
che si estende, ci dicono, con una lieve in- 
terruzione fino alla lontana Bolivia; dietro 
a noi lo stesso altipiano si estende a perdita 
di vista, e, come ad un immenso lago, conven- 
gono a questa spianata altre estese spianate 
sormontate da altre catene di monti. Ad 
ogni volger di occhi, ad ogni volger di strada 
lo spettacolo cambia. Il sole ha cominciato 
a brillar lucidamente appena superate le 
prime catene, il cielo è azzurro, il vento è 
profumato dalla arilla, specie di timo campe- 
stre che cresce in queste lande deserte e che 
ha la strana proprietà di volger costante- 
mente le foglie ad ovest, ed est, servendo di 
bussola ai montanari. 

Davanti alla stazione di Uspallata, centro 
oltreché della rete ferroviaria transandina 
anche della stazione mulattiera, i coraggiosi 
troperos, che affrontando il rigore del freddo 
e della tormenta invernale, costituiscono il 
solo legame che durante l'inverno unisca il 
Cile all'Argentina, stanno caricando i loro 
muletti. Alti, neri, magri, con un capnello 
grigio a larghe falde, un poncho giallo 
ghe verdi infilato come un càmice sc^ 



aV* j 



La partenza dei " troperos „ 329 

spalle per un'apertura mediana, un fazzoletto 
a righe bleu attorno al collo, essi sembrano 
davvero i gauchos della pampa di cui si rac- 
contano fantastiche storie. Gli alti calzari, 
che rimontano fino al ginocchio, sono quelli 
che usavano i gafoclios dei secoli passati, la 
pelle cioè di una gamba d'asino, scuoiata tutto 
d'un pezzo sopra la coscia e cucita in fondo 
soltanto sotto la pianta del piede. Per sella 
una pelle di pecora, per staffe degli enormi 
zoccoloni di cuoio foderati all'interno con 
pelle di pecora, per arma uno stilo infisso 
alla cintura in un fodero di cuoio, un lazo o 
lunga corda terminante in un'asola, inarcata 
sulla sella, per difendersi contro il lupo e il 
leone delle Ande, e una cordicella terminata 
in due pesanti piombini per abbattere e pi- 
gliare lo struzzo — molto frequente, specie 
nella Oordigliera preandina. 

I troperos sono pronti, la posta anch'essa 
è già chiusa nelle piccole sacche di cuoio 
che la difenderanno dalle intemperie; cia- 
scuno chiama, rincorre il suo mulo che sta 
libero nella campagna, lo afferra, gli avvoltola 
iorno alla testa un leggero poncliOj perchè 
lasci caricare sen^a protesta, e comincia 



:)3'> NELLE ANDE 



»^ 



a le<i:are i sacchetti sopra e sotto alle sacche 
di laua a vivi colori, in cui stanno le prov- 
viste da bocca. Caricati i mali, i troperos tutti 
assieme si incamminano in lunga fila indiana 
per l'altipiano ghiaioso, seguiti da una muta di 
cani lanosi come pecore, ringhiosi come lupi 
affamati. Dai piccoli raiichos^ che formano il 
pnchlito attorno alla stazione, da quelli lon- 
tani sulle alture, altri cani rispondono, mentre 
alcuni bambini dai capelli neri come il car- 
bone, dalle guancie olivastre, metton fuori 
timidamente il musetto, incerti fra il de- 
siderio di vedere Punico spettacolo giorna- 
liero e la soggezione di trovarsi in mezzo a 
tanti signori, così radi in quelle roccie ab- 
bandonate. 

Partiti i corrieri, tutto ritorna silente nella 
petraia rosseggiante. Il vento soffia senza si- 
bili in mezzo alla immensa vallata e l'acqua 
limpida del rio corre placidamente nell'alti- 
piano appena scosceso. 

A 25 chilometri di distanza la ferrovia 
passa al Ponte dell' Incas, che è una delle 
meraviglie della natura. 

Il ponte dell' Incas, che segna forse il passo 
da cui gli Incas penetrarono nella pianura 



^FW '^j 



La ferrovia transandina 331 

Argentina, è un ponte naturale, di conglo- 
merati cementati da depositi calcari che fil- 
trano attraverso le roccie dalle acque ter- 
mali che nascono poco più sopra e cadono 
in cascatene nel ruscello della Gu&vas, e for- 
mano stalattiti stupende pendenti dal ponte. 
Al ponte delPIncas, termine antico della fer- 
rovia transandina, si sono costruiti alberghi 
pei passeggieri e case pei malati che ven- 
gono Testate per la cura delle acque termali ; 
si è formata una piccola città, che potrebbe 
prendere l'importanza che ha in Europa 
Saint-Moritz o Lucerna. Ma la fortuna della 
ferrovia transandina volge al declino. Per più 
di sei mesi all'anno il treno non giunge che 
a pochi chilometri da Mendoza, a Oacheuta, 
dove vi è un altro stabilimento di acque sol- 
forose. Non credo che la colpa sia tutta del 
freddo. 

Quando Mendoza produceva armenti, essa 
aveva bisogno del Cile, che ne era il natu- 
rale compratore. Non producendo ora che 
vite, essa è un concorrente nei prodotti del 
'^ile, che primo V introdusse nell'America Me- 
iionale, non ha quindi interesse a mante- 
^re e sfruttare la sua ferrovia. I rapporti 



IVÒ'J NELLE ASDE 



1 



tesi tni r Argentina ed il Cile disinteressano 
le due nazioni da questa ferrovia, che sa- 
Tvhhe di massima utilità a tutti gli Stati del- 
l' America Meridionale, i cui abitanti sono 
ora costretti, se vogliono passare da uno a 
un altro versante, ad andarvi per la lunga 
e i)er5 Golosa via di mare invece che per que- 
sto comodissimo valico transandino. Per que- 
sto la ferrovia non sarà mai definitivamente 
costrutta, a testimoniare che non dal pro- 
gresso industriale, ma dall'interesse naturale 
(lil)(»nde la fortuna dei più meravigliosi con- 
gegni che l'uomo possa inventare* 




VI. 

La questione della donna 
nell'Argentina. 

È invalso ormai in Europa l'uso, venuto in 
parte dal Nord- America, di misurare la evo- 
luzione della donna dalla sua, mi si perdoni 
la parola, mascolinizzazione, dalla frequenza 
e dalla possibilità cioè che essa ha di eser- 
citare una professione maschile. 

Da questo punto di vista la donna argen- 
tina, contrariamente a quanto si crede, occupa 
una situazione addirittura di primo ordine. 
Ho conosciuto a Buenos Aires una quarantina 
di medichesse che esercitano la medicina, 
la chirurgia, la odontoiatria, la antropologia, 
la ostetricia; ho assistito nelP Accademia di 
ledicina ad una seduta presieduta da una 

mna ; ho visitata a Buenos Aires una scuola 



3dl LA QrESTlO!^ DBLLA JiGSSA VELL*ABGK5TIKA 

di infermeria e di massaggio fondata e di- 
retta da una donna, la Grierson ; ho ascoltato 
in molte occasioni discorsi pronunciati da 
donne laureate o patentate e ho provata su 
me stessa la valentia della Sarah Justo, una 
dentista argentina. Una ventina infine di stu- 
dentesse in lettere mi hanno offerta a Buenos 
Aires una pergamena-ricordo, ed un centinaio 
di studentesse inscritte nelle varie Facoltà di 
La Piata mi hanno offerto una grande me- 
daglia d'oro. Ma v'ha di più ; ho udito nelle 
case della musica composta ed eseguita da 
signorine argentine, ho osservato una meda- 
glia guadagnata sul campo di battaglia dalla 
dottoressa Eawson Delle Piane, ora dolce 
mamma di sei bambini : ho letto dei racconti, 
delle poesie, dei libri scolastici, dei romanzi, 
degli articoli, degli studii scientifici, dei ma- 
nuali di medicina pubblicati da donne argen- 
tine, ho ammirato nelle piazze, nel Parlamento 
di Buenos Aires, nel monumento commemo- 
rativo dì Tucuman delle statue e dei basso- 
rilievi scolpiti da Lola Mora, una scultrice 
argentina, ed ho saputo che l'amministra:?;ione 
di tutti gli ospedali e le opere di beneficenza 
della Repubblica sono in mano delle donne ; 



1 



■k 



Fregtienza delle professioniste 335 

ho assistito a Buenos Aires a una seduta 
del Consejo Nacioiml de las Mujeres^ dove si 
discutono tutte le questioni che interessano 
la donna. 

Se nella Eepubblica Argentina la donna 
vuole quindi mascolinizzarsi, tutte le vie le 
sono aperte, e non teoricamente soltanto, 
perchè le donne laureate che ho conosciuto 
mi hanno dichiarato di non aver trovati 
ostacoli scrii né durante gli studii, né nella 
carriera da parte dei compagni e dei colle- 
ghi maschili, — cosa che non possono vantare 
tutte le donne dell'Europa, — e perché la pa- 
tente, anziché un ostacolo, sembra una fa- 
cilitazione al matrimonio, la maggior parte 
delle donne laureate che conobbi, avendo fa- 
miglia. 

Malgrado ciò, una differenza notevole esi- 
ste nella situazione della donna in Argentina 
in confronto a quella della donna in Europa, 
non in riguardo alla sua condizione personale, 
ma riguardo alla sua posizione sociale. In 
Europa la donna, dalla nascita alla morte, 
partecipa sempre della vita dell'uomo, padre, 

rito o figlio con cui vive congiunta. In 

npagna noi vediamo i contadini lavorar 



336 LA QtTBSTIOKE DELLA DONNA NELL'abGENTINA 

la terra colle loro donne, come vediamo nelle 
piccole industrie casalinghe la donna aiutare 
il marito a far corda, tela, scarpe o cappelli. 
Nelle classi superiori, nella scienza, nell'in- 
dustria, nella letteratura, persino nella po- 
litica e nella fede, noi vediamo la donna, 
madre, figlia, moglie, sorella, essere l'inspi- 
ratrice, la consigliera, la sostenitrice, » l'asso- 
ciata del marito, del padre, del fratello, del 
figlio. 

Dall'alto delle tribune, dal tavolo del suo 
lavoro, dalla cassa della sua bottega, dal capo 
del proprio desco, la donna esercita una de- 
cisiva, capitale influenza sulla sua famiglia, 
sul suo paese, e la esercita non in antago- 
nismo, ma congiunta all'uomo. Come emblema 
ufficiale di questa importanza che ha la donna, 
voi vedete in Inghilterra, in Olanda, una re- 
gina sul trono, in Russia la czarina aprire 
insieme con lo czar la prima Duma russa, e 
la regina d'Italia seder accanto al marito nei 
ricevimenti ufficiali. 

Una specie di reciproca paura pare invece 
innalzare in Argentina una barriera insor- 
montabile fra uomo e donna. Nelle case come 
nelle strade, nei banchetti come nei pubblici 



j 



Barriere fra uomo e donna 3,37 

passeggi, nei teatri come nelle scuole, per 
tacita reciproca intesa, l'uomo si tiene sem- 
pre a rispettosa distanza dalla donna. Il fatto 
che colpisce di più lo straniero che percorre 
a piedi Buenos Aires, sia nelle strette vie 
centrali, Corrientes, Florida, Esrìwralda^ in cui 
gli uomini si accalcano frettolosi, più fitti 
che nelle strade più frequentate di Londra, 
sia nelle grandi avenidas, in cui tramSy vetture, 
automobili, si incrociano nelle loro corse sfre- 
nate; è la mancanza di donne. 

Nei trams qualche savia massaia accompa- 
gnata da una nidiata di figli, qualche donna 
del popolo, qualche ragazza che torna da 
scuola guardata a vista dalla sua fida came- 
riera; nella strada neanche tanto. E come 
voi non vedete le donne nelle strade, così 
non le vedete nei pranzi, non le vedete nelle 
riunioni, nei caffè, nelle case, nelle sale, là 
dove voi trovate degli uomini. Nel teatro 
esse sono ammesse in ogni parte, però hanno 
una galleria a loro riservata se non vogliono 
mescolarsi agli uomini (la cazuela). 

Nei pranzi famigliari le donne sono am- 
messe a tavola insieme agli uomini, ma esse 
'fficilmente prendon parte ai loro discorsi. 

Ferrerò. America del Sud. 22 



3.'i8 LA QUESTIOin DELLA DONNA HELL'aBGENTINA 

Che un marito pensi a portare la propria mo- 
glie ad un pranzo ufficiale non diplomatico 
— in diplomazia si continuano gli usi inter- 
nazionali — parrebbe idea da pazzo. Gli stra- 
nieri stessi venuti dall'Europa recentemente, 
non osano infrangere questa tradizione che 
è osservata come un rito. Una signora euro- 
pea che risiede a Buenos Aires mi disse che 
parecchie volte fu invitata da Europei a 
pranzi ufficiali con suo marito, ma alPultimo 
momento un messo giungeva sempre fretto- 
loso a scusarsi ed a dirle impacciato che 
i soci non osavano pigliarsi una tale re- 
sponsabilità. Io ebbi parecchi pranzi e ricevi- 
menti ufficiali datimi dalle signore argen- 
tine, dalle studentesse argentine, dalle mae- 
stre argentine.... ma allora eravamo tutte 
donne. Due volte sole io assistetti nella Re- 
pubblica Argentina ad un pranzo ufficiale, a 
Santiago dell'Estero e a Santa Fé. A Santiago 
ero sola, a Santa Fé vi erano anche altre si- 
gnore, però esse erano come me separate da- 
gli uomini da una cancellata in legno. 

Più scandalosa ancora sarebbe l'idea che 
una donna si interessasse della vita pul 

Giunti a Buenos Aires, mentre alla 0; 



Wh 



Barriere fra moglie e marito 839 

■ ■ ..II. g ' 

dei Deputati si stava discutendo la legge sul 
lavoro delle donne e dei fanciulli, chiesi alla 
moglie di un deputato che aveva a fare un 
gran discorso, se potessi accompagnarla ad 
udire una parte della discussione. La signora 
mi guardò meravigliata come se io le avessi 
domandato di andare nel sole o nella luna» 
Suo marito era deputato da più di trentanni, 
era capo anzi del partito liberale, uno dei 
più grandi oratori del Parlamento Argentino, 
ma alla signora non era mai balenata l'idea 
che ella avrebbe potuto varcar le soglie della 
Camera per ascoltare un suo discorso, come 
non era mai balenata, del resto, ad alcun'altra. 
La divisione che esiste in genere fra uomo 
e donna, non si attenua neanche col matri- 
monio. A teatro non è raro veder il marito 
e la moglie in due palchi differenti, lui con 
degli amici, lei con delle amiche ; ma è molto 
difficile veder marito e moglie soli nello stesso 
palco. Mi fu detto che una moglie che vada 
sola col marito a teatro non accompagnata 
da altre signore, è rimarcata come se facesse 
"na eccentricità. Una volta che io, non 
otta degli usi, non avevo preparata una 
inpagna per andare ad assistere con mio 



fUO LA QCBsnONC DELLA DOSVA HKLl'aBGKSTIKA 

marito ed alcani amici ad una rappresenta- 
zione in teatro, dovetti alle otto di sera la- 
vorar di telefono e di automobile per procu- 
rarmela. Quando io e mio marito dovevamo 
fare ufficialmente la stessa strada, la stessa 
visita ad un ospedale, ad una chiesa, ad una 
scuola, sempre avevamo due commissioni di- 
stinte, una di uomini, l'altra di donne, che 
ci conducevano per due vie diverse. Perfino 
alla sera tornando dalle conferenze, dal tea- 
tro, da un ricevimento, trovavamo quasi sem- 
pre due vetture, due commissioni, due amici 
di sesso dift'erente che ci aspettavano i)er ri- 
condurci a casa. 

Marito e moglie si amano spesso anche qui 
come due colombi, tanto quanto in Europa, 
l)erchè l'amore non conosce limiti di leggi 
nò di costumi, ma essi hanno sempre cura 
di nascondere il loro aftetto, il loro interesse 
reciproco ; per gli estranei, essi devono essere 
quasi due estranei. 

Questa è la cosa da cui sono stata colpita 
nell'Argentina maggiormente, come viceversa 
l'unione patente che esiste in Europa fra ma- 
rito e moglie è la cosa che colpisce d 
l'Argentino che viaggia in Europa. 




Fusione dei sessi in Europa 341 

Il Bojas, un letterato argentino assai in- 
telligente che vedemmo al nostro ritorno, ci 
raccontava che il fatto che l'aveva più me- 
ravigliato nel vecchio continente era stato 
questo. Giunto a Londra con una lettera di 
presentazione per un professore di storia, egli 
si era recato con grande premura da lui per 
schiarimenti di cui necessitava. Quale fu la 
sua sorpresa nel vedere giungere dopo pochi 
minuti, invece del professore, una signora, 
la moglie. In assenza del marito, la moglie 
aveva aperta la lettera e poiché il marito 
doveva restar fuori parecchio tempo, gli aveva 
preparata una presentazione per un altro 
professore che l'avrebbe potuto egualmente 
aiutare. 

L'idea che una moglie possa leggere una 
lettera di presentazione diretta al marito, 
che ella possa presentarsi così, senza cono- 
scerlo, ad un forestiero, e più ancora affi- 
dargli una lettera per una terza persona, 
ecco tre atti che il letterato argentino tro- 
vava straordinariamente ed assolutamente 
imprevedibili ed inattesi. 

Oi dissero che si può andare in Argentina 

mti anni in una casa, essere amico d'in- 



rv 



342 LA QUESTIONE DSLLA DONNA NELL'aBGENTINA 

fanzia del marito^ pranzare ogni sera con 
lui al cUiò e non conoscere assolutamente 
né la moglie né la figlia, e ciò non perchè 
l'Argentino sia geloso, ma perchè come il ma- 
rito non si crede in dovere di confidare alla 
moglie i proprii studii, le proprie aspirazioni, 
le proprie idee, così troverebbe fuori di luogo 
di presentarle i proprii amici, i proprii col- 
leghi. Accade qualche volta in Argentina che 
il marito guadagna, perde, vende, compera, 
cambia mestiere, va in rovina senza che la 
moglie ne sappia niente. Non è raro che la 
moglie di un estaiieiero ignori le modificazioni 
che il marito ha introdotte nella estcmcia, dei 
cui redditi tutti e due vivono, o che la mo- 
glie di un deputato si disinteressi di ciò che 
il marito sostiene alla Camera, e che qualche 
figlia appena conosca le cariche pubbliche e 
private che ricopre o ricoperse il padre. 

Lo stesso accade della moglie rispetto al 
marito. La moglie può farsi atea, protestante, 
mandare le figlie dalle monache o dai mas- 
soni, far parte di amministrazioni da cui il 
marito è stato cacciato, senza che il marito 
spesso né sappia, né pretenda saperne n^' 
Quando a Buenos Aires recitò la Dusw. 



J 



Dualismo della vita argentina 343 

venne un fatto caratteristico a questo pro- 
posito. Figurava sui cartelloni-programma, 
fra gli altri drammi che la Duse avrebbe 
rappresentato, VAhbesse de Jouarre di Benan. 
La Duse aveva già cominciato da qualche 
giorno a recitare, quando si presenta dall'im- 
presario una commissione di dame che lo 
pregano di radiare VAbbesse dal programma, 
minacciando di boicottare in caso contrario 
il teatro. L^impresario cede; ma appena VAìh 
Tiesse è cancellata, ecco presentarsi all'impre- 
sario una commissione di signori i quali re- 
clamano e chiedono spiegazioni sulla radia- 
zione della commedia promessa. Ora ci fu 
detto che molti degli uomini che facevano 
parte della seconda commissione erano i ma- 
riti delle donne che avevano fatto parte della 
prima, e che gli uni non sapevano nulla delle 
altre. Non garantisco il fatto, ma il dirlo è 
già caratteristico degli usi correnti. 

Questa situazione della donna ha nel paese 

una influenza molto maggiore che non si 

creda. Ho detto che in Argentina la donna 

non si vede mai, che essa è sempre separata 

U'uomo; ma con questo non ho detto che 

laa non conti^ tutt'altro ) in nessun paese lo. 



344 LA QrESTlONB PELLA DONNA NKLl'aBGKNTINA 

donna compare meno ed agisce di più che in 
questa Bepubblica, se non che essa agisce -per 
lo pifi non associata, ma in antagonismo col- 
l'uomo della cui famiglia fa parte. Non solo 
essa ha qui in mano tutti gli ospedali e tutte 
le opere di beneficenza, ma essa agisce forte- 
mente anche sulla vita politica, di cui appa- 
rentemente tanto si disinteressa. 

L'uomo non discute colla propria moglie, 
ma la moglie ha dei desideri!, e il marito, non 
potendo sempre negare, cede qualche volta, 
molto più spesso che egli non creda, poiché 
la donna è più tenace che l'uomo, e quando 
cede, lo fa in modo completo. — Così accade 
che con sorpresa un deputato qualche volta 
si accorge di aver proposto e fatto approvare 
leggi che sono in contraddizione colle sue 
idee, colla sua vita, che è incapace di abro- 
gare o fare abrogare, come l'uomo privato 
si accorge qualche volta di aver lasciato al- 
levare o fatto allevare i figli in modo assai 
differente da quello che egli desiderava. 

Anche da noi avviene spesso che ci siano an- 
tagonismi in famiglia fra marito e moglie, fra 
madre e figlio, anche da noi la moglie è sp 
(5lericale ed il marito socialista, ma la^mO; 



wWk 



Condizione antisociale 346 

non può mai non essere influenzata nella 
organizzazione nostra, un poco dalle idee del 
marito, come viceversa il marito non può mai 
non essere influenzato un poco dalle idee 
della moglie; per questo Puomo nella vita 
pubblica europea sempre esprime le idee non 
degli uomini soli, ma la risultante delle pro- 
prie idee, modificate già da quelle delle donne 
con cui sta a contatto; sarà un socialismo con 
qualche idea clericale, un clericalismo con 
qualche idea socialista, ma è sempre una ri- 
sultante. L^ influenza reciproca a poco a poco 
fonde le divergenze, ne risulta un insieme ab- 
j bastanza stabile ; qui invece le due influenze 

> agiscono a scatti, saltuariamente, contraddi- 

I toriamente. 

Questa condizione dell'uomo rispetto alla 
donna e della donna rispetto all'uomo è non 
I solo antinaturale, ma anche antisociale. Molti 

' mali, di cui la Repùbblica sofl're, derivano da 

ì questa dualità, da questo abbandono in cui è 

I lasciata la donna, che si riflette nella dualità 

I di tutta la vita argentina, nella contraddi- 

j zione continua della sua vita politica, scien- 

j fica, letteraria, familiare. Abbandonata a 

I 5y la donna manca alla sua funzione di mo- 



346 1.A QUKaiIONB DXLLA DONNA NELL'aROENTINA 

deratrìce della vita, ed invece di completare 
Puomo, lo neutralizza con grave danno di en- 
trambi. 



Quante volte ho pensato, attraversando 
l'Argentina, che questa dualità di cui la 
Repubblica soffre e che essa va eliminando 
così coraggiosamente per mezzo delle sue 
femministe, noi l'andiamo importando in Eu- 
ropa per mezzo delle femministe nostre. I 
primi sintomi sono comparsi in Europa da 
un pezzo; invece di seguire il movimento, 
diremo unionista, cominciato colla Rivolu- 
zione Francese che tendeva a fare entrare 
le donne nei salotti, nelle scuole, nelle asso- 
ciazioni maschili, si lavora per separarle di 
nuovo cercando di fondare per le donne delle 
copie di istituzioni maschili. In Inghilterra, 
in Germania ed anche in Francia, la rocca 
forte dell'unionismo, si sono fondati dei cluhs 
femminili, si sono indette delle gare femmi- 
nili di tennis, di 'bridge, si sono aperte scuole 
femminili con programmi maschili, si sono 
discussi congressi femminili; infine, in^ 
(li obbligare gli uomini ad essere cortesi "" 



r 



Errori del femminismo 347 

signore, ad essere i loro paladini, si è otte- 
nuto di difendersi da essi, ponendo dei riparti 
femminili, che da noi si ^ono fermati ai treni, 
ma che a New- York mi si dice si sieno ot- 
tenuti anche nei trartis e perfino nelle panche 
dei giardini pubblici. 

Questo allontanamento della donna dalPuo- 
mo credo segni un regresso ben profondo, che 
il guadagnato aggruppamento femminile non 
basti a compensare. Se la natura ha affidato 
alla unione dei due sessi il più prezioso dei 
suoi privilegi, quello della rinascenza, antina- 
turale è il cercare l'evoluzione femminile at- 
traverso alla separazione dei sessi, e peggio 
ancora alla mascolinizzazione della donna di 
cui la separazione dei sessi sarebbe il fatale 
corollario. L'unione della donna e dell'uomo 
è possibile appunto per questo: che gli uo- 
mini sono differenti dalle donne e che i loro 
interessi sono quindi convergenti. Se la donna 
diventasse simile all'uomo, i loro interessi 
divergerebbero e l'unione familiai*e non avreb- 
be più ragione di esistere. Appunto per que- 
sto, per aiutare l'unione con ogni sforzo, 
natura ha teso, fin dai primordii della 
^azione, a differenziare i due ^cssi : piante, 



34H LA <iUP.STH)NE DRLLA DO^KA NELL'ARGENTINA 



animali, uomini. Essa ha marcato tanto pili 
fortemente la diflFerenza, quanto più si pas- 
sava da esseri semplici ed imperfetti ad ani- 
mali comi)lessi, e negli uomini alle razze più. 
evolute. 

Il cercare di unificare tutte le tendenze 
fisiche, psichiche ed intellettuali della donna 
sul modello dell'uomo, del resto, non è solo 
antinaturale, ma è anche poco lusinghiero. 
Io non credo che la donna sia eguale al- 
l'uomo, ma neanche vedo in che cosa l'uomo 
le sia superiore. Non vedo in lui alcuna per- 
fezione tale che meriti da proporselo come 
ideale, da cercare di imitarlo. Non è imitando 
Omero che Dante ha fatto un poema che 
eguaglia quello del suo antecessore, come 
non è imitando Rossini che Wagner l'ha 
pareggiato. La donna, essendo organicamente 
differente dall'uomo, se vuole eguagliarlo non 
deve mai mettersi nella rotta maschile, ma 
tracciare solchi vigorosi e profondi nella pro- 
pria, perfezionando le qualità che le sono 
proprie, le quali possono, appunto percli^^. dif- 
ferenti da quelle maschili, render all'uma- 
nità quei servigi che l'uomo non le potri 
dare, e facilitare la fusione dei due sessi 



funzione economica della donna 349 



esiste armonìcia in tutta la natura. Non è 
mascolinizzandosi né tentando di raggrup- 
parsi in associazioni antagoniste ed eguali a 
quelle maschili, che la donna lentamente nei 
secoli scorsi è andata acquistando quei pri- 
vilegi (il matrimonio, l'esonero dei pesi più 
brutali della vita, ecc.), che a torto le fem- 
ministe moderne disprezzano con tanto ru- 
more, ma dimostrando col fatto agli uomini 
che le virtù, femminili, la prudenza, la pa- 
zienza, la costanza, la pertinacia, la pro- 
bità, la cura della casa, l'economìa, possono 
rendere alla famiglia ed alla società altret- 
tanti servigi che l'ambizione, l'orgoglio, la 
forza, l'energia, la generosità dell'uomo. 
L'uomo ha cominciato a stimare la donna 
quando si è accorto che essa gli poteva 
rendere dei servigi preziosi, quali egli non 
avrebbe mai saputo né potuto conseguire 
senza di lei, quando si è dato conto che se 
all'uomo spetta la creazione della ricchezza, 
alla donna spetta il mantenerla, che la na- 
tura ha affidato alla donna la conservazione 
dei suoi tesori, come le ha affidato la con- 
ervazione della sua specie. E questa fu- 
ione dell'uomo colla donna, questo rispetto 



B50 LA QUESTIONE OELLiL DONKA KELL^AKGEKTINÀ 

reciproco basato sulle reciproche qualità, av- 
venuto in questo ultimo secolo, ha avuto nel 
mondo i più benefici effetti. Non è già l'uomo 
ma la donna che nell'Europa, infinitamente 
pi il sterile dell'America, raccoglie ogni giorno 
quei capitali che vengono investiti in ogni 
paese del nuovo e del vecchio continente, e 
non a caso il paese più ricco del mondo è la 
Francia, dove le donne sono più industriose 
e più strettamente unite all'uomo nell'indu- 
stria, nell'arte, nella casa, nella politica. 



Questa industriosità, questa parsimonia che 
rendono così preziosa la donna in Europa, 
mancano molto alla donna argentina delle 
classi popolane. Assai meno influenzata che 
l'uomo dall'elemento europeo (l'emigrazione 
essendo dappertutto quasi completamente ma- 
schile), l'argentina non sa rendersi bastante- 
mente utile al suo compagno di vita, essa 
continua fatalmente un po' troppo le tradi- 
zioni delle Indiane dell'America, che per molti 
secoli sono state l'unico elemento femmx. 
della colonia spagnuola. Se voi trovate 



m 






Le arti femminili B5l 



gallina, un orto, un frutteto, state pur sicuri 
che ivi è un emigrante europeo, ci dicevano 
i Buenos-airensi quando stavamo mettendoci 
in viaggio ; quando noi siamo stati in grado 
di controllare l'asserto, abbiamo dovuto con- 
venire che esso era esatto. 

Nei ranchos abitati dai criollos, che voi in- 
travedete specialmente lungo le ferrovie se- 
condarie, voi non vedete che donne accocco- 
late, intente a fumare la pipa, a sorbire il 
ifìiate. Nessuna industria popolare femminile 
nei paesi da noi visitati fuori che a Tucuman, 
dove le donne si occupavano a preparare il 
pasto, a lavare i panni ed a raccogliere la 
canna di zucchero. In genere la donna criolla 
del popolo non lavora, non cuce, non lava, 
non tesse; la cucina si riduce per lei ad ar- 
rostire la carne o a farla bollire ; la minestra 
non è conosciuta che dagli Italiani e il pane 
si mangia in pochissima quantità; il vestito 
tradizionale è uno scialle immenso per le 
donne che le copre tutte ; un poncìio che non 
richiede esser cucito, per gli nomini. 
Le arti di fare economia, di raccoglier le 
utta, di farle seccare, di coltivare i legumi, 
fare delle conserve, le son quasi sconosciute ; 



352 LA QUESTIONE DELLA DONNA NELl'aKGENTIN4. 

come le sodo afiatto sconosciute le arti di 
rammendare, di rattoppare, di conservare i 
cenci, di aguzzare l'ingegno per risparmiare 
e guadagnare qualche centesimo. 

Il direttore di una cartiera ci diceva che 
le cartiere americane devono far venire i 
cenci dall'Europa, perchè non si può nel nuovo 
mondo indurre le donne a raccogliere pazien- 
temente gli stracci come si fa nelle città eu- 
ropee. Negli alberghi voi trovate molto so- 
vente lenzuola, tovagliuoli coi buchi, mai ne 
vedrete uno rattoppato. La carta che si getta 
ha sostituito, dappertutto dove è possibile, la 
stoffa che si lava e si stira: tovaglie, tova- 
gliuoli, sacchetti, tutto è di carta. 

Non è difficile immaginare come l'uomo, 
abituato a non servirsi della donna in casa, 
si sia abituato a considerare in genere la 
donna come un oggetto di lusso, incapace di 
rendergli dei servigi, incapace di partecipare 
alla sua vita intellettuale e morale. 

Le femministe argentine hanno capito ciò. 
Troppo impregnate dell'ambiente maternale 
in cui vivono per volere mascolinizzare le 
proprie sorelle, troppo assetate di det 
di imparare per diventare pedanti, e^. 




Scuola del Focolare 353 



^*■ 



m' 



iiii':| 



frfi! sono date conto che nelle classi basse al- 
ODj^ri meno la donna, imparando le a-rti femminili 
n<pi europee, potrebbe allargare assai la propria 
influenza; esse hanno istituito delle scuole 
lifffij professionali dove la donna ricca e povera 
m'- possa imparare e rendersi pratica in tutte le 
ie!ii»f piii svariate arti femminili; una delle più 
apjj/ autorevoli di esse, anzi, la dottoressa Grier- 
son, ha aperto a Buenos Aires una escmla de 
^ Vhogar (scuola del focolare) ove si insegna 
insieme al cucito, alla stiratura, al rammendo, 
'^^^ la cucina, l'economia domestica, la materno- 
»iJe,i logia, il modo di trattare i bambini, di cu- 
j^jj rarli, ecc. 

Notate poi che questo movimento femmi- 
,0 nile avrà anche un altro inaspettato effetto y^ 

j^ buonissimo per l'Argentina, quello di fondere I 

|j le razze, come da noi ebbe quello di fondere | 

^ le classi. % 

Quando la donna lavora, essa non lavora % 

mai sola ; essa ha bisogno di aiuti ; il lavoro |! 

femminile è sempre collettivo, è composto 1 

sempre di parti intellettuali e di parti ma- | 

nuali. Quando le donne della società eie- % 

vata pigliano gusto al lavoro ed all'economia | 

domestica, esse necessariamente associano a | 

Ferrerò. America del Sud. 23 ^^ 



ff 



:r»4 LA Vl^'J>TI(»NE DJiLLA DOSN'A NELl'aB CENTINA 

questo lavoro delle altre donne inferiori per 
ingeioio o per posizione sociale; da questa 
associazione momentanea nasce la simpatia^ 
l'armonia delle classi. Mai come ora le classi 
sono state dissociate in Europa malgrado le 
cadute barriere sociali, appunto per questo, 
l)erehe la donna intelligente avendo abban- 
donato a<»li industriali gran parte delle sue 
funzioni, manca ora quell'intima unione della 
donna colla ancella, la contadina, la lavorante 
che esisteva negli altri tempi, e che va rina- 
scendo ora grazie alla istituzione del larvoro 
femminile iniziato in Italia dalla contessa 
Gavazza e dalla Savorgnan di Brazzà che cer- 
carono, con una forma nuova e moderna, di 
dar vita all'antica abilità ed all'antica intel- 
ligenza femminile. 

Quando io stavo per partire da Buenos 
Aires, il Parlamento stava discutendo una 
legge nella quale si trattava di eguagliare 
giuridicamente la donna all'uomo, perchè per 
quanto erediti in egual misura che l'uomo, la 
donna è ancora in genere nelle leggi trattata, 
a quel che mi dissero, alla pari dei mente- 
catti, degli interdetti, dei minorenni. Ma nr~ 
tanto le leggi come la direzione del mo^ 




Squarciando il futuro 355 

mento femminista, mi dà fede che la donna 
argentina sta per cambiare di situazione so- 
ciale per sorpassare forse di un tratto la po- 
sizione ambigua della donna europea moderna^ 
entrando di fatto in quel giusto mezzo cui 
aspira l'umanità. 



Pine. 



I 



« 



I 



n 



1 



INDICE. 



Febtazionb Pag. v 

Parte Prima. 
Negli Stati Uniti del Brasile. 

I. Nel mare di Goanabara 4 

Isola di San Fernando di Noronha. Mare di Rio Ja- 
neiro. Il cielo di Rio Janeiro. Icarahy. Copacabana. 
Corcovado. Rio Janeiro coloniale. La città aristocra- 
tica; la città commerciale. La Rio delle isole. 



IL Lo Stato di San Paolo , 



23 



Nella foresta. L'oppressione della foresta. La foresta 
in fiamme. La città di San Paolo. L'Ipiranga. L'ita- 
lianità di San Paolo. Liete accoglienze degli Italiani. 
Oiigine delle "fazende,,. La "fazenda„ moderna. La 
vita dei coloni. Una laminaria a Santa Veridiana. Il 
vero male della "fazenda,,. Le retribuzioni nelle "fa- 
zende „. La donna nella " fazenda „. La crisi e le tras- 
formazioni delle "fazende,,. 



858 INDICB 

nr. Nello Stato di Minas Gkraes Pag. 68 

Attraverso allo Stato. Nel regno delle formiche. Le 
origini dello Stato. Nelle viscere delle miniere. In- 
contri cogli Italiani. Agricoltura antica e recente. 
L'antica capitale. Bello-Orizzonfe. La nuova capitale. 
Istituzioni. Le colonie. Difficoltà dei nuovi coloni. 
Colonie spontanee. Colonie nuove. Preparativi. 

IV. Gli aiutanti 91 

Un po' di storia del Brasile. Primi coloni. Francesi, 
Olandesi e Portoghesi. Libertà e indipendenza. La 
questione dei negri. La tratta dei neri. Situazione 
degli schiavi noi Brasi le. Mistione dei bianchi coi neri. 
Doti innestate dai neri nei bianchi. Bontà dei neri. 
Qualità e difetti dei Brasiliani. Ospitalità. Generosità. 
Forza delle amicizie. Timidezza e modestia. Imma- 
ginazione. Enciclopedismo nella educazione. Enciclo- 
pedismo nella cultura. Il tempio positivista. La libreria 
Garnier. Cultura della classe elevata. La situazione 
della donna. 3Iiglioramento. Morbi erotici. Indolenza 
e passività del brasiliano. Inesattezza. Crisi economiche. 
Inizio di soluzione. 



Parte Seconda. 
Nella Repubblica Orientale del Bio Ums^uay. 

Nella Repubblica Orientale 147 

Antagonismi fra 1 fondatori. I bianchi e i rossi. Món' 
tevideo. Un bosco sacro. Gli abitanti. Cordialità degli 
abitanti. Nella ^ quinta „ di un amico di Mazzini. Idea- 
lismo degli Uruguayani. Scuole pubbliche. Istituzioni 
della Repubblica Orientale. Lega e )ntro la tubercolo^ 
Orfanotrofìi. Asili maternali. Benessere generale. 





Paetb Teeza. 
Nella Bepubblioa Argentina. 



^)2 



^* I. Buenos Aiees Pag. 131 

Nel cuore della città. La febbre delle novità. La " Cha- 
carita„. Pii ricordi. La "Quema de la ba8ura„. La 
città del piacere. Il diritto al piacere. Teatro dell*0- 
pera. Nel regno della donna. Utilità dei teatri. "In- 
stituts de beauté „, Liete accoglienze. Il nostro arrivo. 

IL Istituzioni buenos-aieeksi 209 

Scuole elementari. Scuole superiori. Scuole professio- 
nali Scuole private. L' influenza del clero. Necessità 
di una educazione di Stato. Penitenciaria Nadonal 
e Open Door, La " Penitenciaria Nacional ,,. Istru- 
zione ed educazione dei detenuti. Preinii ed incorag- 
giamenti ai detenuti. Una conferenza in prigione. Un 
villaggio di pazzi. Il Giardino Zoologico, Un amico 
delle belve. 












III. Sul Paiianà 233 

Monopolii e dogane. 11 gioco a bordo del "Paris,,. Le 
sponde del Parane. Rosario. Porti antichi e nuovi. La 
città di Pavana. I " forestieri „. Santa Fé. In cam- 
pagna. La questione delle strade. I cavalli. I carri 
nazionali. Chacra. Costruzione d'un "rancho,,. Vita 
dei coloni." Fondazione di un villaggio ("pueblito,,). 
Esiancias, CabanaSj Lecherias. " Estancias „. Una 
" CabaHa „ modello. Latterie. 



>" 



360 INDICE 

IV. Attraverso la " pampa „ Pag. 271 

Sul limitare della "pampa„. La '^ pampa „ al chiaror 
della luna. Una invasione di cavallette. La guerra 
alle cavallette. Dentro una nube di cavallette. Cordova. 
Impronte del passato. L'Università di Cordova. La 
iriovane generazione. La diga di San Hocco. Tucuman. 
Dintorni di Tncuman. La canna da zucchero, (ili In- 
diani negli "Ingenios„. Organizzazione dell' " Inge- 
nio„. Santiago deW Estero. I dintorni di Santiago. 
Foresta recisa e foresta viva. La foresta. 

V. Nelle Ande 309 xj 

Mendoza, La distruzione di Mendoza. Il terrore del i 

terremoto. Gli alti prezzi. La vite. Il signor Tomba. 
"Las bodegas„. I partiti. Necessità della cultura. "Las 
viiias,,. Il "campesino„ nel sno "rancho,,. La Cor- 
digliera delle Ande. La partenza dei "troperos,,. Là 
ferrovia transandina. 

VI. La questione della donna nell'Argentina . . . 333 

Frequenza delle professioniste. Barriere fra uomo e 
donna. Barriere fra moglie e marito. Fusione dei 
sessi in Europa. Dualismo della vita argentina. Con- 
dizione antisociale. Errori del femminismo. Funzione 
economica della donna. Le arti femminili. Scuola del 
Focolare. Squarciando il futuro. 



j 




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IL PASSAGGIO 
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IL MIO VIAGGIO AL POLO SULLA «GIÒJA,, 

DI 

ROALD AMUNDSEN 

————————— - ■■• i*<;ffl 

QaestVpera dì grandissima importanza, riccamente e spien- ■ ^ J 
didamente illustrata, ha sollevato un gran rumore nel mondo. ::.n 
intoro. Il successo ottenuto dalla spedizione della Ojda ha -^ 
dato a Roald Amundsen una celebrità universale. In tutti ' /fi 
i paesi gli furono prodigati alti encomi, tutti i governi, le /^§ 
accademie, le società geografiche lo hanno insignito di ono< /^ 
rificenze. Meravigliosa è la storia del piccolo yacht norve- ^ 
gese, che co' suoi sette uomini di equipaggio per la prima \ ^ 
volta ha fatto il giro per mare della costa settentrionale del . v 
continente americano, da oriente ad occidente, dalla Groen- •> 
landia allo stretto di Behring, ed ha in tal guisa condotto j 
a termine quell'impresa che da secoli fu invano tentata da. O^ 
numerose e costosissime spedizioni, col sacrifìcio di tante e .1' 
tante vite umane! — Quest'opera insigne, pubblicata in i 
norvegese, fu già tradotta in tedesco e in inglese. Ora se ne ^ 
sono fatte le traduzioni francese e italiana. La Casa Treves j 
è lieta d'essere stata prescelta dall'illustre autore a far co- 
noscere in Italia la sua opera ammirabile come il suo viaggio. ; ': 

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ANGELO MOSSO 

Escursioni nei Mediterraneo 

E 

gli Scavi di Creta 



Con la sua nuova pubblicazione il prof. Mosso esce dal campo 
della fisiologia, ed entra in quello delParcheologia, per quanto 
il fisiologo faccia spesso capolino fra le pagine del libro. La 
cosa può sembrare strana a prima vista; ma meno strana ap- 
IHirisce quando si rammenti che dopo aver principiato con al- 
cune osservazioni antropologiche sugli etruschi e sugli avanzi 
delle tombe antichissime del Foro Romano, il prof. Mosso fa in- 
dotto ad occuparsi del tanto discusso problema relativo alle 
origini della civiltà mediterranea; problema su cui le splen- 
dide scoperte fatte recentemente nell'isola di Creta gettano 
una luce assolutamente nuova ed inattesa. Visitando gli scavi 
a Creta, alcuni facendone ivi per proprio conto, preparando 
nuove indagini sui primi abitatori della Sicilia, il prof. Mosso 
volle riassumere nelle sue " Escursioni nel Mediterraneo „ tutte 
le notizie riguardanti la civiltà ellenica prima d'Omero, coor- 
dinandole in maniera da raccogliere come in un quadro le mol- 
teplici forme e i particolari della civiltà stessa, quali emergono 
dai mirabili lavori delle Missioni italiana ed inglese. E scrisse 
cosi un'opera geniale, che tratta di ardue e gravi questioni archeo- 
logiche in modo veramente piacevole, che istruisce e diverte. 



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STUDII E VIAGGI ATTRAVERSO • 

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Gino Bertolini 



Sui paesi scandinavi, così interessanti per gli strani aspett 
della natura nordica, come per le elevate forme di civiltà a 
cui sono pervenuti, esiste all'estero tutta una letteratura; um 
poco ancora se ne è scritto in Italia. Sarà quindi accolto con 
favore dal pubblico questo libro originale, che si presentii in 
bella edizione riccamente illustrata, di un colto scrittore in>- 
stro, il dottor Gino Bertolini di Venezia, fratello dell'attuale 
ministro dei Lavori Pubblici. 

L'elogio migliore e più competente di questo libro è quello 
che ne fece Sigurd Ibsen (figlio del grande scrittore, ed ex- 
ministro degli esteri della Norvegia) dopo averne letto il mn- 
noscritto: "....La sua lettura mi ha procurato un gran pia- 
" cere. Esso è d'una ricchezza sorprendente. Tutto vi èi pie- 
" saggi, caratteri, usi e istituzioni, fenomeni della vita pubblica 
" e della vita privata. Ben pochi scandinavi avranno una no- 
" zione cosi completa dei paesi del Nord, e io dubito che nessun 
" altro straniero vi eguagli sotto questo rapporto „. 



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L'ISOLA DI SAKALIN 

DI 

PAOLO LABBÉ 

Con prefftdnne e note del professore GIUSEPPE RICCHIERI 



ì^n vJlìtme in-^ di 230 pagine, illustrato da 98 incisioni 
LIRE 3, SO. 

>irigere commlasioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



Uu^vo — Fratblu TREVES, Edrobi — Mil^aho 

PECHINO-PARIGI 

in automobile 

DI 

Giovanni du Taillis 

corrispondente del llatin. 
Con pr«fasion0 di KABIO M0BAS80. 



I 



È Ila magnifico e um pi»' mento alle lettere del Barzini che nar- 
rarono cosi brillantemente la corsa del principe Borghese sul- 
V Itala, Qui oltre la corsa Borghese, che è riassunta, è pure 
ampiamente narrata la corsa delle altre tre automobili che 
seiMi irono (la Spyker e due de Dion Bouton) e ch'ebbero la 
loro parte di peripezie e di gloria. Anzi la parte drammatica 
è assai più considerevole in questa corsa di 80 giorni, e narrata 
con grande evidenza dal Du Taillis, che ha vissuto le peripezie 
ch'ei racconta, e dimostra lo spirito intraprendente, il coraggio, 
U perseveranza che i campioni di questa pazza corsa hanno 
dovuto possedere. I pericoli della traversata di Nanku, le 
erb^^ (Iella Mongolia, il grande deserto di Gobi, poi, a poco a 
poco, il ri tomo alla vita civilizzata a traverso l'Europa, per 
M')soa, Berlino, vi sono ammirabilmente descritti con nume- 
rasi aneddoti, e si segue passo a passo con una attraente let- 
tura il successo di questo raid universalmente celebre. Infine 
le 66 magnifiche fotografie originali prese sui luoghi, accompa- 
gnano il volume e sono tirate in carta di lusso fuori testo. 



Un volume in-S, riccamente illustrato 

da 66 fotoincisioni prese sui luoghi. 
Bel Lire. — Legato alla bodoniana: Ure 6.60. 

Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano* 



Milano — Fratpxli TREVES, Editori — MiLiitn 

GUGLIELMO FERRERÒ 

Grandezza 
e Decadenza di Roma 



L'opera poderosa del Ferrerò è giunta rapidamente al V vo- 
lume (fine dell'Impero d'Augusto) con sempre cresceoiù suc- 
cesso. Mentre si preparano i volumi nuovi, si devono fart^ roii- 
tinue ristampe dei precedenti; ed il successo diventa momliulu : 
dopo la traduzione francese sono venute la traduzione linerie:*» 
e la tedesca. In questa grande opera non si saprebbe se piti 
ammirare l'ampiezza veramente romana delle linee o la protan- 
dità dell'analisi. Sono pagine fervide di pensiero e di aapii nzu, 
in cui regna l'indagine storica più rigorosa, e i fatti sono stinUati 
l nelle loro cause più remote e negli effetti più complessi. Ln pò- 
[ tenza di rievocazione di questo storico artista è tale che la su» 
opera si legge avidamente come un romanzo, perchè a vveniiìieiui, 
uomini, idee, tutto ci risuscita davanti con meravigliosa evi' lenza , 

Voi. I. La conquista dell' Impero . . - r> — 

Voi. II. Giulio Cesare '* — 

Voi. III. Da Cesare ad Augusto ....*! — 
Voi. IV. La Repubblica di Augusto . . . ^ì*"»^ 
Voi. V. Augusto e il Grande Impero . . -M»» 

— L'Europa Giovane, studii e viaggi nei paesi d'] XuiiL 
(1897). 8.^ edizione I — 



1- 



Bismarkismo e socialismo. L'amore nella civiltà latina è ìreimn- 
nica. Londra. Mosca. 11 terzo Sfsso. L'antisemitismo. La hiwn di 
due razze e di due ideali. Li società dell'avvenire. 

Il Militarismo, io conferenze (1898). 4.^ edizione. -I — 

Pace e guerra alla fine del secolo XIX. La società mil tare liurJjii- 
rica. L'orda. Le civiltà militari. La vita sociale nel 'e civiU i mili- 
tari. La decadenza e rovina degli Imperi militari. L' Impejrn t.tii\-o. 
Napoleone. Militarismo e cesarismo in Francia. Il milita nsiMM ir,a- 
liano. 11 militaiigmo inglese e tedesco. Dal passato a! l'avvi ji Tre, 



)irigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, M il ino. 



Qj 



^ 



Phr7.zo i>rl PRR5KNTB voi.omr: Qnatti*o ILiire. 

Il passaggio Nord-Ovest. S SruT^o^Sa^. '^ 

■ ..M.J». In-8, riccamente illustrato (in corso di 
AnaOdSei. pubblicazione) \ . 10 — 



Il Giappone neiia sua efolaziooe. p»"' 

comniutu co» la H. Nave "Veftor risani „ dnr 



L'AniflI!! Aù\ UlkpA ^^"'^^ ® ^^^^^^ attraverso Nor- 
AUlllld UUI nUlU. vpgia, Svezia e Danimarca, di 

PtiiA RArfAlSm ^'^ volume in-8 di 47U r^giup, in carta 
UIDO DeriOlIUl. di lusso, rici-amon te illustrato da 125 in- 
oisionl (11M1S) 10 — 

Stu<ìi e ricfT'Ii d'una cam- 
pa jriia nell'Estremo Oriente 
lìprutu co» la H. Nave "Veftor risani „ dnrante gli anni 1903 3904, 
«la A«l<*ll'r4'clo Fedele, nia<(ln'iiista i^avale nell'Armata Italiana. 
lii-4, (li irrnii lus<;o, ilhistrafo da 20 incisioni, da una carta e da 
sei errandi qna'lri a oolorl 10 — 

MMorAi^AA o ri4tirAfi«i ^^ ^'**'^ HI »fit«K«aaa. Illustrato da 
WarOCCO e l ilUrOpa, b^ incisioni e 2 carte 3 50 

nUnn*%Aii* di Vico ^laule^azyn. Illastrafo da 33 incisioni e 
DgnaOir, 3 carta (1.08) 5 — 

L9 t)3ll2Qll2 di MUKuCn, (la 52 incisioni da istantanee prese 

sul luogo dair.'tutorp, e numer( se carré, fra cui la grande Carta 
seflrreta dell'armata giapponese, nprodotta per speciale anto> 
rizzitzif no dello Sialo ]^iag<ri(jre 6 — 

L'mamia »iAìn kìnt ^i Angelo Mosso. Stadi fatti sul Monte 
UOIflO SUIie Alpi, Posa, ln-8, con 5^< ine, e 48 tracciati . 8 ~ 

Escursioni nel Mediterraneo e gli Scavi di Creta, 

di Aiiirel» Mommo. Im-^, in carta di lus»0, illastrato da 187 inci- 
sioni e 2 favole fuori testo .8 — 

TripOlitania, di Domenico Tiimiati 3 50 

Dna primavera in Grecia, di nomenieo Tumiati. . 3 50 

fliriAffn moci al Pniinn '^i I*"*»* Armanl, comandante nella 

IIICIQIIO lUebl di UUIiyU, lUserva Navale, Ispettore di Stato al 

Congo. In-H, illuRfrato da 2 carte e 38 fotoinoisioui eseernlte 

appositamente • • 3 50 

UntioA il PaIa CiiiI Memorie della spedizione antaiti.'a diretta 
f ei òU 11 rUlU OUU. dai prof. 0. Nordenskjold (iwa lt03i. narrata 
dal Gap. Hune, membro della spedizione. In-8, di 8?5 p. gine, illu- 
strato da 148 incisioni e oarte 5 — 

Dna gita all' Barrar. il2\°Sr.*". ^- :''^'!"".*'."-.^'''3Ì 

irigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 



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